sabato 11 dicembre 2021

Il mondo malato e quelli di sotto

dalla pagina Il mondo malato e quelli di sotto - Comune-info 

Sergio Segio 

Il disastro ambientale non può essere più nascosto. La violenza e la militarizzazione dei territori sono ormai la regola che accompagna, dalle Ande alla Val Susa, l’estrattivismo. Intanto riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause, prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. In questo grigio panorama – nel quale cresce la guerra non dichiarata contro i migranti -, nuovi movimenti globali come Fridays For Future ed Extinction Rebellion hanno cominciato a dimostrare che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiedono nella fede in tecnologie salvifiche né tanto meno nel greenwashing. Occorre allargare in tanti modi diversi lo sguardo e l’analisi, “o meglio abbassarli, perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale – scrive Sergio Segio, curatore del Rapporto Diritti globali 2021 Stato dell’impunità nel mondo – che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento…”. Alcuni estratti dell’introduzione del Rapporto 

Diritti globali 2021: indice completo

Tratta da Extinction Rebellion

1. Il pianeta che brucia

l disastro ambientale è davvero ormai sotto gli occhi di tutti: di chi drammaticamente e in prima persona ha la propria vita o l’abitazione messe a rischio o addirittura distrutte, ma anche della maggioranza della popolazione che vede le immagini della catastrofe al telegiornale, sotto forma di incendi indomabili, di alluvioni e di frane altrettanto devastanti. Situazioni sempre più frequenti negli ultimi anni, ampiamente previste dagli scienziati, regolarmente ignorate dai decisori politici, prontamente scordate da chi non le ha vissute direttamente su di sé. È rimasta latitante ogni seria politica di prevenzione, manutenzione e gestione oculata del territorio. È stata ricorrente – anno dopo anno, incendio dopo incendio – la constatazione dell’insufficiente dotazione di aerei Canadair per spegnere i roghi, regolarmente dimenticata il giorno dopo dell’emergenza. Si tratta di catastrofi sempre meno definibili “naturali”.

Così, di omissione in omissione a livello locale e a livello globale, si è arrivati all’estate 2021, con il mese di luglio più caldo di sempre, in un’escalation che dura ormai da tempo: dicono i meteorologi che l’ultima volta che il globo ha avuto un luglio più fresco della media del XX secolo è stato nel 1976 e che quello del 2021 è stato il mese più caldo in 142 anni di registrazione (Borenstein, 2021). Ma già il 2020, documenta la World Meteorological Organization, era stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, con una temperatura media globale di circa 1,2 °C al di sopra del livello preindustriale. Circostanza che è andata a cumularsi alla pandemia da Covid-19 in corso, con i relativi effetti moltiplicati sulla salute e, per una parte del mondo, sull’insicurezza alimentare. La pandemia ha, inoltre, complicato gli sforzi di riduzione del rischio di catastrofi (WMO, 2021).

Per quanto del tutto prevedibile e previsto, ancorché irresponsabilmente ignorato, il disastro è arrivato inesorabile, con un quotidiano bollettino di guerra estivo: inondazioni in Germania; piogge torrenziali nella regione cinese dell’Hubei; alluvioni in Turchia; terremoto ad Haiti; immani roghi in Grecia e Cipro; sud dell’Italia in fiamme e tromba d’aria a Pantelleria con morti e feriti; inondazioni nel nord-est della Spagna, con gravi danni e stagione turistica compromessa, e poi incendi con migliaia di evacuati; alluvioni nel sud-est dell’Inghilterra con stato di calamità in ospedali londinesi; incendi in Cabilia e nelle altre regioni del nord dell’Algeria; il Dixie Fire, il secondo maggiore incendio nella storia dello Stato, che ha incenerito oltre 200.000 ettari in California; l’uragano Ida nel nord-est degli Stati Uniti con almeno 46 morti e New York allagata; inondazioni e fiumi esondati in India, con interi villaggi sommersi dall’acqua; alluvioni e fiumi straripati in Giappone con morti, dispersi e cinque milioni di sfollati; un’area di quasi seimila chilometri quadrati interessata da roghi in Canada.

Sino all’incendio più grande, nella Siberia nord-orientale, con una linea del fuoco lunga duemila chilometri, che potrebbe risultare il maggiore della storia. E il più devastante: non solo per la perdita di 13 milioni e mezzo di ettari bruciati registrati ad agosto 2021 a livello nazionale, ma per la produzione di un record di 505 megatoni di anidride carbonica, ad aggravare la già drammatica situazione del riscaldamento globale che non a caso vede nell’Artico temperature medie che stanno aumentando oltre tre volte più velocemente del resto del mondo (The Moscow Times, 2021).

Migliaia i morti (2.200 solo ad Haiti, nell’agosto 2021 martoriata da un terremoto di magnitudo 7,2 e contemporaneamente da una tempesta tropicale dal nome ferocemente beffardo, Grace), decine di migliaia i feriti, centinaia di migliaia i senza casa, milioni gli sfollati; sono le prime cifre delle catastrofi dell’estate 2021. Bilanci provvisori che quasi sempre dimenticano di citare le centinaia di milioni di animali, selvatici e domestici, uccisi dai disastri, a loro volta indice di una tragedia che non si esaurisce nella contingenza dell’emergenza ma si ripercuoterà nella distruzione degli habitat, condizionando il futuro. E c’è stato anche chi in Italia, nonostante le distruzioni degli incendi con almeno venti milioni di animali morti, ha disposto l’inizio anticipato della stagione venatoria. A dimostrazione che alla pulsione ecocida talvolta non esiste davvero limite. Un campo nel quale, per la verità, anche nel 2021 è apparsa ineguagliata la politica del presidente del Brasile, dove al sostegno del sistema dell’agribusiness e delle attività estrattive, alla devastazione amazzonica e di millenari ecosistemi si accompagnano la repressione delle comunità indigene, le violenze e gli omicidi contro i difensori dei diritti umani e dell’ambiente.

2. Ecocidio ed etnocidio nel Brasile di Bolsonaro

«L’ecocidio da cui derivano i megaincendi è anche un etnocidio. Distruggere la foresta, compartimentalizzarla, privatizzarla, sfruttarla o disboscarla su aree immense a beneficio dell’estrazione mineraria, degli allevamenti, delle coltivazioni di soia transgenica o di palma da olio, significa, allo stesso tempo e con altrettanta violenza, distruggere culturalmente i popoli che la abitano» (Zask, 2021). Con Bolsonaro, presidente dal gennaio 2019, la distruzione della foresta amazzonica, il principale polmone verde del globo, si è fortemente intensificata. Nonostante ciò, gli appetiti della lobby Bancada ruralista non sono ancora soddisfatti: a maggio 2021 una forte mobilitazione popolare e dell’opposizione parlamentare è riuscita a bloccare, almeno temporaneamente, l’ennesimo tentativo di fare passare un disegno di legge (n. 490/2007) sul “Marco Temporal” che vuole introdurre limiti temporali alla demarcazione delle terre dei popoli indigeni, modificando i diritti acquisiti e sanciti a livello costituzionale, in base ai quali vi sono terre loro riservate – complessivamente 440.000 ettari con una popolazione di 70.000 persone. Ma sono circa 900.000 gli indigeni che vivono in Brasile in 305 tribù. […]

3. L’estrattivismo assassino e suicida

In America Latina il sistema dell’agribusiness e dell’allevamento intensivo, della monocultura e del settore minerario e in generale il modello estrattivista sono particolarmente concentrati e sviluppati, oltre che favoriti da classi politiche locali spesso espressione del latifondismo e permeate da fenomeni di corruzione. Come già – e tuttora – per l’Africa, la ricchezza di risorse naturali e minerali diventa una dannazione, poiché calamita gli interessi devastatori delle grandi corporation e dei fondi di investimento, nonché dei governi dediti al land e water grabbing, in cui latita ogni responsabilità sociale ed ecologica. Il Cile, ad esempio, possiede circa il 40 per cento delle riserve mondiali di litio, un metallo strategico fondamentale nell’elettronica e nelle nuove tecnologie il cui già intenso sfruttamento è destinato a lievitare nell’attuale fase di transizione ecologica con la necessità di produzione di energia da fonti rinnovabili. Uno dei giacimenti maggiori di litio, forse il più grande al mondo, è però in Afghanistan. La stima comprensiva di altri metalli e terre rare presenti nel sottosuolo afghano arriva al valore di tremila miliardi di dollari. Il pluridecennale stato di guerra, prima con l’Unione Sovietica poi con gli Stati Uniti e la NATO, ne hanno sinora impedito lo sfruttamento che potrebbe però cominciare nel prossimo futuro, anche per sopperire alle necessità economiche del regime talebano tornato al potere e per dare ristoro allo stato di prostrazione del paese e della sua popolazione dopo una guerra così lunga. E di questo si avvantaggerebbe probabilmente la Cina, abilmente posizionatasi per tempo. La questione riguarda anche l’Unione Europea, come rimarcato dalla coalizione di 180 associazioni e accademici che ha denunciato i piani sulle materie prime contenuti nel Green Deal europeo, basati su un’idea contraddittoria e incoerente di “crescita verde”, che porterà «a un drammatico aumento della domanda di minerali e metalli che la Commissione Europea prevede di soddisfare attraverso un gran numero di nuovi progetti di estrazione mineraria, sia all’interno che all’esterno dell’Unione». Tra questi metalli vi è, appunto, anche il litio. Pure qui, come per le fonti fossili, oltre al danno ambientale che colpisce tutti per favorire il profitto privato, vi è la beffa dei sussidi pubblici europei di cui beneficiano le compagnie minerarie e i loro azionisti, nonostante il Green Deal, che anzi diventa occasione per nuovi fronti di saccheggio di beni comuni e nuovi guadagni da parte di grandi gruppi, lobby e corporation.

A tutto discapito e con precise responsabilità anche riguardo i diritti umani: «La domanda della UE di minerali e metalli dall’estero porta a conflitti sociali, uccisioni di difensori dell’ambiente e dei diritti umani, distruzione ambientale ed emissioni di carbonio in tutto il mondo. L’attuale politica commerciale della UE ha come unico obiettivo la liberalizzazione del settore delle materie prime senza riguardo per i diritti umani, l’ambiente e la sovranità dei paesi del Sud globale, intrappolando queste nazioni in un ciclo di estrattivismo e dipendenza cronica» (AA.VV., 2021).

Il paradigma della crescita infinita, pur se tinta di verde e di dichiarata transizione verso fonti rinnovabili, rimane pratica che distrugge ogni equilibrio e dunque suicida. Come già emerge in tutta evidenza dai dati relativi all’ultimo mezzo secolo: dagli anni Settanta del secolo scorso la popolazione mondiale è raddoppiata (e anche quella demografica è questione trascurata e rimossa), ma il prodotto interno lordo globale è quadruplicato.

In quel paradigma gli appetiti e i profitti crescono, autoalimentati dalle dinamiche speculative della finanza, e con essi aumentano la violenza contro chi difende territori e popolazioni e i conflitti ambientali: 3.516 quelli sinora registrati (Environmental Justice Atlas, 2021).

Il modello estrattivista contraddistingue il processo di accumulazione per spossessamento, a sua volta caratteristico del dominio del capitale finanziario; il suo principale strumento

«è la violenza, e i suoi agenti sono, indistintamente, poteri statali, parastatali e privati, che spesso lavorano insieme perché condividono gli stessi obiettivi…. La violenza e la militarizzazione dei territori sono la regola, sono una parte inseparabile dal modello; i morti, i feriti e le persone seviziate non sono il risultato di eccessi accidentali dei controlli polizieschi o militari. È il modo “normale” di agire dell’estrattivismo nella zona del non-essere. Il terrorismo di Stato praticato dalle dittature militari distrusse i gruppi di ribelli e spianò la strada all’avvio delle miniere a cielo aperto e delle monocolture transgeniche. Successivamente, le democrazie – conservatrici e/o progressiste – approfittarono delle condizioni create dai regimi autoritari per approfondire l’accumulazione per spossessamento» (Zibechi, 2016).

Non è, insomma, un caso se la gran parte delle uccisioni di difensori dei diritti umani è concentrata in quella parte del globo dove questi processi sono più intensi, ma anche maggiormente contrastati da collettività e popolazioni. Secondo Front Line Defenders, nel 2020 ne sono stati assassinati 331, la gran parte (69 per cento) impegnati nella difesa della terra, delle comunità indigene e dei diritti ambientali. Ben 264 degli omicidi sono avvenuti nelle Americhe […] (Global Witness, 2021).

Naturalmente e purtroppo, la dimensione complessiva della violenza, della repressione e della violazione dei diritti umani e anche degli omicidi sociali e politici in quei paesi è assai più vasta (ne riferiamo qui nei capitoli Diritti Globali e Osservatorio sulle impunità) e indubbiamente la Colombia vede un terribile e storico primato negativo, che ha spinto il Tribunale Permanente dei Popoli a dedicarvi nel 2021 una Sessione sul genocidio politico, impunità e crimini contro la pace. La sentenza, emessa il 17 giugno 2021, ha riconosciuto lo Stato colombiano colpevole del crimine di genocidio, portato avanti nel corso dei decenni (Tribunal Permanente de los Pueblos, 2021). Un genocidio che continua, a opera degli stessi poteri e governi collusi con gli interessi economici che ne devastano i territori, con 115 difensori e leader sociali e 36 ex guerriglieri uccisi nel 2021 (al 28 agosto). Un genocidio che non riesce però a fermare la protesta popolare che ha segnato il 2021, con il paro nacional, una rivolta cominciata il 28 aprile contro il governo Duque e la sua riforma tributaria e per un pacchetto di misure sociali su reddito, istruzione e salute. Dall’inizio della protesta al 26 giugno si sono registrati 4.687 casi di violenza da parte della polizia, 2.005 detenzioni arbitrarie, 82 feriti gravemente agli occhi, 75 uccisi nel corso delle manifestazioni, già saliti a 80 al 23 di luglio (INDEPAZ, 2021; Temblores, 2021). […]

5. Senza giustizia ambientale non c’è pace

Come tutte le guerre, anche questa è un piano inclinato, troppo facile da cominciare e complicata da frenare e interrompere. Come tutte le guerre, il carburante che la tiene in vita è la religione del profitto, l’interesse dei pochi contro i diritti dei molti. Per fare la pace con la Terra – e con la maggioranza di coloro che la abitano – bisogna cambiare l’attuale sistema, che, con la potenza dell’informazione condizionata e del dominio culturale e grazie al vassallaggio e passività di gran parte della classe politica, fa apparire il suo tramonto e superamento un trauma impensabile, un cambiamento impossibile.

Certo, quella trasformazione radicale sarebbe un fatto enorme e ciò sembra fare ritenere questo sistema economico e sociale insuperabile, magari non il migliore ma senza alternative. Invece, ogni alternativa è preferibile all’apocalisse ambientale e all’estinzione di massa che si profila. L’alternativa c’è, è sul tavolo, peraltro così netta ed evidente da sembrare persino troppo semplice. Invece è quella giusta. È la riconversione ecologica dell’economia. La indicano da decenni gli scienziati non asserviti, le associazioni ambientaliste e, più di recente, le poche voci alte e libere come quella di papa Francesco e quella di una ragazzina molto determinata e capace di stimolare un movimento mondiale di giovani che rivendicano futuro, per sé e per tutti. «Abbiamo già la soluzione per la crisi climatica. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare. L’unica cosa che manca è che ci decidiamo. Economia o ecologia? Dobbiamo scegliere» (Thunberg, 2019).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg iniziava la sua protesta solitaria davanti al parlamento svedese. Un sassolino che è divenuto valanga: Fridays For Future, un movimento che ha mobilitato milioni di persone in tutto il mondo, non per niente indirizzato a riconquistare quel futuro e quei diritti confiscati dai padroni del clima e dai distruttori dell’ambiente. Pochi mesi dopo, nell’ottobre di quello stesso anno, a Londra faceva la sua comparsa nelle piazze per la prima volta un altro movimento, Extinction Rebellion, che pure si mobilitava con decisione per la giustizia ambientale. Quei movimenti e quella radicalità, divenuti globali, rappresentano le gambe, la testa e il cuore del cambiamento necessario e drammaticamente urgente. Hanno dimostrato e dimostrano che l’impossibile è a portata di mano, che la salvezza del mondo che brucia e dell’umanità che lo abita non risiedono nella fede in tecnologie salvifiche di là da venire, né tanto meno nel greenwashing, ma in un soprassalto di volontà e lucidità politica, sino a oggi sacrificata ai dogmi della crescita e subordinata ai sacerdoti del mercato globalizzato.

La giustizia climatica impone di ripensare l’economia e di riconvertirla, questo è il punto ineludibile. Proprio come – purtroppo sinora in pochi casi – si è fatto con le industrie belliche. Interrompere le produzioni di morte e spostare investimenti e lavoro in quelle ecologicamente, eticamente e socialmente compatibili: non è impossibile, basta un cambio di prospettiva nello sguardo e nelle coscienze che faccia comprendere come le produzioni fossili comportino disastri, e dunque genocidio ambientale, in modo diverso ma con gli stessi effetti delle fabbriche di mine antiuomo o di missili. Basta che ci decidiamo, come scrive Greta. O – forse più esattamente – basta che chi sta in basso e paga i costi maggiori della distruttività del sistema costruisca la forza politica per imporre la decisione a chi può e deve prenderla, ma non lo vuole fare e non lo sta facendo. Quanto meno con l’urgenza e la determinazione necessarie.

Una riflessione, quella della decrescita, che si era affacciata una quindicina di anni fa è stata forse troppo sbrigativamente tolta dal tavolo e archiviata. Per quanto controversa, poneva la questione ineludibile sui limiti allo e dello sviluppo. Il drammatizzarsi dell’emergenza climatica dovrebbe riaprire interrogativi cruciali e capaci di prospettiva, a cominciare da quello se unico o determinante metro di misura possa continuare a essere quello del PIL.

6. Alle radici del Covid-19

In modo simile, ed egualmente non innocente, in questi due anni di pandemia, dal dibattito politico e nei luoghi della riflessione pubblica, dai media e dai social è rapidamente scomparso un vocabolo che aveva fatto capolino: zoonosi. Un altro, sindemia, non è mai riuscito neppure ad affacciarsi. Non è un caso. Attraverso di essi avrebbero potuto farsi strada gli interrogativi sulle cause – e sugli effetti diseguali – della pandemia, invece appunto prontamente rimossi e occultati, che a loro volta rimandano al sistema in cui l’intera umanità è immersa e costretta a vivere nel tempo della globalizzazione, quello del capitalismo fossile e finanziario. E a quel suo segmento che ha trasformato anche l’agricoltura e l’allevamento animale in sistema industriale di iper-sfruttamento, indifferente alle ricadute su ecosistemi ed equilibri tra specie. Un sistema predatorio e distruttivo, come ormai ci mostrano tutti gli indicatori sociali, economici e ambientali.

Un sistema gravemente malato che ha fatto ammalare il mondo. In questo caso, provocando e producendo una pandemia che non ha precedenti, quanto a diffusione e gravità, e che dimostra specificità assenti in quelle del passato, non solo per i processi di globalizzazione che hanno annullato le distanze geografiche e favorito l’estrema mobilità umana (sempre che non si sia poveri e migranti), ma semmai per quei processi – anch’essi connessi alla globalizzazione – relativi alle modalità di produzione di merci e di cibo, di accaparramento di materie prime, di sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche. Modalità che, nelle loro sinergie distruttive, hanno progressivamente portato il pianeta, e chi lo abita, sull’orlo del tracollo. Nel caso di specie, causa scatenante è stata… il salto di specie, vale a dire lo spillover secondo la definizione anglosassone. Che per l’attuale pandemia è stato il passaggio del coronavirus dal pipistrello all’uomo, attraverso un passaggio intermedio, probabilmente il pangolino, facilitato dai mercati cinesi di animali vivi, dalle abitudini alimentari locali e dagli allevamenti intensivi di maiali installati ai margini delle foreste in cui vivono questi animali. Allevamenti industriali che sottraggono spazio agli habitat di specie selvatiche e costringono alla coabitazione forzata e ravvicinata animali selvatici, quelli allevati e l’uomo. Da qui la zoonosi, ovvero la malattia infettiva trasmessa dall’animale vertebrato all’uomo. I cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico hanno reso quest’ultimo più vulnerabile alle infezioni respiratorie, potendosi così parlare di sindemia, che è l’interazione sinergica di due o più malattie trasmissibili e non trasmissibili, che colpisce particolarmente le fasce di popolazione svantaggiata, implicando una correlazione tra quelle malattie e le condizioni ambientali e socio-economiche.

Riscaldamento climatico e pandemia da Covid-19 richiamano i medesimi problemi e rimandano alle stesse cause: prima di tutte lo scellerato e intensivo sfruttamento ambientale, umano e animale. Quest’ultimo rimane peraltro invisibile e nascosto nelle sue forme, drammatizzate dall’industrializzazione degli allevamenti, giganteschi lager e catene di montaggio dell’orrore, che se rivelate e conosciute diverrebbero intollerabili per la sensibilità comune. Sono questi temi e aspetti quasi totalmente assenti dalla riflessione e informazione pubblica, confinati nei ristrettissimi recinti di gruppi animalisti e di sparuti scienziati e filosofi antispecisti. Eppure, sono fondamentali e costituenti per una prospettiva di cambiamento, necessariamente radicale.

C’è, allora, da mettere in discussione e convertire il sistema economico ma c’è anche una questione di stili di vita e di culture del consumo da ripensare, cui anche la pandemia dovrebbe sollecitare.

«Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti che la pandemia ha suscitato, fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (Bergoglio, 2020). Di nuovo lo ha detto bene papa Francesco, spesso capace di parole di verità, di denunce e di proposte in materia sociale e ambientale che, dato il pulpito, ci si aspetterebbe fossero in grado di indurre mutamenti o almeno un dibattito incisivo e che invece rimangono inascoltate dai decisori politici, ma pure dallo stesso popolo della chiesa al cui vertice siede il pontefice: perché il cambiamento fa paura, perché permane come un fossato lo scarto tra ciò che si sa essere giusto e ciò che si mette in opera, essendo rara e costosa la capacità di coerenza e di conseguenza. E perché, alla fine e in misura sempre maggiore, nell’epoca della comunicazione globale ogni parola, anche la più giusta e autorevole, rimane smarrita nell’oceano indistinto e nel frastuono perpetuo che confonde e rende meno distinguibile ciò che è vero e vitale. Questo vale anche per la parola e l’evidenza scientifica, durante la pandemia messe in discussione da aree non ristrette di popolazione sia riguardo le cause, sia riguardo i rimedi.

Ciò che è successo – il passaggio di un coronavirus dal pipistrello all’uomo – era peraltro stato esattamente previsto già nel 2012 (Quammen, 2014). Del resto, nel corso dell’ultimo secolo le zoonosi sono state un centinaio e hanno avuto un’accelerazione negli ultimi due decenni. Vale a dire nel periodo storico che ha visto un deciso peggioramento delle complessive condizioni ambientali. Se, dunque, il Covid-19 è una zoonosi, «la pandemia è stata causata dai danni ambientali che l’umanità provoca per procurarsi le quantità sempre maggiori di risorse necessarie ad alimentare la crescita economica, i profitti e i consumi» (Pallante, 2021).

Ecco perché è sbagliato ricercare la causa che ha dato origine alla pandemia, tanto più se si cerca di attribuirla alle ipotesi di fuga del virus da un laboratorio di Wuhan, come ha insistentemente e strumentalmente provato a fare Donald Trump senza che ve ne fossero gli elementi. Considerando, oltretutto, che se è vero che in quel laboratorio in Cina erano in corso ricerche sul coronavirus dei pipistrelli, queste erano finanziate da EcoHealth Alliance, un’organizzazione sanitaria con sede negli Stati Uniti (Lerner, Hvistendahl, 2021). […]

9. La causa paga: cittadini e movimenti si organizzano

All’inerzia o – alla meglio – lentezza dei decisori politici, alla disinformazione truffaldina dei negazionisti climatici, al camaleontismo del greenwashing e a cosmetici e ingannevoli rebranding (come quello della compagnia petrolifera francese Total che nel maggio 2021 ha deciso di cambiare nome e logo: si chiamerà TotalEnergies e il marchio diventa di un’ecologica tinta arcobaleno) e al potere di condizionamento delle lobby dell’industria fossile tentano di fare fronte i movimenti globali che hanno invaso la scena negli ultimi anni, mettendo in gioco i propri corpi per conquistare il futuro che viene loro sottratto giorno dopo giorno, proponendo cambiamenti radicali di paradigma e lottando per la giustizia climatica.

Su altri piani e con altri strumenti, negli anni recenti sta crescendo anche un significativo fenomeno: quello dei contenziosi legali connessi ai cambiamenti climatici, con numeri importanti. Le controversie sono quasi raddoppiate in quattro anni, passando da 884 casi in 24 paesi nel 2017 a oltre 1.550 in 38 paesi nel 2020. Maggiormente concentrati nelle nazioni ad alto reddito, stanno comunque interessando anche aree del sud del mondo come Colombia, India, Pakistan, Perù, Filippine e Sudafrica. I querelanti sono ONG, gruppi di cittadini e di attivisti, comunità indigene. Sono chiamate in cause le aziende ma anche i governi incapaci di fare rispettare norme e impegni o inattivi rispetto a cambiamenti climatici e a eventi meteorologici estremi (UNEP, 2021).

Quando i cittadini si organizzano e gli attivisti si mobilitano i risultati arrivano, come comprova, ad esempio, la sentenza della Corte costituzionale tedesca dell’aprile 2021, che ha imposto al legislatore di cambiare la norma esistente per regolamentare in modo dettagliato e più rigidamente gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra per il periodo successivo al 2030. O come dimostra il risarcimento di 111 milioni di dollari stabilito dalla Corte Suprema del Regno Unito nel maggio 2021 – a termine di una battaglia legale durata ben 13 anni – nei confronti di un gruppo di 42.500 agricoltori e pescatori nigeriani che hanno citato in giudizio la Royal Dutch Shell per anni di fuoriuscite di petrolio nel delta del Niger, con contaminazione di terreni e acque sotterranee. Sempre la Shell ha perso la causa intentata contro di lei da Friends of the Earth Netherlands e da altre sei ONG insieme a circa 17.000 singoli cittadini: il 26 maggio 2021, il Tribunale distrettuale dell’Aia ha ordinato alla compagnia di ridurre le proprie emissioni mondiali di CO2 del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019.

In attesa – e nella sollecitazione – di una capacità di governi e legislatori di far fronte in modo adeguato e generalizzato all’emergenza climatica e ai disastri ambientali, imponendo limiti e regole allo strapotere delle multinazionali, l’iniziativa dal basso dimostra una fondamentale volontà di rivendicare e anche di conquistare quei diritti ambientali troppo a lungo violati. […]

12. Il vaccino diseguale

Pandemia che, a sua volta, per quella logica e per quel sistema economico è stata utilizzata quale occasione di immensi profitti.

Al colorito universo del negazionismo No-vax, insostenibile dal punto di vista scientifico, un robusto argomento arriva dalla innegabile, enorme, valenza economica legata ai vaccini, ai condizionamenti e allo strapotere di Big Pharma.

Se il green pass diventa strumento e pretesto per licenziamenti, discriminazioni e disciplinamento dei dipendenti o costo da riversare, al solito, sui cittadini costretti a pagarsi i tamponi – di nuovo alimentando il business sanitario privato – è arduo pretendere che da parte dei lavoratori e dei sindacati vi possa essere un’acritica adesione alla misura e alle modalità imposte. Se la salute, anziché essere affermata come diritto, viene gestita come un grande business, diventa più difficile convincere i cittadini della responsabilità individuale e sociale del vaccinarsi. Se il vaccino, anziché quale bene pubblico globale viene gestito come privilegio per la solita parte del mondo, quella più ricca e sviluppata, diventa meno credibile un discorso di sanità pubblica, per giunta articolata per decreti, imposizioni e misure d’eccezione.

Se venisse dai governi affermato – e tradotto in scelte conseguenti – un vaccino per la popolazione, anziché un vaccino per il profitto, le obiezioni svanirebbero rapidamente e in gran parte. Ma questo si traduce in un solo modo: un vaccino esente da brevetti. Che è la richiesta sin dall’inizio venuta da paesi come India e Sudafrica, sotto forma di moratoria temporanea su brevetti vaccinali e terapie anti Covid-19, così come dalle ONG, da reti associative, da innumerevoli personalità. Appelli rimasti però privi di risposte. […]

Invece, le scelte globali in materia di vaccino anti Covid-19 stanno abbandonando la maggior parte della popolazione mondiale al proprio destino. Scelte sciagurate che rivelano la profonda inconsapevolezza e indifferenza al fatto che, proprio come per la questione climatica, la grande e tragica lezione che arriva da questa pandemia è che il destino del mondo è comune e che nessuno si salva da solo. […

21. Il discusso guardiano dei confini: il caso Frontex

Si conferma dunque anche per l’Afghanistan la politica pilatesca messa in atto dall’Europa nel 2015 per fronteggiare la crisi dei profughi siriani: esternalizzare le proprie frontiere o, detta più crudamente, appaltare il lavoro sporco ad altri. Con l’ulteriore paradosso che allora i miliardi di euro vennero dati al sultano Erdogan, vale a dire al presidente autoritario di un paese comunque aderente alla NATO e a suo tempo richiedente l’ingresso nell’Unione Europea, mentre ora le risorse finiranno a Pakistan, Tagikistan e Iran; quest’ultimo è un paese già sottoposto a sanzioni anche da parte europea e nel quale i diritti umani sono forse ancor meno tutelati che non in Afghanistan, mentre il Pakistan è sempre stato protettore e ispiratore dei talebani, oltre che protettivo rifugio per Osama bin Laden.

Paradosso nel paradosso, viene richiamato anche in questa evenienza il «sostegno di Frontex nel proteggere le frontiere», vale a dire di una Agenzia da più parti accusata di violare i diritti umani e di respingimenti illegali, tanto che nel 2021 la Commissione Libertà civili del Parlamento Europeo ha istituito un gruppo di lavoro per approfondire la questione. Il report dell’indagine conoscitiva svolta, pubblicato solo un mese prima, afferma che, pur in assenza di prove conclusive sull’esecuzione diretta da parte di Frontex di respingimenti o espulsioni collettive, dunque illegittime, l’Agenzia, pur avendo prove a sostegno delle accuse di violazioni dei diritti fondamentali negli Stati membri con cui aveva un’operazione congiunta, «non ha affrontato e seguito queste violazioni in modo tempestivo, vigile ed efficace». Sull’attività di Frontex, peraltro, ha aperto un’inchiesta anche l’European Anti-Fraud Office (OLAF), l’organismo di vigilanza antifrode dell’UE (European Parliament – LIBE, 2021). […]

22. Partire è sempre più morire

Quando si parla di rifugiati e migranti, però, sono molti quelli che non si salvano. Dal 1993 al 1° giugno 2021 sono stati oltre 44.764 i migranti morti mentre cercavano di entrare in Europa. Almeno quelli riscontrati, in questo caso dal network UNITED for Intercultural Action, perché non pochi sfuggono a ogni rilevamento. Molte altre morti sono avvenute nel Mediterraneo, da tempo propriamente definibile un “cimitero marino”: dal 1° gennaio al 30 agosto 2021 i decessi di migranti registrati sono stati 1.311, più del doppio del corrispondente periodo dell’anno precedente, quando erano stati 625, con una forte riduzione dovuta alle minori partenze nel periodo più intenso della pandemia, ma anche inferiori alle 1.094 dei primi otto mesi del 2019. Anche in questo caso una cifra sicuramente meno elevata rispetto alla realtà, dato il minor numero di navi umanitarie presenti nel Mediterraneo e allestite dalle ONG, osteggiate da istituzioni nazionali e comunitarie in quanto testimoni non graditi degli effetti letali delle politiche disumane di chiusura delle frontiere e dei porti.

Politiche che non riguardano solo l’Europa, anche se il Mediterraneo rimane l’area più micidiale. A livello mondiale, nello stesso periodo dei primi otto mesi del 2021, le vittime sono state in totale 2.727 (erano state 2.079 l’anno precedente e 3.326 nel 2019). Oltre ai 1.311 morti nel Mediterraneo, le aree più letali sono state le Americhe, con 572 vittime, e l’Africa, con 513 (UNITED for Intercultural Action, 2021; IOM, 2021).

Quali che siano il continente e i governi, si tratta sempre di morti impunite a causa di scelte di “realismo” e di convenienza che quotidianamente fanno carta straccia delle Convenzioni internazionali in materia di diritti umani e di rifugiati e del principio di non-refoulement, a ulteriore dimostrazione che anche il diritto internazionale risponde prioritariamente e quasi sempre alla legge del più forte.

Se molte morti sfuggono a ogni rilevazione e sono impossibili da quantificare, anche su quelle decine di migliaia corredate di date, fonti, modalità, quando possibile nomi e provenienza, il silenzio è assoluto. Tombale, verrebbe da dire.

È una guerra anche questa, non dichiarata ma con i medesimi devastanti effetti, che colpiscono la parte più debole e bisognosa delle popolazioni a livello mondiale. Chi pure sopravvive non ha comunque vita facile nel tempo dei populismi e della pandemia.

A fine 2020 gli sfollati forzati in tutto il mondo erano 82,4 milioni, 48 milioni all’interno del loro stesso paese, persone private di tutto e in balia di politiche sempre più restrittive, costrette a lasciare le loro case a causa di guerre e violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, crisi politiche e sociali. E, sempre più e in misura preponderante, a causa di disastri ambientali e degli effetti del riscaldamento globale (UNHCR, 2021 a; UNHCR, 2021 b; IDMC, 2021).

Con questo Rapporto annuale, la nostra costitutiva scelta è di provare a leggere il mondo – con i suoi tanti, intrecciati e spesso drammatici problemi, aggravati e approfonditi durante la pandemia del Covid-19 – anche con i loro occhi di rifiutati e sommersi, di annegati e torturati, di rinchiusi in campi di concentramento dopo essere stati costretti dalle bombe o dalla carestia a fuggire dalle proprie case.

Più in generale, anno dopo anno, cerchiamo di analizzare ciò che succede a livello globale dall’angolatura visiva di quelli di sotto. Con lo sforzo di fare scaturire dal ragionamento e dalla denuncia proposte costruttive, nella prospettiva della giustizia ambientale, economica e sociale, della democrazia integrale e dello Stato di diritto. In una parola, dei diritti globali. Una scelta che è, a un tempo, politica, culturale ed etica. Che ci pare necessitata dalla parzialità interessata attraverso cui vengono invece rappresentati dal mainstream la realtà e i suoi problemi. Cercare di capire la prima, per poter affrontare i secondi, significa allora allargare lo sguardo e l’analisi, o meglio abbassarli. Perché è solo dal basso della piramide sociale, dalle ragioni di chi quotidianamente paga i costi di un sistema ingiusto e diseguale che si possono mettere in moto le dinamiche del cambiamento.


martedì 7 dicembre 2021

73° anniversario Dichiarazione ONU dei Diritti Umani

Venerdì 10 dicembre, ore 18
 
in presenza: Centro Culturale San Paolo  
viale Ferrarin 30, Vicenza 

in streaming sul canale youtube.com/Diocesi Vicenza


L'incontro dibattito che avrà luogo al Centro Culturale San Paolo di viale Ferrarin 30 alle ore 18 (in presenza), sarà in continuità con le tematiche affrontate negli incontri precedenti del 2019-e 2020, attraverso l'attualizzazione delle varie questioni ancora aperte e complementari, emerse in questo anno, sia a livello Europeo, Nazionale, che Locale. L'innalzamento di muri virtuali e materiali, le varie chiusure, le discriminazioni, corridoi umanitari che non sono tali, visti solamente come emergenze, ovvero, con l'intento di contrastare i flussi migratori piuttosto che costruire..ponti e relazioni di solidarietà. 

Muri, che aumentano in tutto il mondo (siamo a quota 63, USA-Mexico, Asia, Nord Africa, Ceuta Melilla, Canale della Manica), in Europa(Polonia-Bielorussia; 12 paesi dell'Est, Israele, Grecia, Cipro, ecc.) e in Italia( Mediterraneo come muro, risposte emergenziali, sanatorie, norme farraginose, lungaggini burocratiche, fake news e media, paure, nuove povertà).       Muri appunto di disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo, aggravate dagli opposti interessi economici-geopolitici-militari, dalla scarsa vaccinazione contro il Covid, fino ai disastri naturali dovuti ai cambiamenti climatici-

Il rispetto dei Diritti Umani Universali, della Costituzione, della cittadinanza, a quello della salute e cura, del cibo, a quelli del lavoro, al diritto alla libera circolazione  si possono esplicare grazie al contributo di tanti operatori, che, con un rinnovato impegno civile e sociale operano per una accoglienza ed una vita più degna.
 
Il dialogo, avverrà con vari operatori (che in parte conoscete) in segno di continuità e di un reale e concreto approfondimento.

domenica 5 dicembre 2021

Tutti giù per terra, niente transizione con il suolo malato

dalla pagina https://ilmanifesto.it/tutti-giu-per-terra-niente-transizione-con-il-suolo-malato/

Clima. L’ecosistema più fragile è il più trascurato quando si parla di contrasto ai cambiamenti climatici. Tra consumo, perdita di fertilità, erosione e inquinamento

Il suolo è l’ecosistema che in questi ultimi decenni ha subito le maggiori modificazioni. Eppure viene spesso trascurato quando si affronta il tema dei cambiamenti climatici e si cercano soluzioni per contrastare il riscaldamento del pianeta. Il 5 dicembre di ogni anno si celebra il World Soil Day, la giornata mondiale del suolo, per ricordare quanto è importante preservare la sua salute.

NEL SUOLO SI PRODUCE IL 95% del nostro cibo, ma secondo la Fao il 33% dei suoli è degradato a causa della perdita di fertilità, inquinamento, erosione. Sono necessari tra i 500 e i 1000 anni per formare un centimetro di suolo, ma sono sufficienti pochi anni per degradarlo in modo irreversibile. Quest’anno l’attenzione viene puntata sugli effetti che derivano dal processo di salinizzazione dei suoli. Si tratta di un fenomeno che determina un degrado fisico, chimico e biologico dei suoli, rappresentando una delle principali minacce alla loro funzionalità. I suoli salini si stanno estendendo in tutti i continenti, soprattutto nelle regioni aride e semi-aride del pianeta.

LA FAO CALCOLA CHE OGNI ANNO la salinizzazione rende improduttivi fino a 1,5 milioni di ettari di terreni agricoli. Ci può essere una salinità naturale dei suoli se si sono formati partendo da rocce ad alto contenuto di sali, oppure per l’infiltrazione di acqua marina e per l’aerosol marino che si verificano nelle zone costiere. Ma c’è ed è sempre più esteso il fenomeno della salinità secondaria legata ad una gestione scorretta dei suoli: sfruttamento di falde ad alto contenuto di sodio, metodi di irrigazione non adeguati, eccesso di fertilizzanti, insufficiente drenaggio del terreno. I suoli salini diventano inospitali per le piante e per i microrganismi che costruiscono la sostanza organica da cui dipende la fertilità. La Fao ha costruito la carta mondiale dei suoli interessati dalla salinizzazione sulla base dei dati forniti da 118 paesi che rappresentano l’85% della superficie terrestre.

SI E’ ANALIZZATA LA SALINITA’ A DUE DIVERSI livelli di profondità, il topsoil (0-30 cm) e il subsoil (30-100 cm). La carta mostra che sono circa 425 milioni gli ettari di terreno che presentano una elevata salinità nello strato superiore (l’8,5% delle terre coltivate del pianeta), mentre sono circa 833 milioni gli ettari compromessi dalla salinità nello strato più profondo (il 17% delle terre coltivate). Le aree interessate dal fenomeno sono presenti in nord Africa, penisola arabica, zone costiere e centrali dell’Asia, Australia, ovest degli Stati Uniti, area andina del sud America, paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

IN ITALIA TUTTE LE REGIONI COSTIERE presentano situazioni in cui i suoli hanno una elevata salinità. Si calcola che il 2% del territorio nazionale, pari a 5000 kmq, è compromesso dal punto di vista agricolo a causa dell’allargamento del cuneo salino nelle falde dell’entroterra. L’intrusione delle acque marine nel territorio è favorita dall’attività umana: lo sfruttamento delle falde acquifere per le produzioni agricole e industriali lascia spazio all’infiltrazione di acqua marina, determinando un aumento della concentrazione di sali nel terreno.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI STANNO favorendo questo processo. I lunghi periodi di siccità fanno diminuire la portata dei fiumi, favorendo la risalita dell’acqua marina, mentre l’aumento medio delle temperature favorisce l’evaporazione dell’acqua contenuta nel terreno, aumentando la concentrazione di sali. In Italia le aree dove si manifesta il fenomeno della salinizzazione sono anche quelle a rischio di desertificazione. Si tratta, secondo l’Ispra, di un 10% del territorio italiano, considerato molto vulnerabile, concentrato soprattutto in Calabria, Sicilia, costa adriatica, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia-Romagna, Veneto.

LA SALINIZZAZIONE E’ UN FENOMENO globale che favorisce i processi di desertificazione e ha come conseguenza l’abbandono delle terre non più coltivabili da parte di intere popolazioni. Tuttavia, la consapevolezza che dalla salute del suolo dipendono i sistemi alimentari e gli equilibri climatici tarda a farsi strada. Anche nella Cop26 di Glasgow l’agricoltura e l’uso del suolo sono rimasti ai margini del dibattito. Eppure l’attività agricola contribuisce per il 20% alle emissioni globali di gas serra, arrivando al 25% se si considera il sistema alimentare nel suo complesso e si includono lavorazioni dei prodotti, imballaggio e trasporto.

NON PUO’ ESSERCI «TRANSIZIONE ecologica» senza una politica di salvaguardia dei suoli e una agricoltura sostenibile. L’ecosistema suolo rappresenta il più importante serbatoio di carbonio. Si calcola che nei primi 30 cm di suolo sono immagazzinati 680 miliardi di tonnellate di carbonio, più del doppio della quantità presente nell’atmosfera e superiore anche a quella contenuta nella vegetazione terrestre. Attraverso pratiche agricole corrette e salvaguardando foreste, zone umide e torbiere è possibile sequestrare nel suolo grandi quantità di carbonio. Al contrario, l’uso sconsiderato dei suoli, perdita di fertilità, desertificazione, deforestazione stanno determinando una situazione in cui il suolo emette più gas serra di quanto riesca ad assorbirne.

LE POLITICHE AGRICOLE PORTATE AVANTI dai vari paesi non sono andate nella direzione di favorire le coltivazioni agricole sostenibili, la conservazione della biodiversità e il sequestro del carbonio. In un recente rapporto dell’Onu sono stati quantificati i sussidi destinati in questi anni a livello globale all’agricoltura. La cifra è di 540 miliardi di dollari, ma il 90% ha foraggiato l’agricoltura di vasta scala, coltivazioni e allevamenti intensivi che hanno prodotto gravi alterazioni degli ecosistemi e contribuito alla crisi climatica, senza risolvere il problema di più di 800 milioni di persone che soffrono la fame e dei due miliardi che vivono in una situazione di insicurezza alimentare. Anche la Politica agricola comune (Pac) ha privilegiato in questi decenni le grandi aziende e l’agricoltura intensiva, con l’80% dei contributi destinato al 20% delle aziende, piuttosto che favorire produzioni agricole sostenibili, in primo luogo l’agricoltura biologica e l’agroecologia.

LA NUOVA PAC, APPROVATA IN QUESTI giorni, non va nella direzione sperata e non modifica il sistema dei sussidi agricoli finora adoperato. Il suolo non ha ricevuto la necessaria attenzione non solo nel dibattito sui cambiamenti climatici, ma nemmeno rispetto all’altro devastante fenomeno che è il «consumo di suolo», con i suoi effetti irreversibili. Il suolo come bene comune e risorsa limitata e non rinnovabile è un concetto che non si è mai affermato. La Commissione Europea nella direttiva del 2007 definisce il consumo di suolo «una variazione di copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale (suolo consumato)».

L’UNIONE EUROPEA HA FISSATO come obiettivo l’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050. Ma basta analizzare i dati di questi anni per comprendere che si tratta di un obiettivo destinato a rimanere sulla carta. Ogni anno in Europa spariscono quasi 45 mila ettari di suolo e solo alcuni paesi (Francia, Germania, Regno Unito) hanno una legislazione per regolarne il consumo. L’Italia è il paese europeo a più alto indice di occupazione di suolo e non ha una legge che possa ostacolare la devastazione del territorio. Nel 2012 il governo Monti, sulla spinta dei movimenti che invocavano lo stop al consumo di suolo, approvava un disegno di legge che aveva come obiettivo il «contenimento» del fenomeno. Doveva essere l’inizio di una nuova fase, ma il governo Monti e i governi che si sono succeduti non hanno avuto la volontà di portare a termine l’iter legislativo.

NEL 2016 LA CAMERA APPROVAVA un testo che fissava di arrivare nel 2050 al consumo di suolo zero, ma senza definire una gradualità e con discutibili criteri di monitoraggio nel rilevare il fenomeno. La legge si è poi arenata al Senato. Nel gennaio del 2018 un gruppo di 75 esperti, in collaborazione col Forum Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori, ha preparato un testo che è arrivato alle Commissioni Ambiente e Agricoltura per poi finire in qualche cassettoi. Il consumo di suolo non è solamente sottrazione di terreno agricolo, ma va a incidere su clima, ecosistemi, capacità di assorbimento dell’acqua, erosione del territorio. Intanto sta prendendo corpo il Pnrr con i suoi progetti di nuove infrastrutture. Ma senza una normativa nazionale che fissi limiti e criteri si profila all’orizzonte una ripresa accelerata del consumo di suolo.

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dalla pagina https://comune-info.net/la-vita-dipende-dal-suolo/

La vita dipende dal suolo

Miguel Martinez

Non saranno la geoingegneria né altri interventi dall’alto degli Stati a fare la differenza. La lotta contro il cambiamento climatico passa prima di tutto per la nostra vita di tutti i giorni, anche da nostro “non fare”, ad esempio dal non aggredire il suolo. Del resto esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2, anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo: si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe incessantemente CO2 e non costa nulla

Tratta da unsplash.com

Come sanno ormai anche i proprietari di fuoristrada, è in corso un pericoloso cambiamento climatico, strettamente legato alle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Finché il Covid non li ha rimandati tutti a scambiarsi messaggi su Whatsapp, qualche milione di giovani ha protestato per le strade del mondo al grido, “Fate qualcosa!”. Non ne fate una colpa a nessuno, la nostra specie è così: l’ultima manifestazione per il clima a cui ho assistito, pioveva, era il Black Friday, e mentre una decina di attivisti megafonavano in Piazza della Repubblica, qualche migliaio di ragazzi che avevano fatto forca a scuola sono entrati nel negozio della Apple per vedere l’ultimo modello di smartofono. Le buone intenzioni sono indubbie, e infatti l’Inferno, essendone lastricato, gode di modernissime infrastrutture.

“Fare qualcosa” significa fare la guerra, la guerra significa immense quantità di soldi pubblici versati in tasche private in condizioni di controllo minimo (“che stai a cincischiare, è un’emergenza!”). I più entusiasti statalisti, appassionati di novità rivoluzionarie, sono da sempre i grandi capitalisti.

Una serie di proposte riguarda la geoingegneria, con soluzioni creative quanto la bomba su Hiroshima. Ad esempio, visto che il bianco riflette, rendiamo più candido il mondo abbattendo tutti i boschi nelle zone nevose, oppure riempiamo i campi di grano modificato geneticamente per renderlo albino. Un’altra proposta consiste nell’oscurare letteralmente il cielo, riempiendo l’atmosfera di particelle di anidride solforosa sparate con i cannoni o lanciate da aerei militari. Progetti lontani per ora dal realizzarsi, ma che rivelano un atteggiamento mentale che si riconosce subito.

Ora, esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2: anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo. Si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe ogni anno tanto CO2 quanto ne producono gli Stati Uniti e non costa nulla. Ne parla un bell’articolo di Toby Kiers e Merlin Sheldrake su The Guardian.

Confesso una cosa: anche se a scuola ci hanno insegnato che i funghi sono un regno a parte, io almeno quando sento natura penso a un alberello dalle foglie tutte verdi. Con magari sotto qualche piccolo funghetto colorato. Invece, i funghi non sono piante e non sono nemmeno verdi, e vivono quasi totalmente sottoterra, per cui li ignoriamo totalmente. Non sono sicuro che mi ricorderò domani il termine rete fungina micorrizica, che indica l’intima associazione tra funghi (mykos) e le radici delle piante, da cui dipende praticamente tutto.

Quindi apprendo a bocca aperta che nei dieci centimetri superiori del suolo, questa rete è lunga quanto la metà della nostra galassia. E assorbe incessantemente carbonio, nutrendo l’intero sistema di vita dell’unico pianeta nell’universo in cui sappiamo esserci (per ora) vita.

Il nostro pianeta sembra molto grande, ma la vita dipende dal suolo, e il suolo è una crosta sottilissima, e di cui non sappiamo quasi nulla.

Tranne che lo stesso tecnosistema che si propone di bombardare il cielo lo sta avvelenando con pesticidi, fertilizzanti e fungicidi, lo sta cementificando, sta eliminando le innumerevoli varietà di piante che interagiscono con la rete fungina. E se salta la rete fungina micorrizica, tutto ciò che vi cresce sopra è destinato a finire male, compresi OGM superproduttivi o foreste di alberi-soldatino rigorosamente identici piantati a milioni.

La maggior parte dei suoli del mondo è oggi profondamente degradato; e il rilascio dello 0,1 per cento del carbonio immagazzinato dal suolo europeo equivale alle emissioni di cento milioni di automobili.

A quel punto comprendiamo che è assurdo bombardare il cielo e annientare i boschi siberiani, o al contrario piantare un trilione di alberi, come propone qualcuno; è assurdo anche pensare di affrontare la questione partendo dalla sola riduzione delle emissioni delle auto. È assurda tutta la logica della guerra.

Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta. Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo. Allora il pastore gli disse, “lassa u munnu com’è”.

 

giovedì 2 dicembre 2021

La fine del mondo allo specchio

dalla pagina https://jacobinitalia.it/la-fine-del-mondo-allo-specchio/

Lorenzo Zamponi 30 Dicembre 2021

«Don't look up» riflette il dibattito sulla scienza di questi anni. Ma la lezione più importante riguarda il capitalismo e la sua presa mortale su media e politica: è questa la vera minaccia per l’umanità. Le reazioni di questi giorni gli danno ragione

«Un gigantesco meteorite sta per colpire la Terra, moriremo tutti, ma non frega niente a nessuno. Questa è la premessa. Gli scienziati sono sempre più arrabbiati e urlano in tv ‘Moriremo tutti!’. E su internet li odiano perché continuano a dire questa cosa. E poi alla fine un’azienda scopre che il meteorite ha dei minerali di valore al suo interno. E allora vogliono che davvero colpisca la Terra!».

Così si chiudeva, due anni fa, l’intervista di Jacobin al regista Adam McKay, tradotta per il numero 5 di Jacobin Italia. Quel film è uscito nei cinema di tutto il mondo poche settimane fa, e oggi è in cima alla classifica globale di Netflix. Don’t look up, pensato come metafora della reazione del mondo di fronte all’emergenza climatica, parla di scienza, politica, media e capitalismo, e non poteva che far discutere dopo due anni di pandemia e le fratture profonde prodotte proprio dalla combinazione tra questi elementi nelle nostre società. Ed è proprio quella sul ruolo perverso del capitalismo nel rendere totalmente tossiche, e in ultima istanza dannose per la vita stessa dell’umanità, la politica, i media, e anche la scienza, la riflessione più importante che esce dal film. Il dibattito scatenatosi in questi giorni, purtroppo, lo conferma: quella che vediamo sullo schermo è la nostra realtà, riflessa da uno specchio che non la distorce se non in minimi dettagli.

Don’t look up è una parodia tragicomica del genere disaster, di film come Deep Impact, Armageddon, 2012 o The Day After Tomorrow, in cui catastrofi più o meno naturali minacciano l’umanità, non a caso di gran moda negli anni Novanta e Duemila, dopo la fine della Guerra Fredda, quando Hollywood cercava nuovi antagonisti per l’egemonia americana globale. Un tentativo ambizioso, da parte di McKay, di combinare le due parti della sua carriera: quella comico-demenziale di autore televisivo al Saturday Night Live e regista di commedie di culto con Will Ferrell come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e quella di filmmaker impegnato in progetti come La grande scommessa, sulla crisi finanziaria del 2008, e Vice, biografia dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney, che gli hanno fruttato cinque nomination all’Oscar, per non parlare di Succession, serie tv HBO da lui prodotta, che ritrae con sguardo spietato l’élite globale dei super-ricchi. Ambizioso anche nella scala: un film da 75 milioni di dollari, prodotto dallo stesso McKay, e infarcito di star, da Leonardo Di Caprio a Meryl Streep, da Jennifer Lawrence a Cate Blanchett, da Timothée Chalamet ad Ariana Grande. Un affollamento che forse non aiuta la tenuta del film: tanti temi, tante star, tanti registri diversi, dal sentimentale al grottesco passando per la commedia, forse in totale troppa roba tutta insieme perché la narrazione risulti lineare e non straniante a un pubblico educato alla perfetta sequenzialità disneyana dei film Marvel. Ma avrebbe senso un film come questo, così radicato nei drammi fondamentali della nostra epoca, e così grottescamente e paradossalmente realistico, senza un certo straniamento dello spettatore?

Il tema della scienza e dei suoi oppositori è al centro del film fin dalla premessa: cosa succederebbe se, nella scena iniziale di ogni disaster movie, gli scienziati autori di una scoperta terribile si trovassero di fronte, alla Casa Bianca, una presidente ossessionata dai sondaggi e priva di qualunque scrupolo nell’ingannare la sua base ultraconservatrice? Pur trattandosi di una storia scritta prima della pandemia, è difficile non vedere riflesse sullo schermo le battaglie negazioniste delle destre di Trump e Bolsonaro sul Covid-19, dietro allo slogan «Don’t look up!» («Non guardare in alto») lanciato dalla presidente quando la cometa destinata a colpire la Terra risulta visibile a occhio nudo. La tendenza diffusa delle destre più reazionarie a costruire violente campagne propagandistiche antiscientifiche per distogliere l’attenzione da realtà concrete e pericolosissime come la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica è un tema centrale del film, che darebbe spesso la sensazione di calcare troppo la mano sugli aspetti parossistici e grotteschi della vicenda, se non si trattasse di scene che abbiamo visto tutti e tutte con i nostri occhi in questi anni.

Ma letture alla Idiocracy reggono poco. L’idea che la battaglia del nostro tempo sia quella tra la scienza «peer-reviewed», come ripetono spesso i protagonisti, e un popolo di zoticoni ignoranti che non accetta le verità ufficiali, è una lettura, per quanto diffusa tra i commentatori liberal anche in Italia, piuttosto superficiale di Don’t look up. Nel film la scienza è tutt’altro che una pura verità intoccabile difesa da scienziati-sacerdoti incorruttibili ed elitari, alla Roberto Burioni: dalle contraddizioni tra popolarità televisiva e rigore della ricerca ai tentativi di cooptazione da parte della politica, fino all’implicita ma evidente corruzione da parte di Big Tech, la vicenda è costellata di episodi che invitano a riflettere sulla scienza come campo soggetto a forze diverse e attraversato da violenti conflitti. Tanto che la stessa giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence, pur rappresentando nella vicenda la scienza «peer-reviewed», finisce accusata di complottismo dalle stesse narrazioni ufficiali. A sabotare le soluzioni proposte dai protagonisti per salvare il pianeta, del resto, non è l’ignoranza delle persone, o la loro incapacità di accedere alla scienza «peer-reviewed», ma, molto banalmente, il capitalismo. Nella distopia reale di Don’t look up, come in quella in cui viviamo, il vero problema della ricerca scientifica è chi la manovra e chi la finanzia, vedi Great Barrington Declaration, negazionismo climatico e molte altre questioni di cui ci siamo già occupati.

Le armi decisive contro ogni tentativo di prendere seriamente l’emergenza, in Don’t look up, sono la politica, con la sua capacità di dividere le persone in guerre culturali prive di contatto con la realtà concreta e materiale, e i media, che cavalcano queste guerre culturali per costruire nicchie di consumo da nutrire e mobilitare in un chiacchiericcio senza costrutto. Ma il supervillain del film non è la presidente trumpiana interpretata da Meryl Streep, né i due host televisivi rappresentati da Tyler Perry e Cate Blanchett: il vero antagonista è chi finanzia, compra e, in ultima istanza, manovra politica e media, e cioè il capitale, incarnato da un multimiliardario delle telecomunicazioni con l’aria da guru interpretato da Mark Rylance, una specie di somma vettoriale tra Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Gli interessi economici di Big Tech sovrastano tutto e tutto manovrano, compresa la scienza, in parte asservita, per amore o per forza, a quegli stessi interessi. Del resto, se la cometa rappresenta l’emergenza climatica, chi più dei miliardari della Silicon Valley sta investendo sulla creazione di fantasmagoriche soluzioni tecnologiche che le permettano di continuare a inquinare e fare profitti, invece di affrontare le contraddizioni del capitalismo fossile? A sconvolgere continuamente la giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence non è l’ignoranza degli americani o la loro presunta stupidità, ma l’arroganza meschina del potere. A tormentarla fino alla fine è il ricordo del generale che, durante una lunga attesa alla Casa Bianca, ha chiesto dei soldi per portare degli snack in realtà disponibili gratuitamente: pura espressione di potere e del modo gretto e miope con cui viene esercitato. Gli stupidi ignoranti che mettono in pericolo la vita sulla Terra sono i membri dell’élite, di cui la stessa dottoranda dirà: “Non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”.

Nel film, come nella distopia reale in cui viviamo, è il capitalismo a minacciare la vita sulla Terra, con una forza d’impatto su media, politica e scienza che ricorda, più che Burioni o l’élite liberal, il pessimismo critico di Noam Chomsky, o, più classicamente, il marxismo. Adam McKay, del resto, è un socialista convinto, militante dei Democratic Socialists of America e sostenitore di Bernie Sanders, così come il coautore della sceneggiatura è David Sirota, giornalista investigativo, firma di Jacobin e tra i più stretti collaboratori di Sanders durante la campagna presidenziale del 2020. Più che un’allegoria hanno firmato una rappresentazione grottescamente speculare della realtà in cui viviamo. Chiedersi se convincerà o meno il pubblico a fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica ha senso fino a un certo punto: se parlasse anche solo a uno zoomer disincantato come quello interpretato da Chalamet, convincendolo a scambiare il cinismo con l’azione, avrebbe fatto molto più del dovuto. Nel frattempo, ha messo in scena una distopia talmente identica al nostro mondo che è difficile non risultarne inquietati. 

Il quadro spietato del ruolo tossico dei media che Don’t look up tratteggia, oltre che l’ostilità che McKay con Vice e Sirota con il suo lavoro per Sanders si sono attirati nel commentariato liberal, spiegano in parte le critiche raccolte dal film negli Stati uniti e altrove, nonostante il successo di pubblico. E del resto il dibattito scatenatosi in questi giorni conferma in gran parte la diagnosi del film: tra chi liquida il film come fazioso, chi si concentra su dettagli insignificanti come la pettinatura di Di Caprio, chi si sdilinquisce per Ariana Grande senza dedicare un attimo al resto, chi tuona contro le star hollywoodiane che si permettono di farci la morale, chi dice che è troppo arrogante e non convincerà nessuno, le reazioni social sono molto simili a quelle che vediamo nel film stesso. Nella realtà come nella narrazione cinematografica, meccanismi politici e mediatici strutturalmente costruiti per segmentare la popolazione in nicchie culturali autoreferenziali che si concentrano su aspetti totalmente marginali della realtà impediscono alle persone di fare i conti con la realtà stessa, anche quando ha la forma di una gigantesca cometa diretta verso il nostro pianeta. 

Anche di fronte al film che ci racconta questo, reagiamo riproponendo in maniera pavloviana ciò che la nostra bolla si aspetta, o ciò che ci distingue, o ciò che tira acqua al mulino di una o dell’altra delle nicchie della guerra culturale del ventunesimo secolo, cercando in Don’t look up una conferma o meno del nostro posizionamento rispetto alla gestione della pandemia, ai vaccini, alla politica americana, al populismo, o al ruolo di Netflix nell’industria dell’intrattenimento. E, come i personaggi del film, ignoriamo il punto, cioè la gigantesca cometa che si sta fiondando verso di noi. Il capitalismo mette a rischio la nostra vita, come persone e come specie. Il giorno in cui decideremo di guardare in alto e prendere atto di questa semplice realtà non sarà mai troppo presto.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

 

Conflitti nel mondo

dalla pagina https://www.focus.it/cultura/storia/2020-2021-guerre

Da due anni non si combatte solo contro la pandemia: ci sono stati quasi 100.000 tra scontri, guerre e violenze di vario genere.

Dal 2020 tutto il mondo ha combattuto contro un nemico comune, il coronavirus della covid, ma diversi Paesi hanno  anche affrontato guerre o conflitti interni più o meno gravi. I dati raccolti dall'Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) mostrano che gran parte del Pianeta è stato (o è) impegnato in una qualche forma di conflitto, dove per conflitto non si intende solo una guerra vera e propria - come poteva essere quella in Siria - ma in modo più ampio una qualche forma di protesta o lotta armata.


Dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto, tra sommosse, scontri armati, proteste, violenze contro civili, attentati. Per l'Italia, l'ACLED ha registrato 184 scontri totali - ma nessuna vittima. Ben diversa la situazione in altri Paesi, come il Myanmar, dove oltre 3.200 situazioni di conflitto hanno causato quasi 3.500 morti dopo il colpo di stato della giunta militare, o il Messico, dove la violenza è di casa e nell'ultimo anno ha causato oltre 8.000 morti. [...]


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