giovedì 11 giugno 2020

Origine del Covid-19: Perché le relazioni uomo-animale devono cambiare

dalla pagina https://www.peopleforplanet.it/covid-19-perche-le-relazioni-uomo-animale-devono-cambiare/

Elisa Poggiali, 26 Marzo 2020

Anche se questo messaggio continua a circolare, l’origine del Covid-19 non è artificiale. E’ invece dimostrato derivare dalle relazioni troppo ravvicinate con il mondo animale.

La distruzione o l’invasione degli equilibri ecosistemici, che porta al cosiddetto “salto di specie”, è la prima causa dell’attuale pandemia del virus SARS COV2, e questo ci porta a dover ripensare molte attività economiche e pratiche che hanno parecchio a che fare con il cambiamento climatico e l’uso dei suoli.
Il salto di specie, o spillover, dai pipistrelli all’uomo senza ospite intermedio, è stata la prima causa alla quale i ricercatori hanno pensato relativamente alla malattia COVID-19: infatti i primi casi infettati erano collegati all’esposizione diretta al mercato all’ingrosso di frutti di mare di Huanan a Wuhan. Tuttavia, i casi successivi non sono stati associati a questo meccanismo di esposizione ed è rimasto comunque da dimostrare se avvenuto per spillover o se solo da trasmissione da uomo a uomo.

11 miliardi di persone nel 2030

La crescita della popolazione nel 2030 si attesterà su circa 11 miliardi di persone e l’attuale modello di crescita di moltissimi paesi prevede che per sfamare tutti si debba procedere con un uso sempre più massivo delle produzioni animali e agricole, e di conseguenza di antibioticiacquapesticidi e fertilizzanti; al contempo questa presenza così diffusa e quasi ubiquitaria dell’uomo faciliterà aumento e tassi di contatto tra questi e gli animali selvatici e domestici: il tutto comporterà l’emergere e la diffusione di agenti infettivi. La conclusione appartiene allo studio di Jason R. Rohr, Malattie infettive umane emergenti e collegamenti con la produzione alimentare globale, per il quale il contatto sempre più spinto e frequente tra uomo e animali selvatici è tra le cause principali di questo passaggio.
Anche lo studio di Andersen K.G. pubblicato pochi giorni fa su Nature MedicineL’osservazione sistematica delle sequenze genetiche di SARS COV-2, fa vedere, senza ombra di dubbio, l’origine naturale e zoonotica, in particolare derivante da pipistrelli e pangolini. È dunque dimostrata anche la falsità di un’origine del virus in laboratorio o che sia stato appositamente manipolato. Ma è soprattutto dimostrato quanto sia fondamentale per tanti aspetti, che poi riportano comunque tutti alla salute, mantenere il delicato equilibrio tra ecosistemi diversi e dentro questi.
Questa pandemia può davvero rappresentare un’opportunità per molti aspetti, e la risposta non può essere solo “reattiva”, cioè limitata ai farmaci, vaccini, sussidi, o peggio, solo al buonismo dei balconi. Di certo la risposta deve riguardare anche gli investimenti nella sanità pubblica a 360 gradi, ovvero su quelle risorse che possono salvarci la vita, e su quelle persone, e quindi categorie, che oggi stanno cercando di salvare vite e sono in prima linea. Ma non solo.

Attività economiche ad alto impatto ambientale

In questi tempi pieni di incertezze che vanno sotto il nome di Antropocene e di Capitalocene, dove appunto la distruzione, il mutamento o comunque l’invasione di nuovi ecosistemi fanno purtroppo parte di molte attività economiche ad alto impatto ambientale presenti ancora e consentite, la svolta per garantire il funzionamento e il rispetto degli ecosistemi della Terra non può che avvenire anche a livello di cambiamento climatico e di cura dell’ambiente, a livello sociale, a livello economico. Il rischio, altrimenti, è che il disastro si ripresenti sotto questa forma o un’altra.
Potranno essere eventi metereologici estremi, saranno incendi di tundra e foresta, o lo scioglimento dei ghiacciai che libera permafrost, virus e batteri sconosciuti, o ancora l’innalzamento dei livelli marini su tempi più lunghi, certo, ma non così lontani o infine, appunto, una nuova pandemia.
Gli animali selvatici quindi possono essere portatori sani di virus, e se vi fosse il rispetto della natura e di questi equilibri, non ci sarebbe contatto con l’uomo e quindi non passerebbero su larga scala a infettare così tante persone. A ciò si aggiunge che, anche là dove non sia l’uomo per primo invasore degli habitat o distruttore, lo stesso cambiamento climatico costringe le specie a venire a contatto con altre specie che potrebbero essere vulnerabili alle infezioni.

Anche la caccia e il cambiamento di uso del suolo, come la trasformazione di boschi in campi coltivati per assicurare mangimi agli allevamenti intensivi o per bio-carburanti, possono essere responsabili di un contatto alterato con la fauna. Al contrario mantenendo gli ecosistemi intatti, riducendo al massimo gli allevamenti intensivi – un vero flagello per il pianeta anche per molti altri aspetti – si riducono le probabilità di contatto e trasmissione di agenti patogeni tra uomobestiame e fauna selvatica.
Secondo Moreno Di Marco (et al. “Opinione: lo sviluppo sostenibile deve tenere conto del rischio di pandemia-PNAS”, 25 febbraio 2020 117 (8) 3888-3892), circa il 70% delle malattie infettive emergenti e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali (la maggior parte nella fauna selvatica) e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e/o domestici e umani. L’emergenza della malattia si correla con la densità della popolazione umana e la diversità della fauna selvatica, ed è guidata da cambiamenti antropogenici come la deforestazione e l’espansione dei terreni agricoli (cioè, il cambiamento nell’uso del suolo), l’intensificazione della produzione di bestiame e un aumento della caccia e del commercio della fauna selvatica.
«L’umanità sta gravando pesantemente sulla Terra. Abbiamo enormemente aumentato la nostra ‘Impronta ecologica’. Perturbando i sistemi che supportano la vita sulla Terra mettiamo in pericolo la nostra stessa salute e le possibilità di sopravvivere. E il percorso non potrà essere ancora lungo finché continueremo a lasciare ‘impronte’ come quelle che hanno fin qui caratterizzato il nostro sviluppo».
Tratto dal saggio: Malattia, uomo, ambiente. La storia e il futuro. Di Tony Mc Michel.

mercoledì 10 giugno 2020

Fregate all’Egitto, la Commissione d’inchiesta su Giulio Regeni convoca Conte

dalla pagina https://ilmanifesto.it/fregate-allegitto-la-commissione-dinchiesta-su-giulio-regeni-convoca-conte/

Egitto/Italia. Lo annuncia il presidente Erasmo Palazzotto. La famiglia: «Offesi e indignati». Reazioni anche da Pd e M5S, ma non c'è stato governo italiano che non abbia venduto armi ad al-Sisi



Il premier italiano Conte con il presidente egiziano al-Sisi





La notizia la rende nota il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto (LeU): «Alla luce degli ultimi rilevanti sviluppi in ordine alle relazioni bilaterali italo-egiziane, l’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha deliberato all’unanimità di procedere ad audire urgentemente il presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte».
Gli ultimi sviluppi: lunedì l’Italia avrebbe dato il via libera – in una telefonata di Conte al presidente egiziano al-Sisi – alla vendita di due fregate Fremm di Fincantieri (Spartaco Schergat e Emilio Bianchi, 1,2 miliardi di euro) al regime egiziano.
Una luce verde che ha provocato la reazione dei genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, che si sono detti «offesi e indignati», «traditi». E che segue anni di profittevole business per l’industria bellica italiana con l’Egitto della repressione: nel 2019 è stato registrato un boom di autorizzazioni alla vendita, 871 milioni di euro.
Ora, con le fregate e il resto del pacchetto (caccia e velivoli da addestramento) che coinvolgerebbe anche Leonardo, quel boom è uno sbiadito ricordo: si parla di cifre che oscillano tra i 9 e gli 11 miliardi di euro.
Conte, aggiunge Palazzotto, deve «urgentemente» riferire sugli sviluppi del caso Regeni. Inesistenti, visto lo stallo voluto e radicato dal regime egiziano.
Reazioni arrivano dal Pd: Laura Boldrini cita l’arresto di Patrick Zaki e Lia Quartapelle definisce la vendita pericolosa visto il coinvolgimento egiziano nel caos libico. Gianluca Ferrara (M5S) parla di fatto grave e della necessità di risolvere il caso per poter normalizzare i rapporti. Che sono però già normalissimi. Senza dimenticare quello che il Cairo fa agli egiziani, sottoposti a una repressione brutale e tentacolare. A cui ogni governo italiano, dal 2013 a oggi, ha venduto armi.
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leggi anche:


martedì 9 giugno 2020

Via libera dell’Italia: le due fregate Fremm all’Egitto

dalla pagina https://ilmanifesto.it/via-libera-dell-italia-due-fregate-fremm-all-egitto/

Egitto-Italia. Confermato quanto scritto dal manifesto lo scorso febbraio: l'Italia avrebbe autorizzato la vendita di due navi da guerra Fincantieri all'Egitto, valore stimato 1,2 miliardi di euro



Il via libera sarebbe stato dato ieri dal primo ministro Conte al presidente egiziano al-Sisi: l’Italia autorizza la vendita, dice una fonte qualificata all’Ansa, di due fregate Fremm della Fincantieri all’Egitto. Si tratta della Spartaco Schergat e della Emilio Bianchi, come anticipò il manifesto lo scorso 5 febbraio.
Non finisce qui: le due navi sarebbero parte di un pacchetto più ampio che coinvolge anche Leonardo, tra 9 e 11 miliardi di euro. Da sole le due fregate ne varrebbero almeno 1,2. La notizia giunge a pochi giorni dalla pubblicazione dei dati di Rete Disarmo sull’export militare italiano al regime del Cairo: un boom di 871 milioni dai 69 del 2018. E giunge a quattro mesi esatti dall’arresto dello studente Patrick Zaki. (c.c)

Armi all’Egitto: Italia punta a commessa del secolo, ma gli attivisti non ci stanno

dalla pagina https://www.osservatoriodiritti.it/2020/06/08/armi-egitto-italia-vendita/

Un affare militare da 9 miliardi di euro tra Roma e il Cairo. Soldi con cui il presidente al Sisi intende mettere a tacere le proteste per la mancata collaborazione sulle indagini per l'uccisione di Giulio Regeni. Le associazioni pacifiste e per i diritti umani invitano a mobilitarsi: bloccare l'affare è ancora possibile

Alenia Aermacchi T-346A Master - Foto: Gian Marco Anzellotti (via Wikimedia)

La chiamano già la «commessa del secolo». Un affare da 9 miliardi di euro per rifornire gli autocrati golpisti del Cairo dei più moderni sistemi militari italiani. Compresi quelli «non cedibili all’estero, pena la diffusione sostanziale di segreti e tecnologie militari nazionali», spiegano fonti ben informate.
C’è dentro tutto l’arsenale bellico del tanto declamato Made in Italydue fregate multiruolo Fremm destinate alla Marina miliare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), ma anche altre quattro navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346. Un contratto, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopoguerra, che farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani.

Armi italiane all’Egitto: così al Sisi vuole mostrarsi un partner affidabile

È l’astuta “mossa del cavallo” del faraone del Cairo. Quella che, con uno spostamento a elle sulla scacchiera, gli permette di liberarsi di un impiccio e di uscire da una situazione critica. L’impiccio per il Cairo è – come noto – l’inchiesta dei magistrati italiani sull’omicidio di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso in Egitto e sulla cui morte le autorità egiziane non hanno mai contribuito a fare chiarezza.
La situazione critica è quella del riverbero internazionale delle terribili condizioni, dal carcere alle torture, in cui riversano in Egitto gli oppositori politici, giornalisti, sindacalisti, universitari, difensori dei diritti umani: non ultimo Patrick Zaky.
Con una sola mossa (l’acquisto di sistemi militari italiani), il presidente al Sisi mira non solo a fare tabula rasa delle rimostranze per la gestione del caso Regeni, ma soprattutto intende accreditarsi agli occhi dell’Italia come un partner affidabile e rispettoso dei diritti umani: quale Paese venderebbe mai un intero arsenale militare ad un autocrate che permette l’assassinio di un suo cittadino? Tanto più quanto questo Paese ha tra le sue leggi quella che vieta espressamente di esportare armi a nazioni «i cui governi sono responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani»?

Leggi anche:
 Egitto e diritti umani: lavoratori nel mirino di Al Sisi
 L’Egitto contro gli attivisti


Disegno di Gianluca Costantini

Pochi politici italiani contro vendita armi all’Egitto

Sono state poche e flebili le voci del mondo politico nei confronti dell’affare militare tra Roma e il Cairo. Lo scorso febbraio, la capogruppo Pd in commissione Esteri alla Camera, Lia Quartapelle, ha evidenziato con un ampio post sulla sua pagina Facebook che «‪le considerazioni politiche da tenere in conto sono due. Abbiamo forti divergenze strategiche con l’Egitto rispetto alla Libia. (…) Vendere assetti di guerra a un paese che non condivide, ma anzi avversa la nostra visione strategica sul Mediterraneo non ha senso dal punto di vista della politica estera».
Ed ha aggiunto: «Finché le autorità egiziane non collaboreranno per arrivare a un accertamento processuale regolare su chi ha rapito, torturato e ucciso Giulio e sui mandanti, non si può considerare l’Egitto come un paese con cui intrattenere normali relazioni tra alleati. (…) Non c’è politica commerciale senza politica di sicurezza», ha concluso Quartapelle.
Più esplicito Erasmo Palazzotto (Leu), presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni: «Garantire l’approvvigionamento di armi a un paese come l’Egitto ci fa perdere credibilità, oltre a essere in aperto contrasto con gli impegni assunti da governo e parlamento sulla ricerca della verità», ha detto Palazzotto in un post riportato sulla pagina Facebook di Sinistra Italiana.
Qualche giorno prima, Nicola Fratoianni (Leu), commentando l’arresto al Cairo del giovane egiziano studente all’università di Bologna, Patrick Zaky, aveva affermato: «Se pensiamo poi che c’è qualcuno in qualche ufficio del governo del nostro Paese che addirittura vorrebbe vendere delle navi militari a questi signori, di fronte a questi fatti è ancora più forte la voglia di chiederne l’allontanamento».
Forse me li sono persi, ma non ho trovato altri pronunciamenti da parte di esponenti del mondo politico. Spicca soprattutto il silenzio dei portavoce del Movimento Cinque Stelle: non vogliono mettere in imbarazzo il ministro degli Esteri?

La denuncia delle associazioni pacifiste

Forte e chiara si è alzata, invece, la voce delle associazioni della società civile. In un comunicato congiunto, Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace hanno definito «inaccettabile, oltraggiosa e in aperto contrasto con le norme sancite dalla legge vigente» la possibile imminente autorizzazione da parte del Governo italiano di ingenti forniture militari alle forze armate dell’Egitto.
«La legge n. 185 del 1990 – riporta la nota – non solo vieta esplicitamente le esportazioni di armamenti verso i Paesi i cui  governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, ma prescrive che l’esportazione di materiale di armamento e la cessione della relative licenze di produzione “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”». Per questo le due Reti hanno chiesto «al ministro degli Esteri di riferire in Parlamento» e a tutte le forze politiche di «manifestare la propria contrarietà alle nuove forniture militari all’Egitto».

Nuove pressioni dalla campagna “banche armate”

Rilanciando l’appello delle Reti pacifiste, le tre riviste promotrici della Campagna di pressione alle “banche armate” (Missione Oggi dei missionari Saveriani, Nigrizia dei missionari Comboniani e Mosaico di Pace del movimento Pax ChristI), hanno posto l’attenzione su un aspetto cruciale: il finanziamento per la produzione e la vendita dei sistemi militari.
«Come per i contratti per sistemi militari già effettuati nel 2019, in questi casi si rendono necessari prestiti, anticipi e garanzie finanziare da parte degli Istituti di credito» (leggi Armi italiane: calano (di poco) gli affari dell’export, proseguono le violazioni. Le tre riviste chiedono perciò «a tutti gli Istituti di credito di manifestare pubblicamente il proprio diniego a concedere prestiti e servizi finanziari per la vendita da parte dell’Italia di sistemi militari all’Egitto».
Di più. Le tre riviste pacifiste invitano le comunità religiose ed ecclesiali, le associazioni e i gruppi territoriali a contattare i propri Istituti di credito per chiedere di non finanziare la produzione e l’esportazione dei sistemi militari destinati all’Egitto. «In caso di mancata risposta o di una risposta negativa  – riporta l’appello – invitiamo a valutare la possibilità di trasferire il proprio conto corrente presso Istituti di credito che hanno assunto una posizione chiara in questa materia e direttive rigorose e trasparenti per quanto concerne il finanziamento e il sostegno alle aziende militari e al commercio delle armi».

Armi all’Egitto: fermare l’affare è ancora possibile

La fornitura all’Egitto delle due fregate della Marina Militare pare sia in dirittura d’arrivo. Ma il consistente affare militare per le altre fregate, i pattugliatori, i caccia e gli aerei addestratori non è concluso. Nonostante siano state autorizzate le trattative tra Roma ed il Cairo, il ministero degli Esteri ed il governo possono tuttora non concedere l’autorizzazione all’esportazione di sistemi militari all’Egitto.
Proprio per queste le reti della società civile stanno per lanciare un’ampia mobilitazione attraverso i social media. È fondamentale che tutti coloro a cui stanno davvero a cuore verità e giustizia per Giulio Regeni, la scarcerazione di Patrick Zaky e di tanti attivisti dei diritti umani facciano sentire la propria voce al governo italiano e a tutte le forze politiche. Possiamo ancora fermare il colossale e vergognoso affare militare. Dobbiamo farlo. Spetta a noi.

lunedì 8 giugno 2020

«Il virus è la malattia del pianeta stressato»

Articolo del 25.03.2020, intervista al prof. Gianni Tamino
dalla pagina https://ilmanifesto.it/il-virus-e-la-malattia-del-pianeta-stressato/

Intervista. Per il professor Gianni Tamino, che indaga il rapporto tra ambiente e salute, l’alterazione dell’ecosistema favorisce le epidemie



Intorno alla pandemia causata dal nuovo coronavirus si sta sviluppando un intenso dibattito sugli aspetti sanitari. Anche nel campo delle scienze sociali, per l’impatto che il virus sta avendo sulle nostre abitudini e stili di vita, si stanno producendo riflessioni ed analisi.
Si è sviluppato solo parzialmente, invece, il dibattito sul rapporto che intercorre tra la condizione ambientale e l’insorgenza di una epidemia. Per contribuire a colmare questo vuoto ci siamo messi in contatto con il professor Gianni Tamino (docente di Biologia generale all’Università di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari), impegnato da molti anni a indagare il rapporto tra ambiente e salute.
Quale relazione esiste tra questa pandemia e le profonde trasformazioni che il pianeta sta subendo? Lei ha più volte fatto riferimento alla capacità di carico e al deficit ecologico che sta caratterizzando il pianeta.
Sulla base della capacità di carico si può misurare la capacità rigenerativa del pianeta. Nel caso della popolazione umana si parla di «impronta ecologica». L’Overshoot Day indica il giorno in cui il consumo delle risorse supera la produzione che la Terra mette a disposizione per quell’anno. Per il 2019, il giorno è stato il 29 luglio. Significa che in sette mesi abbiamo esaurito tutte le risorse che il pianeta rigenera in un anno. Bisogna risalire agli anni ’80 per trovare un equilibrio tra risorse consumate e risorse rigenerate dalla Terra. Si è determinato un deficit ecologico che comporta esaurimento delle risorse biologiche e, nello stesso tempo, produzione di rifiuti, effetto serra, alterazione della biodiversità, con squilibri che sono alla base dell’insorgenza di molte malattie. Quanto più si superano i limiti della disponibilità del territorio e si altera l’ambiente, tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifestano carestie, guerre, epidemie. Il rapporto del 1972 su I limiti dello sviluppo anticipava molte delle questioni attuali.
Le risorse naturali vengono consumate a un ritmo sempre più accelerato e cresce la produzione agricola, ma non si riescono a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutti, ma malattie e malnutrizione sono presenti in diverse aree del pianeta.
La Fao calcola che la produzione attuale di cibo sarebbe in grado di sfamare fino a nove miliardi di persone, ben al di sopra dell’attuale popolazione. Sta di fatto che un miliardo di persone soffre la fame a causa di forme di produzione non sostenibili e una iniqua distribuzione. La riduzione delle terre coltivabili, la perdita di fertilità dei suoli, l’estensione delle monocolture, l’inquinamento ambientale, sono alcuni dei fattori che incidono sulla disponibilità di cibo. Il 70% della superficie agricola è destinata alla produzione di mangimi per animali. La biomassa del miliardo e mezzo di bovini che viene allevato è molto di più della biomassa umana. Inoltre, lo spreco alimentare, pari al 30% di tutta la produzione che si verifica nel corso di tutto il processo produttivo e distributivo, aggrava la situazione.
I cambiamenti climatici e l’alterazione degli habitat creano le condizioni favorevoli all’insorgenza di malattie cronico degenerative e di epidemie. Quale è il legame tra un ambiente degradato e la diffusione di una epidemia?
Le enormi quantità di energia di origine fossile che abbiamo impiegato a partire dalla Rivoluzione Industriale hanno prodotto una situazione che rischia di diventare irreversibile. I cambiamenti climatici e l’inquinamento del pianeta rappresentano una seria minaccia per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. L’inquinamento ambientale sta producendo gravi conseguenze sulla salute umana ed è responsabile della morte prematura di almeno 10 milioni di persone ogni anno nel mondo. L’incremento di malattie cronico degenerative sta determinando un indebolimento di ampie fasce della popolazione, che risulta meno idonea a difendersi dalle malattie infettive e dalle nuove epidemie.
Il contatto sempre più ravvicinato con gli animali selvatici e i loro patogeni rendono più facile il salto di specie, ma anche gli allevamenti intensivi rappresentano una condizione potenzialmente pericolosa per la diffusione di epidemie.
Il salto di specie di un virus da un animale all’uomo è sempre un evento preoccupante, sia che si tratti del pipistrello (per il nuovo coronavirus) o dei polli e suini (per l’influenza aviaria e suina), perché la popolazione è priva di difese immunitarie specifiche e il virus non trova ostacoli. Per questo è necessario contenere la diffusione riducendo i contatti tra le persone. In questi mesi stiamo affrontando una pandemia virale, ma il futuro potrebbe riservarci pandemie causati da batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico. Negli allevamenti intensivi, a causa dell’elevata concentrazione di animali e del massiccio impiego di antibiotici, si creano le condizioni favorevoli allo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Se una salmonella o un ceppo di Escherichia coli sviluppassero resistenza agli antibiotici, si determinerebbe una situazione drammatica perché non saremmo in grado di controllare il contagio.
Un rapporto dell’OCSE del 2018 afferma che nei prossimi 10 anni avremo più di 600 milioni di persone residenti in aree segnate da conflitti, in condizioni di povertà ed esposte a epidemie.
Si tratta dell’80% della popolazione più povera del mondo che si trova all’interno di stati fragili e che vive una condizione di emergenza a causa dei cambiamenti climatici. Le popolazioni fragili e indebolite di questi paesi sono «terreno fertile» per la diffusione di epidemie. La precaria condizione sanitaria non consente di affrontare le epidemie che dovessero insorgere e che le inevitabili migrazioni trasformerebbero in pandemie.
Recentemente ha affermato che questa pandemia può essere un «utile avvertimento» per evitarne di nuove e più gravi.
Il Covid-19 è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta. Questa pandemia non ha una letalità elevata, anche se è alta la contagiosità. Nella Pianura Padana, soprattutto in Lombardia, sta colpendo una popolazione anziana e indebolita da patologie pregresse. E l’inquinamento dell’ambiente svolge un ruolo fondamentale nell’insorgenza di queste patologie. Riusciamo a tenere in vita più a lungo le persone, ma non siamo in grado di garantire una vita sana. A fronte di una età media più elevata, la nostra «aspettativa di vita sana» si è ridotta. Per arginare le future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi.

sabato 6 giugno 2020

UNA «RETRIBUZIONE UNIVERSALE»

dalla pagina https://www.laciviltacattolica.it/articolo/una-retribuzione-universale/


Un urgente discernimento collettivo


Gaël Giraud | Quaderno 4079 | pag. 429 - 442 | Anno 2020 | Volume II | 6 Giugno 2020

Nella sua Lettera ai movimenti popolari, pubblicata nel giorno di Pasqua, il 12 aprile 2020, papa Francesco ha chiesto l’istituzione di una «retribuzione universale» di base: «Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore [ndr - nessuna persona] senza diritti»[1].
La proposta non ha mancato di suscitare reazioni, sia entusiaste sia critiche. Queste sue affermazioni significano forse che il Santo Padre abbraccia la causa di un reddito universale, versato a tutti, senza condizioni? O egli intende difendere il principio del giusto salario per tutti i lavoratori? E poi, se davvero si sta parlando di un reddito universale senza condizioni, in che modo un’attenzione autenticamente evangelica ci può orientare per valutare bene le condizioni pratiche di una sua attuazione? Oppure si tratta semplicemente di un’utopia irrealizzabile?
Sono domande che vanno poste, tanto più oggi, dal momento che la gestione «medievale» della pandemia di coronavirus praticata da molti Paesi[2] minaccia di far sprofondare gran parte del nostro Pianeta in una depressione economica grave almeno quanto quella vissuta in Occidente negli anni Trenta del secolo scorso. Di fronte all’esplosione di disoccupazione e povertà, che d’ora in poi probabilmente ci accompagnerà per tutto il decennio 2020, anche in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, questa «retribuzione universale» può essere considerata una delle soluzioni per aiutarci a uscire dalla trappola deflazionistica? Essa può contribuire a risolvere anche l’enorme sfida della povertà globale?
Una questione teologale
Il problema principale posto dalla Lettera del vescovo di Roma è il riconoscimento di questi fratelli e sorelle dei movimenti popolari e di coloro per i quali essi lavorano: «So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato»[3]. Francesco invita a combattere l’invisibilità di questi «poeti sociali», con lo stesso sguardo attento avuto da Cristo verso quella vedova che versava discretamente il suo obolo nel tesoro del tempio (cfr Mc 12,38-44).
Questa sfida è spirituale e politica insieme. Essa richiede certamente una conversione dello sguardo individuale di ognuno di noi, ma anche una riforma delle strutture sociali che producono e mantengono l’invisibilità di coloro che vivono alla periferia delle nostre società[4]. La possibilità di risultare visibili nello spazio pubblico non si fonda esclusivamente sulle prestazioni individuali, ma dipende dalle regole sociali che legittimano e migliorano la nostra vita ordinaria o, al contrario, la rendono precaria e la squalificano. Visibilità e invisibilità non sono affatto qualità naturali, ma modi sociali di confermare o negare i nostri stili di esistenza[5]. Declassamento, emarginazione e mancanza di lavoro marginalizzano le persone al punto di cancellarle, escludendole da tutte le forme di partecipazione; il lavoratore subordinato, il precario, l’escluso, il disoccupato, la vedova, l’orfano, il rifugiato, il senzatetto, il paziente diventano così sempre meno udibili, sempre meno visibili.
Quali riforme delle nostre istituzioni possiamo attuare per spezzare l’invisibilità in cui viene mantenuta la periferia delle nostre società, a volte anche all’interno della Chiesa? Come sottolinea Francesco nell’intervista recentemente pubblicata da La Civiltà Cattolica, quello che la tradizione cristiana chiama Spirito Santo «deistituzionalizza» ciò che nella Chiesa non ha più bisogno di essere e «istituzionalizza» il futuro[6]. Va detto subito che questa disgregazione creativa dello Spirito non può essere limitata alle istituzioni ecclesiali, se non altro perché queste non sono state sviluppate in abstracto, ma sono ancora situate dentro una specifica società e in una storia. La tensione spirituale tra «disordine» e «armonia», evocata da Francesco, attraversa quindi tutte le nostre istituzioni[7]. Riformarle è una questione teologale, anche quando si tratta di istituzioni secolari come quelle per determinare il reddito dei cittadini.
Salario minimo o reddito universale?
È dentro l’orizzonte di questa domanda spirituale e politica che s’inserisce la proposta di una «retribuzione universale». Si tratta di un salario minimo riservato a coloro che hanno un lavoro, o di un reddito universale destinato a tutti, senza condizioni?
Per gli economisti esperti in queste distinzioni, la formulazione del Papa è ambigua. Ad esempio, agli occhi di un sindacalista francese come Joseph Thouvenel, segretario della Confederazione francese dei lavoratori cristiani, le osservazioni di Francesco non possono essere interpretate come un alibi per coloro che «oziano»[8], ma possono essere solo un’allusione alla teoria del «giusto salario», formalizzata da Tommaso d’Aquino e poi ripresa da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum (1891). In questo caso, la proposta del Papa equivarrebbe a stabilire un salario minimo garantito. In effetti, l’attuale globalizzazione del «mercato» del lavoro implica logicamente che anche le regole che consentono di evitare tutte le possibili distorsioni siano globali; altrimenti imporre un salario minimo in un certo Paese o in un altro fornirà solo un incentivo alle aziende per delocalizzare le proprie attività altrove.
Diversi economisti, tra cui Thomas Palley[9], propongono di imporre un salario minimo, pari al 50% del salario mediano di tutti i Paesi del Pianeta. In Italia, ciò equivarrebbe a fissare uno stipendio mensile minimo di circa 1.860 euro (anziché i 500 attuali): un quarto della forza lavoro italiana attualmente riceve uno stipendio inferiore a tale importo, e questa quota rischia di aumentare nei prossimi anni. Contrariamente a quanto di solito si afferma, questo non causerebbe un’esplosione della disoccupazione[10], porterebbe ad aumenti abbastanza piccoli dei costi di produzione[11] e, d’altra parte, cambierebbe la vita a molti «lavoratori poveri», anche in Germania.
Tuttavia l’elenco dei beneficiari della «retribuzione universale» alla quale allude papa Francesco va oltre la categoria dei salariati stricto sensu: «venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali […], lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento»[12]. Le varie traduzioni della Lettera pontificia fanno pensare che il termine «salario» non possa essere interpretato rigorosamente: salairesalariossalário e wage, ma anche Grundeinkommen retribuzione. Coloro che devono uscire dall’invisibilità sono anche i «malati e [gli] anziani. Non compaio­no mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente»[13].
A chi si rivolge, dunque, la proposta del Papa? A tutti i «lavoratori». Una casalinga, per esempio, i cui servizi, dal momento che non sono sul mercato, non vengono mai presi in considerazione nel calcolo del Pil, fornisce una prestazione «lavorativa»? Chi sono questi «lavoratori», se non vengono riconosciuti da uno status che li qualifichi come tali? È proprio in questa loro invisibilità che sta il problema che Francesco vuole risolvere. Crediamo che la risposta si trovi negli stessi «invisibili». Francesco scrive: «La nostra civiltà […] ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile»[14]. E non sarebbe compito di questi oscuri lavoratori definire i connotati di quella «retribuzione universale» che Francesco chiede? Di modo che «l’accesso universale a quelle tre T […]: tierratecho e trabajo (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro)»[15] sia garantito loro nelle condizioni che essi stessi ritengono più adeguate?
Dopotutto, i dibattiti che ruotano attorno alla definizione di un salario minimo o di un reddito universale sono prevalentemente condotti da coloro che appartengono al centro della società. È senza dubbio il momento di dare voce ai senza voce, in modo che essi stessi possano aiutare a decidere quale significato dovrebbe essere dato a una «retribuzione universale», piuttosto che subire ancora la violenza delle definizioni e degli standard imposti dal centro.
È questa inversione di prospettiva – dal centro alla periferia – che guida, per esempio, il movimento ATD-Quarto mondo e il pensiero di padre Joseph Wresinski[16]. Questo cambiamento di prospettiva non è estraneo all’approccio di alcuni economisti. Esso sta alla base, per esempio, della costruzione di indicatori statistici su base partecipativa, come il Barometro delle disuguaglianze e povertà (BIP 40), realizzato in Francia nel 2002 da e con comuni cittadini[17].
Utopia o riforma profetica?
È quindi giustificato che il Movimento francese per un reddito di base concluda cautamente che il Papa «si sta avvicinando alla causa del reddito universale»[18]. A patto di comprendere che, se «si avvicina» a esso e basta, non è per timidezza, ma è perché sta prima di tutto alle stesse persone senza voce decidere ciò che vogliono per loro. Il rispetto della dignità delle persone deve spingersi fino a tal punto.
Tuttavia, l’interpretazione che proponiamo qui implica che sia possibile che la «retribuzione universale» a cui allude Francesco sia intesa come «reddito universale» nel senso comune, qualora gli invisibili delle nostre periferie decidessero così.
Sono cinque i criteri usati normalmente per definire il reddito universale. Esso è:
  1. un versamento periodico, a differenza dell’assegno una tantum di 900 dollari che il governo australiano ha inviato ai suoi cittadini nel 2009 per superare le conseguenze della crisi finanziaria; o di quello di 1.000 dollari che l’amministrazione Trump ha appena fatto avere alle famiglie americane[19];
  2. un trasferimento monetario, cioè non in natura, che offre a tutti la libertà di fare ciò che vogliono con i propri soldi, ma presuppone, ad esempio, l’apertura di un conto bancario, un’operazione non abituale per molti tra i più poveri;
  3. un contributo personalizzato: il pagamento viene effettuato su base individuale e non, ad esempio, su base familiare dal punto di vista fiscale;
  4. universale: non viene sottoposto ad alcun particolare requisito;
  5. incondizionato: il pagamento non è coperto da alcun obbligo per il beneficiario, in particolare quello di dover cercare lavoro.
Ricordiamo alcuni ordini di grandezza. La Banca mondiale ha identificato la soglia della povertà estrema al livello di 1,9 dollari di retribuzione giornaliera, a parità di potere di acquisto. Ma è opinione largamente condivisa tra i ricercatori economici che questa convenzione sottostimi ampiamente i bisogni reali di un essere umano sano, capace di condurre una vita dignitosa. Un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno sembra molto più ragionevole[20].
Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia? Senza entrare nei dettagli dei calcoli sulla parità del potere d’acquisto, possiamo rispondere che costerebbe meno di 13 mila miliardi di dollari. Questa può sembrare ad alcuni una cifra considerevole: è vicina al Pil nominale della Cina nel 2018. Tuttavia, uno studio della Ong Oxfam[21] mostra che, nello stesso anno, l’1% degli individui più ricchi del Pianeta ha percepito un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale). Se solo «prelevassimo» un quarto di tale reddito, esso sarebbe sufficiente per finanziare un reddito base di 7,4 dollari al giorno (e anche di più) per quella parte dell’umanità che ne è privata. Dopo il «prelievo», al più alto percentile di questi super-ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro di continuare a condurre una vita «dignitosa».
Non pretendiamo di sostenere che un tale «prelievo» sia politicamente facile da mettere in pratica. Tuttavia queste semplici cifre ci ricordano che, contrariamente a una comune convinzione, il problema del finanziamento di un reddito di base non consiste nella «mancanza di risorse». Allo stesso modo, se, secondo le stime delle Nazioni Unite, 820 milioni di persone soffrono ancora la fame nel mondo – e questo numero purtroppo aumenterà nei prossimi mesi a causa dell’attuale situazione di emergenza –, non è perché la biomassa prodotta dal Pianeta non è in grado di nutrire l’umanità: si tratta di un problema politico ed etico di distribuzione della ricchezza.
L’immaginario neo-liberale della scarsità, che ci conduce facilmente a pensare che una proposta generosa sia impossibile, è fuorviante: viviamo su un Pianeta sovrabbondante – sebbene minacciato da una crisi ecologica – e in un’economia mondiale molto ricca, sebbene rischi di diventare considerevolmente più povera a causa del lockdown e del confinamento.
Le due forme di reddito universale
Per andare oltre nell’esaminare la loro concreta fattibilità, dobbiamo distinguere almeno due forme di «reddito universale»: la prima, diremmo, «di destra», ispirata a criteri di efficienza economica; l’altra, «di sinistra», orientata dal desiderio di giustizia sociale. Questa distinzione elementare ci costringe però immediatamente a uscire da facili dicotomie: il reddito universale non è né di destra né di sinistra, ma è trasversale alle nostre categorie politiche tradizionali.
Il primo tipo di reddito di base ha le sue origini nel lavoro dell’economista di Chicago Milton Friedman[22] ed è pensato per sostituire tutti gli altri tipi di trasferimenti sociali, rendendo così superflua l’introduzione di un salario minimo. I suoi promotori nutrono la speranza di un’ulteriore flessibilizzazione del «mercato del lavoro» e di una riduzione della spesa pubblica per la solidarietà, o persino di un completo abbandono, da parte dello Stato, del suo ruolo decisionale sui redditi da lavoro dei cittadini. La carità, «più adattabile e flessibile» rispetto allo stato sociale, afferma Friedman, riacquisterebbe così un posto di rilievo nella lotta contro la povertà.
Chi contesta tale proposta sostiene che essa equivarrebbe a garantire un reddito minimo di sussistenza che rende schiavo l’«esercito di riserva» dei cittadini, costretti a farsi assumere a qualsiasi condizione pur di migliorare le proprie condizioni di vita ordinaria. È senza dubbio questo tipo di preoccupazione che alimenta il rifiuto, da parte di una certa parte del mondo sindacale, del reddito universale.
Indipendentemente dalla strumentalizzazione politica che può essere fatta sul reddito di base, è innegabile tuttavia che la sua forza risiede nella semplicità: l’assenza di qualsiasi condizione consente di cortocircuitare l’eventuale inefficacia delle procedure amministrative necessarie per identificare i beneficiari dei trasferimenti sociali tradizionali, i quali, come sappiamo, troppo spesso per questo rinunciano a godere di ciò a cui avrebbero diritto. Di conseguenza, più la pubblica amministrazione di un certo Paese è debole o il sistema di trasferimento sociale farraginoso, o addirittura inesistente, più diviene rilevante l’opzione di un reddito universale. Questo è il motivo per cui, qualunque sia la loro sensibilità politica, diversi economisti raccomandano la messa in atto di un reddito del genere nella maggior parte dei Paesi del Sud globalizzato[23].
Il secondo tipo di reddito universale è stato difeso, almeno dal 1986, da Guy Standing, uno dei fondatori della Basic Income Earth Network (Bien)[24]. A differenza del primo tipo, questo sarebbe un reddito integrativo, e quindi non alternativo ai trasferimenti sociali già attivi, laddove ce ne siano. Sarebbe quindi un ottimo mezzo per risolvere i crescenti problemi di insicurezza finanziaria della classe media e dei ceti popolari e, soprattutto, renderebbe possibile un altro genere di rapporto di lavoro. La disumanità delle condizioni di lavoro in alcune situazioni – di cui la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh nel 2013, è diventato il simbolo – è ovviamente dovuta alla necessità, per coloro che non hanno alternative, di farsi assumere a qualsiasi condizione pur di sopravvivere. Ma anche nei Paesi ricchi un reddito universale di questo tipo implicherebbe sicuramente la fine dei cosiddetti bullshit jobs[25] («lavori-spazzatura»), come sono quelli di una quota crescente di impiegati delle nostre amministrazioni pubbliche e delle imprese private: se posso permettermi di vivere senza lavorare, perché dovrei accettare un lavoro che è socialmente inutile e mi fa star male?
Un simile strumento invertirebbe quindi radicalmente i termini della negoziazione impliciti in qualsiasi rapporto di lavoro, sia esso formalizzato da un contratto o meno. Naturalmente, rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori, ciò porterebbe sicuramente a una riduzione della quota di reddito da capitale nel valore aggiunto di un’economia e a un aumento della quota di reddito da lavoro. Però questo correggerebbe la tendenza inversa che si registra da quarant’anni a discapito della stragrande maggioranza di noi: dalla fine del boom economico del secondo dopoguerra, e nella maggior parte dei Paesi precedentemente industrializzati, la quota del reddito da lavoro è scesa dal 70-80% del Pil al 60%.
Le virtù attribuite dai suoi difensori «progressisti» al reddito universale vengono spesso messe in discussione dai loro oppositori: un reddito siffatto non fornirebbe un alibi per non lavorare più? Lungi dal rafforzare i legami sociali, non causerebbe forse la dissoluzione delle relazioni umane? Dietro queste domande si intravedono due filosofie politiche radicalmente opposte: da un lato, quella di Thomas Hobbes o di John Locke, per i quali l’uomo è un atomo, persino un lupo, un essere solitario che si coinvolge in relazioni con altri solo per interesse; dall’altro, quella di un’antropologia relazionale che appartiene alla grande tradizione cristiana[26]. In questa seconda prospettiva, è solo sullo sfondo delle relazioni sociali costitutive dell’umanità in quanto tale che può aver luogo il riduzionismo che consiste nella ricerca del mio interesse particolare.
È possibile risolvere questo dibattito con l’aiuto di ciò che osserviamo empiricamente? È dal 2010 che in vari Paesi hanno avuto inizio esperimenti con il reddito di base. Essi ci testimoniano il crescente interesse per tale misura già prima della pandemia[27], ma hanno rivelato, a volte, una certa mancanza di ambizione da parte dei governi e la durezza del dibattito politico che accompagna tali esperienze: sebbene si sia trattato di strumenti dalla portata limitata, molti sono stati interrotti prima del tempo.
In Canada, l’Ontario Basic Income Pilot Project, avviato nel 2018 per testare l’impatto di un reddito di base su 4.000 canadesi, è stato annullato dopo pochi mesi dal partito conservatore appena eletto. L’obiettivo era sperimentare l’effetto del reddito di base su sicurezza alimentare, stress e ansia, salute – inclusa quella mentale –, casa, istruzione e partecipazione al mondo del lavoro[28]. Ci si può domandare: se è così ovvio che un reddito universale risulterebbe dannoso per tutti, perché non lasciare che l’esperimento lo provi? In realtà, sperimentazioni di un salario minimo (o del suo aumento) hanno dimostrato molto spesso il contrario di quanto previsto dai suoi oppositori, ossia un aumento generalizzato dei salari e del numero di ore lavorate, nonché una riduzione della disoccupazione[29]. Forse c’è qualcuno che teme che si possa dimostrare che un reddito di base andrebbe a beneficio della maggioranza?
Nel 2014, un esperimento in India si è posto l’obiettivo di testare il reddito universale come mezzo per introdurre liquidità in ambienti in cui lo scambio monetario è limitato. Le conclusioni di tale esperimento, che avrebbe potuto essere condotto fino alla fine, sono sfumate, ma estremamente positive. Esse suggeriscono che, a causa delle sue ricadute sociali, il «valore» economico del reddito universale supera di molto l’importo nominale assegnato a ciascun destinatario[30]. Infine, numerosi esperimenti di trasferimento di denaro si sono rivelati fruttuosi in Namibia, in India e in una dozzina di Paesi del Sud del mondo, al punto che, dopo decenni di sarcasmo, diversi analisti ora lo vedono come «la chiave dello sviluppo»[31].
Beni comuni contro privatizzazione del mondo
L’esperimento condotto in Alaska dal 1982 merita una menzione speciale. Ogni anno, infatti, una frazione dei dividendi petroliferi viene distribuita ai residenti, incondizionatamente e su base individuale. Gli importi – tra i 1.000 e i 2.000 dollari l’anno, a seconda del periodo[32] – sono nell’ordine di grandezza della soglia di povertà di 7,4 dollari al giorno ricordati sopra. Si tratta di importi piccoli, ovviamente, considerando il tenore di vita medio in questo Stato americano. Ma la cosa più interessante è il principio usato dallo Stato dell’Alaska per giustificarli: si tratta di una compensazione per il diritto di sfruttamento di un bene comune, il petrolio, che in realtà appartiene a ciascuno dei residenti.
Per comprendere il significato di questo modo originale di finanziare un reddito universale occorre fare un passo indietro. Nel 1217, la Carta foresta aveva dato ai contadini britannici il diritto di godere dei commons («beni comuni») – foreste, pascoli, alpeggi, fiumi – per poter fare scorta di legna, acqua e dare da mangiare alle loro mandrie ecc. L’Inghilterra ha formalizzato un diritto che veniva percepito dalla maggior parte della popolazione come naturale e che era stato già riconosciuto dalla legge romana con la categoria della res communis, collocata dal Codice di Giustiniano al vertice della gerarchia dei beni, mentre la proprietà privata occupava l’ultimo posto.
Già nel XV secolo, come sappiamo, la nobiltà britannica promosse il movimento degli enclosures («recinzioni»), per delimitare i commons e decretare così che da quel momento in poi essi erano proprietà esclusiva del signore locale. Privando i poveri contadini di ogni forma di sussistenza, questo movimento ha contribuito a spingerli verso le città, alla disperata ricerca dei mezzi per sopravvivere. Senza questo esodo rurale la rivoluzione industriale non avrebbe mai visto la luce. Quindi, da principio, fu la privatizzazione dei beni comuni a produrre e incentivare quelle forme disumane di lavoro salariato che conosciamo da tre secoli[33].
Un reddito di base, anche solo parzialmente universale, spezzerebbe questa logica perversa. È possibile che uno strumento del genere si articoli in qualche modo con l’onnipotenza della privatizzazione, che oggi si traduce in un secondo movimento di enclosures,  che colpisce i nuovi commons, come i beni e i servizi dell’ecosistema, il genoma umano, la proprietà intellettuale, le produzioni artistiche e potenzialmente tutte le attività umane?
L’esempio dell’Alaska fornisce l’abbozzo di una risposta positiva. Perché non immaginare che una frazione del reddito derivante dallo sfruttamento dei nostri beni comuni globali sia ridistribuita per finanziare un reddito di base? Non sarebbe questo un modo concreto ed efficace per onorare la destinazione universale dei beni, cara ai Padri della Chiesa e alla dottrina sociale della Chiesa? Ad esempio, l’atmosfera è certamente un bene comune a tutto il mondo: un’imposta globale sul carbonio – come quella fortemente sostenuta dalla Commissione Stern-Stiglitz[34] – di 120 euro per tonnellata di CO2 prodotta[35], applicata alle 100 multinazionali responsabili del 70% delle emissioni, genererebbe un gettito 3,1 mila miliardi di euro all’anno. Estesa a tutti gli altri tipi di emissione, questa tassazione fornirebbe 4.430 miliardi di euro. Gestite da un Fondo internazionale[36], queste entrate potrebbero essere distribuite alle popolazioni che vivono al di sotto della soglia di povertà[37]. Si potrebbe obiettare che non sono abbastanza per far uscire l’umanità dalla povertà estrema. Non importa: un’imposta del 27% sui 32 mila miliardi di dollari attualmente nascosti nei paradisi fiscali sarebbe sufficiente a integrare ciò che manca, affinché tutti possano vivere con più di 7,4 dollari al giorno. Anche le rendite derivanti dalla proprietà di terreni, foreste o persino dei rifiuti – un «male comune» – potrebbero essere soggette a imposizione globale.