venerdì 6 agosto 2021

Far memoria perché non accada mai più

 

“Bisogna trovare il coraggio di agire adesso,

per conto dell’umanità presente e futura”


dalla pagina https://ilmanifesto.it/commemorare-le-vittime-non-basta-il-governo-aderisca-al-trattato-che-vieta-la-armi-nucleari/

Commemorare le vittime non basta, il governo aderisca al trattato che vieta la armi nucleari

Pax Christi Italia si unisce a Pax Christi International nel commemorare le vittime di Hiroshima e Nagasaki e nel chiedere anche al nostro Governo l’adesione al trattato sul divieto Nucleare.
In questi giorni solenni del 6 e 9 agosto 2021, commemoriamo gli uomini, le donne e i bambini del Giappone che persero la loro vita quando gli Stati Uniti usarono le bombe atomiche contro le città di Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Decine di migliaia di persone trovarono la morte già nel momento delle esplosioni e molti altri sarebbero poi morti o si sarebbero ammalati a causa delle radiazioni.

Come movimento per la pace, consideriamo questo primo uso di armi nucleari come uno degli eventi più devastanti della storia e un campanello d’allarme che l’umanità non deve dimenticare.
Quest’anno, finalmente, le nazioni di tutto il mondo stanno cercando di intraprendere un’azione congiunta per vietare le armi nucleari.

L’instancabile testimonianza dei sopravvissuti del 1945 ha contribuito ad ispirare i governi e le organizzazioni della società civile a lottare per il nuovo Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore il 22 gennaio di quest’anno. È davvero una pietra miliare che le armi nucleari siano state finalmente vietate dal diritto internazionale e un passo importante per garantire che le atrocità avvenute in Giappone non si ripetano mai più.

Mentre ricordiamo le vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, Pax Christi International invita i governi a procedere rapidamente alla firma, alla ratifica e all’attuazione del trattato sul divieto nucleare. 55 Stati vi hanno già aderito.
L’Austria ospiterà la prima riunione degli Stati sottoscrittori nel gennaio del prossimo anno. Il nuovo trattato consente a tutti i paesi la possibilità di unirsi per porre fine alla minaccia nucleare che incombe sul mondo sin dal giorno dei bombardamenti atomici del 1945. I primi passi concreti dovuti al trattato includono l’assistenza alle vittime dei test nucleari e il ripristino dei siti contaminati dai test nucleari.

Facciamo in modo quindi che questa commemorazione ci dia la forza e la perseveranza, insieme ai sopravvissuti di Hibakusha, ai leader della Chiesa, alle organizzazioni pacifiste, agli attivisti, ai responsabili politici e ad altre persone in tutto il mondo, per continuare il nostro lavoro per il disarmo nucleare e per la giustizia per le persone colpite dalle tragedie nucleari dal gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki.

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Pax Christi International

Hiroshima, 6 agosto 2021: un anniversario da ricordare

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2021/08/hiroshima-6-agosto-2021-un-anniversario-da-ricordare/


Il 6 agosto 1945 la città di Hiroshima in Giappone veniva distrutta dalla bomba statunitense denominata “Little boy” e pochi giorni dopo, il 9 agosto, Nagasaki subiva la stessa sorte con “Fat Man”. Iniziava così l’era degli armamenti nucleari, che sarebbero in breve proliferati negli arsenali di vari stati, arrivando nel corso della Guerra Fredda all’astronomica cifra di circa 70.000 testate, per lo più in mano a Washington e Mosca.

E questo è avvenuto nonostante che fosse poi stato firmato nel 1968 il Trattato di Non Proliferazione, che richiede ai paesi firmatari d’impegnarsi per il disarmo e per l’uso dell’energia nucleare solo a fini pacifici. Con la fine del bipolarismo gli arsenali nucleari si sono ridotti per quantità di testate, ma non dal punto di vista qualitativo. La ricerca di una maggiore precisione e potenza, nonché il miglioramento dei vettori rimangono una politica seguita da tutte le potenze nucleari, come nel caso dei missili ipersonici, altra nuova frontiera della sfida militare.

Oltre 13.000 testate continuano a permanere negli arsenali e quasi 4.000 di esse sono immediatamente operative, pronte a distruggere il mondo. Se poi consideriamo che l’adozione di sistemi d’intelligenza artificiale in questo settore, pur offrendo elevate capacità di analisi ed elaborazione dati, aumenta il rischio di un conflitto dati i margini di errore e le vulnerabilità delle tecnologie informatiche, che potrebbero causare un conflitto che distruggerebbe l’umanità.

Appare preoccupante la permanenza dell’opzione nucleare all’interno dei documenti strategici delle grandi potenze e anche della NATO, che ne ha recentemente ribadito l’importanza affermando l’“impegno a mantenere un mix appropriato di capacità di difesa nucleare, convenzionale e missilistica per la deterrenza e la difesa” (Comunicato del Consiglio Nord Atlantico, Bruxelles 14 giugno 2021).

La Quarta riunione ministeriale dell’Iniziativa di Stoccolma per il disarmo nucleare (Madrid, luglio 2021) ha visto i tre copresidenti (i ministri degli Esteri di Germania, Spagna e Norvegia, Heiko Maas, Arancha Galez Laya e Anne Linde) lanciare un pubblico appello per ridurre in quantità apprezzabile il numero di testate e per “una nuova generazione di accordi sul controllo degli armamenti” strategici. Il ministro tedesco Maas ha dichiarato che “dobbiamo costruire su questo ora, attraverso passi chiari con cui gli Stati dotati di armi nucleari adempiono al loro obbligo e responsabilità di disarmare”.

Come si può notare, anche paesi alleati NATO e filooccidentali richiedono a gran voce un cambio di passo decisivo per il disarmo nucleare, visto che dopo mezzo secolo dalla firma del TNP l’obiettivo finale è ancora lontano ed imprecisato nei tempi. Non è un caso che da parte di oltre 120 paesi, stanchi delle lentezze e delle ambiguità delle potenze nucleari, sia stato poi approvato all’ONU nel 2017 il TPNW, che prevede un disarmo nucleare immediato da parte degli aderenti.

Il TPNW, entrato in vigore quest’anno, purtroppo vede l’assenza tra i firmatari anche dell’Italia, peraltro firmataria del TNP, ma che ospita in Italia (basi di Aviano e Ghedi) decine di testate di bombe statunitensi B-61, destinate ad un’eventuale guerra tattica di teatro, da combattere in Europa, cioè a casa nostra. Questa dotazione di bombe B-61 presso alcuni paesi europei è uno dei motivi ostativi ad un dialogo con Mosca, la quale procede anch’essa nel rinnovo del proprio arsenale nucleare.

E’ necessario che i colloqui e le trattative tra le potenze nucleari, in particolare tra Stati Uniti e Russia, riprendano dopo un lungo periodo di silenzio. Altrettanto importante è che il governo italiano, anche con il sostegno della società civile, avvii un’azione il più possibile condivisa per impedire un’accettazione passiva della realtà degli arsenali nucleari, che costituiscono una grave minaccia alla sicurezza internazionale.

Testate nucleari nel mondo – Stime al maggio 2021

Nazione Strategico

schierato

Distribuito

non strategico

Riserva/Non

distribuito

Scorta

militare

Inventario

totale







Russia 1.600 0 2.897 4.497 6.257
USA 1.700 100 2.000 3.800 5.550
Francia 280 n/d 10 290 290
Cina 0 ? 350 350 350
GB 120 n/d 105 225 225
Israele 0 n/d 90 90 90
Pakistan 0 n/d 165 165 165
India 0 n/d 160 160 160
Corea del Nord 0 n/d 45 45 45
Totale ~3,700 ~100 ~5.820 ~9.600 ~13.100

N.B.:

Legenda: ~ = circa; n/d = dati non disponibili; ? = dati ignoti

Fonte: https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/

Come leggere questa tabella: Le “testate strategiche schierate” sono quelle schierate sui missili intercontinentali e nelle basi dei bombardieri pesanti. Le “testate non strategiche schierate” sono quelle schierate su basi con sistemi di lancio operativi a corto raggio. Le testate “di riserva/non schierate” sono quelle non schierate sui lanciatori e in deposito (le armi nelle basi dei bombardieri sono considerate schierate). La “scorta militare” comprende testate attive e inattive che sono sotto la custodia dei militari e destinate all’uso da parte dei vettori. L'”inventario totale” include testate nella scorta militare e testate ritirate, ma ancora intatte, in coda per lo smantellamento.

Per approfondimenti:

  1. Latella, Sicurezza informatica, armi nucleari e stabilità strategica, in “IRIAD Review”, Marzo-Aprile 2021
  2. Pascolini, Armi ipersoniche
  3. Calogero, Armi nucleari: un rischio catastrofico, in “IRIAD Review”, Dicembre 2020
  4. Sparagna, Le forze nucleari nel 2019 e il nuovo rischio atomico, in “IRIAD Review”, Ottobre 2020

Sull’uso militare dell’Intelligenza Artificiale e sui possibili rischi vedi anche:

LAWS Lethal Autonomous Weapons Systems: la questione delle armi letali autonome e le possibili azioni italiane ed europee per un accordo internazionale, in “IRIAD Review”, Luglio-Agosto 2020

 

IRIAD – Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo 

 

giovedì 5 agosto 2021

Se le risorse per salvare il lavoro finiscono ai fondi speculativi che bruciano l’occupazione

dalla pagina https://altreconomia.it/se-le-risorse-per-salvare-il-lavoro-finiscono-ai-fondi-speculativi-che-bruciano-loccupazione/

Chi decide migliaia di licenziamenti (Gkn inclusa) possiede pezzi importanti del sistema bancario, viene finanziato dalla Bce ed è consulente decisivo della Commissione e degli organismi europei. “Evitare che ciò accada dovrebbe essere una priorità”, scrive il prof. Alessandro Volpi

© fikry anshor - Unsplash

Le vicende di Gkn e di altre aziende italiane devastate, in queste settimane, dai fondi di private equity dimostrano che sono necessarie alcune misure chiare. In primo luogo sarebbe opportuno che questi fondi non beneficiassero della liquidità generata dalla Banca centrale europea (Bce) per uscire dalla crisi, operando finalmente una distinzione fra banche d’investimento, fondi  e banche di credito ordinario. È paradossale che le risorse concepite per salvare l’occupazione finiscano a fondi il cui obiettivo è ridurre l’occupazione per scopi finanziari.

Sarebbe poi necessario che la stessa liquidità non arrivasse a fondi che hanno sede in paradisi fiscali e neppure nei “paradisi legali”, divenuti quasi l’unica geografia conosciuta dal sistema economico nostrano. In terzo luogo serve una tassazione finanziaria globale che non sia simbolica ma incida realmente con il fine di indirizzare le risorse verso investimenti produttivi.

Queste tre misure, qui ridotte all’osso per ragioni di chiarezza, sono rese sempre più indispensabili da una lunga sequenza di elementi che caratterizzano il panorama italiano, di cui si possono fare alcuni, significativi, esempi. Nella proprietà di Melrose industries, il “licenziatore seriale”di Gkn, figurano una serie di hedge funds di consolidata spregiudicatezza, con sedi tra Londra e vari paradisi fiscali. Un posto di rilievo hanno, in particolare Vanguard Group, celebre per il ricorso ai cosiddetti “robo advisor” (una tipologia di consulenti finanziari che forniscono consulenze finanziarie o gestione di investimenti online con un intervento umano da moderato a minimo), e l’immancabile BlackRock che gestisce un patrimonio di 8mila miliardi di dollari.

Nel caso italiano BlackRock possiede il 5,2% di Unicredit, il 5,7% di Mps, il 5% di Intesa Sanpaolo e il 4,8% di Telecom Italia, ma le sue partecipazioni si estendono ad Atlantia, Azimut, Prysmian, Ubi e a numerose altre realtà. Il suo peso, tuttavia, va ben oltre questi numeri: tra il 2016 e il 2018 ha organizzato gli stress test per conto dell’Eba, l’Autorità di vigilanza europea, sulla tenuta delle banche e attualmente è consulente della Commissione europea per lo “sviluppo degli strumenti necessari ad avvicinare il sistema bancario alla sostenibilità ambientale”.

In estrema sintesi: chi decide migliaia di licenziamenti possiede pezzi importanti del sistema bancario, viene finanziato dalla Bce ed è consulente decisivo della Commissione e degli organismi europei. Evitare che ciò accada dovrebbe essere una priorità.

A proposito delle sedi fiscali “di favore” è possibile citare una vicenda assai eloquente che riguarda la famiglia Agnelli. Al vertice dell’“impero” si pone la società semplice “Dicembre”, nata nel 1984, ma di fatto mai segnalata formalmente fino al 2012, nonostante si trattasse di un atto obbligatorio dal 1996. Da allora poi non ci sono stati “aggiornamenti” anche se alcuni dei nomi indicati erano scomparsi.

Di recente “Dicembre” ha proceduto a definire il nuovo assetto da cui risulta che il 60% è nelle mani di John Elkann e il restante 40% è diviso in parti uguali fra Lapo e Margherita Elkann. Questa società “semplice” racchiude la quota principale (pari al 38%) della holding olandese Giovanni Agnelli Bv che attraverso Exor, sempre con sede fiscale in Olanda, gestisce le partecipazioni in Stellantis, ancora con sede fiscale in Olanda (14,4%), in Ferrari (23%), in Cnh, con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale in Olanda (27%), e in PartnerRE Juventus (64%).

Il fatto che ormai si accetti senza grandi remore che il capitalismo italiano non abbia sede fiscale in Italia costituisce un segno di triste sconfitta dell’economia reale. Se poi si osservano con ancora maggiore attenzione altri numeri del quadro nazionale la necessità del cambiamento delle regole accennato in apertura si rafforza ulteriormente. Anche a giugno  2021 l’industria del risparmio gestito ha registrato una raccolta positiva di 5,2 miliardi che portano il saldo dei primi sei mesi del 2021 a poco meno di una cinquantina di miliardi di euro. Nell’insieme il patrimonio complessivo del settore assomma a oltre 2.500 miliardi, un vero e proprio record, di cui il 51% fa riferimento alle gestione collettive e il restante 49% è affidato a quelle di portafoglio.

Da qui deriva gran parte del finanziamento azionario e obbligazionario che viene riversato sull’economia reale. I “leader” in Italia sono la francese Amundi, di proprietà del Crédit Agricole, Deutsche Bank, Jp Morgan Asset Management, Anima, dove il Banco BPM ha circa il 20% e Poste italiane il 10%, e Intesa San Paolo. In pratica, una fetta rilevante delle sorti del Paese è in queste mani; è evidente che non può trattarsi solo di investimenti finanziari ma lo strapotere di pochi monopoli deve essere combattuto da una politica economica in grado di definire le scelte strategiche per l’interesse collettivo.

Questa esigenza discende, infine, da un’ulteriore caratteristica italiana. Il rapporto presentato dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche mette in evidenza alcune questioni centrali per capire le difficoltà italiane. Siamo afflitti da una larga preponderanza di microimprese caratterizzate da bassa capitalizzazione, pressoché totale assenza di innovazione, bassa produttività, alla ricerca costante di lavoro precario sottopagato e dunque, in maniera inevitabile, scarsamente competitive.

Un indicatore su cui il Rapporto insiste molto è costituito dalla bassissima percentuale di imprenditori laureati: solo il 23,7% di tutte le imprese italiane è guidata da un laureato o da una laureata, una delle percentuali più basse in Europa. Peraltro l’età media degli imprenditori italiani non è bassa, attestandosi a 54 anni. Si tratta, per quanto riguarda quest’ultimo dato, di un elemento comune con le pubbliche amministrazioni dove nei prossimi cinque anni andranno in pensione 25mila medici e 42mila infermieri, mentre sono 140mila gli insegnanti con più di 60 anni.

I dati per capire in che modo il Paese potrebbe migliorare sono molto chiari. Quelle che mancano sono, come accennato, le regole in grado di declinare una dimensione pubblica del mercato, ben distinta dal capitalismo ormai autoreferente e autosufficiente, ben oltre i confini del nostro Paese.

Tesla, Amazon, Twitter e Ark Investe stanno, con sempre maggiore insistenza, facendo balenare l’idea di utilizzare le criptovalute, Bitcoin in primis, per i propri pagamenti. Questo significherebbe l’inizio della crisi delle istituzioni monetarie internazionali che perderebbero una parte rilevante della propria autorità. In altre parole, i colossi del capitalismo stanno provando a costruire la propria più completa autosufficienza che può condurre ad un controllo globale dei sistemi della distribuzione, della finanza, della comunicazione e dei pagamenti. Il mondo risulterebbe governato da un club di super ricchi digitali pronti ad occupare ogni spazio economico e sociale, dall’andamento dell’inflazione a quello dei mercati fino all’ultimo baluardo del debito, a cui i Bitcoin tenteranno l’assalto.

 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.


mercoledì 4 agosto 2021

Brusco cambio climatico: bloccare il gas di Eni e il Ccs di Cingolani

dalla pagina https://ilmanifesto.it/brusco-cambio-climatico-bloccare-il-gas-di-eni-e-il-ccs-di-cingolani/

Attenti ai dinosauri. Appello per un impegno concreto della politica e delle istituzioni locali, nazionali e internazionali per una conversione ecologica rapida e sostanziale che ponga un freno al disastro ambientale e climatico in corso

Care/i sorelle e fratelli, compagne e compagni, amiche e amici, tutti quelli che, come noi, stanno conducendo la battaglia affinché venga vissuta con la dovuta consapevolezza la gravità della malattia della Terra.

È peccato che in questo ormai lungo periodo in cui si è parlato tanto di Covid ci si sia occupati solo di dire come si poteva uscire dalla malattia, tanto poco del come e perché ci eravamo entrati! Solo dai movimenti giovanili e da Papa Francesco è venuta una spinta forte, quando ha spiegato in poche parole l’essenziale: che in un mondo malato deperisce l’intera natura, la vita si rigenera a fatica e non possono esserci umani sani!

Per seguire con coerenza questa indicazione dobbiamo dunque occuparci di questa Terra. E ci rivolgiamo a voi in quanto partecipi di un obbiettivo verso il quale operiamo, ciascuno nei propri modi e grazie alle rispettive competenze, perché ci sembra che siamo arrivati ad un punto drammatico, vicino alla soglia dell’irreversibilità, che richiede una iniziativa straordinaria e perciò collettiva, non affidandoci ai comunicati delle assisi dei governanti. Essi risultano ripetitivi non solo sugli obbiettivi da conseguire (a cinque anni di distanza ci si accorda su…Parigi 2015!), ma, ancor peggio, incapaci di imprimere quella svolta culturale, politica ed economica senza la quale il tempo che viene a mancare pregiudicherà la vita stessa sul pianeta. Qui di seguito ci riferiamo in particolare all’impatto del sistema energetico fossile sul clima e la biosfera.

Innanzitutto, non possiamo far passare senza gridare la nostra inquietudine su quanto è accaduto al G20 di Napoli, a partire da un approccio in sostanziale continuità col passato. Nonostante gli effetti catastrofici della sindemia e del deterioramento ambientale si stiano ingigantendo, non c’è traccia di critica al dogma della crescita in nome del quale si è depredata la natura, sono stati messi a rendita i beni comuni, viene deteriorato il vivente, dimenticando le interconnessioni che, tessute nell’universo, ci hanno permesso di abitare il nostro pianeta. Anche nel caso dell’energia, puntare a cambiare produzione mantenendo però intatti i livelli attuali di consumo equivale ad accettare l’inganno tecnocratico pur di sottrarsi alla conversione all’ecologia integrale.

Non basta rimediare al modello disastroso dei combustibili fossili solo con una sostituzione altrettanto totalizzante attraverso le rinnovabili, pur sapendo che il loro impatto inibisce l’emissione di gas climalteranti.  L’abbandono di gas petrolio e carbone offre finalmente l’occasione di partire dalla democrazia territoriale per arrivare alla sufficienza energetica in ogni parte del mondo e per liberare tutta la ricchezza di un ambiente che possiede una sua autonomia, ma noi stiamo rendendo nemico. La Terra continuerà il suo corso, ma noi sicuramente rischieremmo di non sopravvivere.

Per di più, nel produrre e consumare energia si continua a non tenere conto dei bilanci dell’acqua coinvolta nei processi di trasformazione energetica. Si tratta di  consumi trascurati nell’evoluzione del mondo artificiale in progettazione, dimenticando che l’elemento vitale per definizione non è affatto inesauribile e viene consumato in modo e quantità differenti a seconda delle tecnologie cui si fa ricorso. In quantità assai maggiori rispetto, ad esempio, al fotovoltaico o all’eolico, quando si ricorre alla combustione dei fossili per alimentare enormi caldaie per produrre vapore per le turbine, disperso in aria assieme a gas climalteranti e a polveri mortali.

Anche sotto il profilo energetico e in un ricorso non meditato all’idrogeno, l’acqua rischia di diventare la prima fonte di conflitti e guerre, anziché il bene comune essenziale. Se poi si permette che si mercifichi, si può dare l’assalto ai laghi, ai fiumi, ai mari e agli oceani, pur di sprecarla per usi commerciali e di profitto, con conseguente sottrazione agli usi naturali.

Nelle dichiarazioni conclusive al G20 ci preoccupano le dichiarazioni del ministro italiano Cingolani, che, approfittando delle complessità dell’accordo (in particolare per Cina e India, non giustificabili ma storicamente più comprensibili), ha rilanciato il suo pericoloso piano di sequestro della CO2 con interramento per produrre idrogeno da metano. Un’ipotesi,  quella dell’uso del gas nelle centrali per ottenere idrogeno blu, ancor più pericolosa per il carattere sismico del nostro territorio, dilatoria, in quanto se la ritroveranno le future generazioni, costosissima e perfino sconsigliata sul piano finanziario dalla BEI e da Bloomberg. Nonostante ciò il ministro insiste nel ricorso al gas, dopo aver più volte contraddetto con numeri e tecnologie improvvisate l’impegno a passare dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili.

“Se dobbiamo decarbonizzare – ha detto in conferenza stampa – dobbiamo stabilizzare l’energia da rinnovabili. Di contro, la domanda di energia richiede gas almeno fino a che le rinnovabili non riusciranno a garantire adeguata copertura”. Volutamente trascura del tutto che i pompaggi che già ora Enel sarebbe in grado di mettere in funzione rappresentano una stabilizzazione sufficiente della rete, a cui non si fa ricorso perché, sotto le insegne del capacity market, risulta più remunerativo partecipare alle aste di fornitura con l’entrata in funzione fino a 14 centrali a gas: alcune di nuova costruzione, con una sovracapacità che andrà a carico delle bollette. Un prezioso assist all’ENI offerto in un consesso internazionale e nella funzione di rappresentante del governo.

Quindi, niente fossili da lasciare sottoterra, anzi!: ci troviamo di fronte a una serie di progetti destinati a perpetuarsi ben oltre i limiti in cui ottenere la neutralità climatica, mentre poco o nulla si fa in favore delle nuove fonti rinnovabili. Ci riferiamo in particolare alle nuove centrali a gas i cui progetti andrebbero cancellati, come stabilito dalla IEA (International Energy Agency), l’organismo che ha ordinato la cessazione dal 2021 di qualsiasi operazione finalizzata allo sviluppo delle fonti come petrolio e gas.

Distinguere tra carbone da eliminare e gas invece da continuare ad usare, o per dare elettricità in combustione o per produrre idrogeno blu, è operazione che contrasta non con la posizione di un gruppo di ecologisti intransigenti, ma con quella unanimemente adottata dalla scienza. Convinzione appurata sia a partire dai rilievi sulle perdite di gas metano climalterante lungo la catena di approvvigionamento, sia dagli insuccessi forniti dalle sperimentazioni a livello mondiale del pompaggio di CO2 nei sottosuoli, da cui può nel tempo fuoriuscire. Dopo la chiusura dei CCS (Carbon Capture Storage) negli Stati Uniti, la sospensione delle sperimentazioni in sei progetti europei contestati dalla Corte dei Conti UE, è di questi giorni la clamorosa notizia del gigante energetico Chevron, che ha ammesso che il suo più grande progetto mondiale di CCS non è riuscito a raggiungere l’obiettivo quinquennale di seppellire l’anidride carbonica sotto un’isola al largo dell’Australia occidentale.

In realtà, dell’urgenza e della priorità che deve esser data al mutamento radicale del nostro modello energetico non c’è traccia nel PNRR. Ad operare intanto sono però l’ENEL e soprattutto l’ENI, il principale operatore energetico del nostro paese, che ha nel frattempo progettato un aumento delle esplorazioni per ottenere altri 2 miliardi di barili di petrolio (pari ad un aumento del 4% annuo). Pur essendo la più importante azienda partecipata italiana ha discusso dei propri progetti con il Ministro per la transizione e con l’assemblea degli azionisti, ma non in Parlamento. Tanto meno ne è stata informata la popolazione, che pure vive nei territori maggiormente interessati alle soluzioni che verranno adottate.

La questione è assai complessa ma non possiamo non chiedere all’opinione pubblica lo sforzo necessario a capire cosa sta accadendo e a noi tutti di compiere quello di fornire l’informazione necessaria.

Quando l’informazione crea le condizioni per la partecipazione alla definizione di progetti alternativi, si dischiudono scenari imprevedibili, anche perché a fronte dell’eventuale salvaguardia del posto di lavoro degli attuali addetti si possono quantificare multipli di occupazione qualificata e stabile in filiere non fossili, proiettate verso un futuro a ridotto impatto ambientale (per una equivalente quantità di energia prodotta si stimano 6 occupati da impianti eolici rispetto ad 1 da una centrale a turbogas). Ci si ritrova così con una società articolata e non passiva, che si articola sui territori, in cittadini e lavoratori organizzati e istituzioni locali, mette in campo competenze, cura dell’ambiente, attenzione alla salute e alla riproduzione del vivente. In una parola occorre agire criticamente e sottrarre le scelte allo strapotere delle aziende come ENI, ENEL, ma anche A2A.

Nel caso specifico delle alternative fin qui solo accennate sono già in esercizio e sperimentazione soluzioni dettagliate e compatibili con i territori di insediamento: innanzitutto tese alla solarizzazione di paesi e città e all’installazione di pale eoliche ben localizzate e delimitate su piattaforme galleggianti in mare (dove c’è il vento, non a terra dove in Italia non ce ne è abbastanza), naturalmente a molti km dalla costa. Tutto il mare al sud della Sardegna e della Sicilia e lungo tratti di coste tirreniche è particolarmente adatto, tanto è vero che già esistono concrete proposte da vagliare cui fanno riferimento diverse imprese sia per Palermo che per Civitavecchia. Ed, oltre all’eolico, di cui il PNRR si era letteralmente dimenticato, si stanno progettando sistemi fotovoltaici anch’essi assistiti eventualmente da storage di idrogeno o batterie o da pompaggi da riattivare, dopo che ENEL trascura i bacini montani da anni tenuti inattivi, dato che le è conveniente ricorrere a centrali a gas compensate dal capacity market: un meccanismo tipicamente italiano che ha corroborato entro i nostri confini l’interesse di ENEL, delle ex-municipalizzate e soprattutto di ENI nei confronti del metano, ormai non più prioritario nemmeno nel loro raggio di investimenti all’estero.

Nel lanciare un allarme e nel richiamare una partecipazione attenta, non partiamo comunque da zero: oltre a situazioni già in atto -ad esempio in Basilicata a Viggiano e su Tempa Rossa o a Porto Tolle o a Vado Ligure o Brindisi – in particolare a  Civitavecchia,dove la locale Camera del Lavoro CGIL, la FIOM appoggiata dalla segreteria regionale del Lazio, la UIL locale e del Lazio  ed altri sindacati, la CNA di Civitavecchia e Viterbo e le associazioni datoriali Legacoop e Federlazio si sono uniti alle espressioni già presenti in città (comitati contro i fossili, associazioni ambientaliste e nuclei di cittadine/i,) ed hanno ottenuto il sostegno unanime del Consiglio Comunale e di quello della regione Lazio.

Ne è nata una ferma posizione in favore di un progetto basato su eolico e fotovoltaico con storage (pompaggi e idrogeno verde) contro la riconversione a turbogas della centrale oggi a carbone. La popolazione si è mobilitata, assemblee sono state promosse da molti gruppi politici e partiti. Sono state depositate interrogazioni di parlamentari in attesa che la vertenza arrivi sul tavolo del Governo.

Più complesso, ma non meno determinante il caso di Ravenna, particolarmente coinvolta dalla ferma pretesa di ENI di produrre idrogeno blu con CCS e di fare del polo di Ravenna un polo di resistenza per il settore di cui è leader e per il quale mobilita una decisa attività di lobby nelle sedi di Bruxelles. L’unico elemento che tiene in vita i progetti sull’idrogeno blu sono i sussidi a carico dei governi, mentre tutti i profitti vanno alle compagnie petrolifere e del gas. Se ciò appaga la contabilità aziendale di ENI e offre ristorni a breve ai suoi azionisti (anche pubblici), è assai improbabile che diventi popolare tra gli elettori una volta informati del danno ambientale ed economico di un ciclo arrogantemente innaturale.

Come a Civitavecchia, anche a Ravenna  gli attivisti ambientalisti stanno  portando avanti  una iniziativa  di contrasto che, oltre  a produrre diversi momenti di approfondimento  e mobilitazione,  sta aprendo un significativo  confronto con la società  civile, il mondo del lavoro e le OO.SS. ,allo scopo di creare la più  ampia convergenza per aprire una dialettica ed un confronto  con la multinazionale  che opera nei loro territori.

Ma è soprattutto il Parlamento che dovrebbe esigere una pubblica audizione, dal momento che ENI ed ENEL non sono due aziende puramente private, sono partecipate dallo stato italiano.

Scriviamo, a tutte e tutti, per dirvi: quella climatica ed energetica ci sembra l’urgenza oggi tra le più drammatiche seppure inspiegabilmente sottaciuta. Cerchiamo di intervenire tutti, ciascuno nei modi che crede: se ci riuscissimo tutti insieme sarebbe senz’altro meglio.

Promotori a livello locale:

Comitato Città Futura Civitavecchia, Comitato Sole Civitavecchia, comitato no al fossile Civitavecchia, Il paese che vorrei Santa Marinella, Piazza 048 Civitavecchia, Medici Isde Civitavecchia, Forum Ambientalista Civitavecchia, Europa Verde, Coordinamento per il clima fuori dal fossile Ravenna; Movimento no TAP/SNAM Brindisi, Redazione “emergenza climatica.it” Università del Salento

Promotori tematici e a livello interterritoriale:

Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Sì – un’alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale, NOstra,, Task force Natura e Lavoro, Osservatorii sulla transizione ecologica-Pnrr, Ecoistituto della valle Ticino, Comitato Sì alle rinnovabili no all’energia nucleare, Attac, Fairwatch, FAIR, Enrico Gagliano e Roberta Radich (cofondatori coordinamento Nazionale No triv)

 

Invitiamo tutte le organizzazioni che condividono questo appello a riprenderne anche in maniera critica gli spunti e, nel caso, a sottoscriverlo contribuendo ad una informazione e ad una mobilitazione adeguata all’emergenza in cui stiamo precipitando.

 

martedì 3 agosto 2021

L’alibi dello sviluppo sostenibile

dalla pagina https://comune-info.net/lalibi-dello-sviluppo-sostenibile/

Guido Viale

L’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra. Si apre su due fronti – stili di vita e occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione?

Foto di JackieLou DL da Pixabay

La crisi climatica e quella ambientale (incendi e alluvioni) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e Tv. Contro queste crisi l’Europa è corsa ai ripari: con il NextGenerationEU; l’Italia, con il PNRR; gli Stati uniti di Biden, con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano gli Usa.

Ma sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere produttori, consumatori, portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile impostare e poi realizzare una svolta adeguata. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di ciò che i governi sono in grado di mettere in moto.

L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra.

Contenere la temperatura mondiale sotto i 2°C è ormai una chimera (figurarsi 1,5!), ma va perseguito lo stesso senza remore. Perché molte delle misure di “mitigazione” della crisi climatica servono anche per “l’adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.

Carbone, petrolio e gas vanno lasciati sottoterra; l’economia deve funzionare solo con fonti rinnovabili: con un’impiantistica diffusa a livello locale, in comunità più o meno estese, senza il gigantismo dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione, ecc.) che la turbolenza climatica e le crisi sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli Indc.

L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, da risorse rinnovabili e dal riciclo di prodotti scartati, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi.


Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso.

Scendendo di livello, l’auto condivisa per tutti forse sarà ancora praticabile, come complemento di un trasporto pubblico potenziato ed efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Se non si investe ora su questa prospettiva le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema).

Le conseguenze occupazionali sono pesanti – in parte lo si vede già ora – e la ricollocazione degli “esuberi” a nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generali dell’orario di lavoro. Di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.

Il cibo dovrà essere prodotto il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna consumare molta meno carne.

Si ridimensionerà da sé, per i costi, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontano da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: vacanziero, di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso.

La misera fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella delle Olimpiadi invernali del 2026) è un campanello di allarme.

Ma il turismo alimenta milioni di imprese da cui dipende la vita di miliardi di persone. E, ma poi viene “il bello”, per molti le vacanze rappresentano l’unica compensazione alla sofferenza di dover lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?


lunedì 2 agosto 2021

Nella bocca del Drago

dalla pagina Nella bocca del Drago - Comune-info

Alex Zanotelli


Le stime dell’ONU dicono che entro 20-30 anni ben 5 miliardi di persone avranno gravissimi problemi di accesso all’acqua. Intanto, le mani della finanza e delle multinazionali si allungano ogni giorno con maggiore avidità sull’oro blu. Negli Usa si è arrivati a quotare l’acqua in borsa e i due più potenti colossi dell’Occidente, Veolia e Suez, si sono fusi in un unico gigante da 37 miliardi di fatturato. Già dieci anni fa, con il Referendum del 2011, il popolo italiano aveva compreso il pericolo e deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su un bene comune così prezioso. Gli otto governi che si sono succeduti da allora hanno fatto finta di non capire. E ora con il governo Draghi, siamo finiti mani e piedi nella bocca del ‘Drago’, cioè della finanza. Il PNRR mette a disposizione oltre 200 miliardi di euro per rilanciare l’economia, solo 4.38 sono destinati all’acqua ma c’è una paurosa spinta verso la privatizzazione su larga scala. Il PNNR vuole “rafforzare il processo di industrializzazione del settore idrico, favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala”. Più chiaro di così! Si tratta, quindi, di un processo industriale, di una gestione affidata al mercato e ai grandi gruppi industriali. L’Italia è uno dei paesi più colpiti in Europa dal dissesto idrico e, se non facciamo nulla, il rischio è di perdere la metà dell’acqua totale. Non possiamo più restare a guardare. Ritroviamoci insieme l’11 settembre per decidere come reagire

Foto tratta dal Fliker di Aurelio candido

In questa torrida estate, le temperature in Nordamerica hanno superato di 20 gradi le medie stagionali, toccando i 50 gradi nella British Columbia. In Siberia, vicino a Verchojansk le temperature hanno superato i 47 gradi, accelerando lo scioglimento del permafrost!

Ma anche in Europa stiamo toccando temperature sopra i 40 gradi. In Sicilia si sono sfiorati i 45 gradi. Tutto questo per l’Europa significa scioglimento dei ghiacciai, sempre meno piogge normali e invece sempre più spaventose tempeste che fanno solo danni.

È sempre più chiaro che la prima vittima del surriscaldamento è uno dei due beni comuni più preziosi che abbiamo: l’acqua. Un recente rapporto ONU prevede che, entro il 2050, ben cinque miliardi di persone vivranno in zone con carenza idrica.

L’Italia è uno dei paesi più colpiti in Europa dal dissesto idrico e, se non facciamo nulla, il rischio è di perdere il 50 per cento dell’acqua totale. È per questo che gli occhi della finanza e delle multinazionali si stanno posando sull’oro blu, dato che non potranno più lucrare sul petrolio.

La Finanza infatti negli USA ha già quotato in Borsa, a Wall Street, sorella acqua. E anche le multinazionali dell’acqua si stanno preparando all’assalto. E’ interessante notare che le due più potenti multinazionali dell’oro blu in Occidente, Veolia e Suez, si sono fuse in un unico colosso da 37 miliardi di fatturato.

È chiaro che nei prossimi anni sarà l’oro blu l’oggetto del desiderio. Il popolo italiano aveva fiutato questo pericolo, e con il Referendum (2011) aveva deciso che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene comune così prezioso.

Foto di Francesca Caprini

Per questo  abbiamo celebrato insieme il decimo anniversario del Referendum. In questi dieci anni ben otto governi si sono succeduti in questo paese e nessuno è stato capace di obbedire alla volontà popolare, come richiede la Costituzione. Il più grave dei tradimenti è venuto dai Cinque Stelle che avevano fatto della ripubblicizzazione dell’acqua la loro prima stella.

Ora, purtroppo, con il governo Draghi, siamo nella bocca del ‘Drago’, cioè della finanza. Infatti con il PNRR, Draghi mette a disposizione oltre duecento miliardi di euro per rilanciare l’economia, ma solo 4.38 miliardi di euro sono destinati all’acqua, un po’ pochi! Ma sopratutto nel PNRR c’è una paurosa spinta verso la privatizzazione dell’acqua su larga scala.

Il Piano vuole affidare il servizio idrico a gestori efficienti. Questo perché – secondo Draghi – “ il quadro nazionale è ancora caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche e da scarsa efficienza e capacità industriale dei soggetti attuatori nel settore idrico, soprattutto nel Mezzogiorno”.

Questo ritornello dell’incapacità del Mezzogiorno di gestire bene l’acqua , ritorna spesso nel PNRR. Una cosa mi sembra chiara: il modello idrico per Draghi sono le multiutility del Nord: Acea, Iren, A2a e Hera.

Infatti il Piano PNRR  vuole “rafforzare il processo di industrializzazione del settore idrico, favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala”. Più chiaro di così! Si tratta quindi di un processo industriale, di una gestione affidata a grandi gruppi industriali.

E’ il mercato che decide le regole, la gestione ‘in house’ è l’eccezione. Anzi il Piano chiede che “in caso di mancato ricorso al mercato per la gestione dei servizi idrici, le amministrazioni locali devono dare una motivazione anticipata e rafforzata  della loro decisione”.

In poche parole, tutto questo significa che i 4,38 miliardi verranno dati alle multiutilities del Nord perché gestiscano l’acqua del Sud. Non lo possiamo accettare!

Per questo mi appello a tutti i comitati del centro-sud perché si mobilitino contro questa grave eventualità. Anche la grande vittoria, che abbiamo ottenuto a Napoli con la ripubblicizzazione dell’acqua, potrebbe essere messa in discussione da questo processo di gestione industriale.


Per cui chiedo al Forum di aiutare i comitati del centro-sud a fare rete e a collegarsi per contestare questo piano diabolico. Per realizzare questo ritengo fondamentale ritrovarsi insieme l’11 settembre per decidere come reagire. Per realizzare questo chiedo aiuto anche al Forum. Sono sicuro che tutti insieme possiamo bloccare la privatizzazione dell’acqua al centro-sud.

I comitati del Mezzogiorno hanno già ottenuto delle splendide vittorie:  ad Agrigento si è appena costituita l’azienda speciale consortile e anche Siracusa ha scelto la strada della ripubblicizzazione dell’acqua.

Vorrei però ricordare ai comitati del centro-nord che questa politica di ‘industrializzazione del settore idrico’ del governo Draghi avrà effetti devastanti anche al Nord. Per questo chiedo al Forum, chiedo a tutti un altro sforzo per dire No a questo ennesimo attacco neoliberista all’acqua, la madre di tutta la vita su questo Pianeta.

Non possiamo permetterci di privatizzare anche la Madre. “L’acqua non è una merce”, ci ha detto con forza Papa Francesco. È un impegno radicale il nostro perché vinca la Vita!