giovedì 26 marzo 2020

Coronavirus: una cura anche per il commercio globale

dalla pagina sbilanciamoci.info/coronavirus-serve-una-cura-anche-per-il-commercio-globale/


“Coronavirus shock: storia di un’altra crisi globale annunciata”[1]. Così l’Unctad, agenzia delle Nazioni Unite che monitora commercio e sviluppo, bolla la spirale in cui sta scivolando l’economia globale dopo la diffusione della pandemia Covid-19. E il commercio internazionale ne è un potente acceleratore.
È dal 2018 che Unctad avverte che più di qualcosa, nel modello di “iperglobalizzazione” improntato alla deregulation commerciale e finanziaria, non va. Nel rapporto annuale 2018 intitolato “The free trade delusion”[2], la disillusione del libero commercio, l’agenzia avvertiva – con le parole del direttore generale Mukhisa Kituyi – che l’economia mondiale era di nuovo sotto stress, anzi non si era mai ripresa, e che le recenti guerre commerciali a colpi di dazi non erano la causa, ma solo un sintomo della crisi: “dietro queste minacce alla stabilità globale c’è un fallimento più ampio: l’incapacità di far fronte sin dal 2008 alle disuguaglianze e agli squilibri del nostro mondo iperglobalizzato”, spiegava Kituyi.
Rispetto al commercio, il direttore generale avvertiva ancora: “lo scenario globale continua a essere dominato dalle grandi multinazionali grazie al controllo delle catene globali di valore tanto che, in media, l’1% delle maggiori imprese esportatrici di un Paese realizza oltre la metà delle sue esportazioni complessive (56%)”[3].
Il rapporto mostrava come la relazione fra crescita degli scambi e crescita economica fosse divenuta più flebile che in passato e come l’aumento nei volumi di scambi internazionali avesse generato disuguaglianze, visti i benefici di cui hanno goduto le principali imprese derivanti da una maggiore concentrazione di mercato e dal controllo di beni immateriali.
Ultimo punto, rilevante per la crisi odierna: il rapporto documentava un declino generale – con la Cina come unica eccezione – nella quota di valore aggiunto derivante da attività manifatturiere, e un progressivo incremento del valore aggiunto attribuibile ad attività di pre- e post-produzione che avevano avuto un effetto marcato sulla distribuzione del reddito in molti paesi. “Le aziende superstar sono un fenomeno globale, e le loro strategie di rendita vanno ben oltre i confini nazionali”, spiegava Richard Kozul-Wright.
Con una chiarezza abbastanza allarmante, il rapporto concludeva che l’iperglobalizzazione non aveva portato agli sperati benefici diffusi e che “il dogma del libero scambio era stato a lungo la scusa per ridurre lo spazio di manovra per i paesi in via di sviluppo e diminuire le protezioni per i lavoratori e le piccole imprese, a tutto vantaggio delle rendite delle grandi imprese multinazionali”.
In più, le guerre commerciali incombenti erano “solo il sintomo di un sistema economico (e di una architettura multilaterale) in degrado”, mentre il male di fondo andava ricercato “nel circolo vizioso esistente fra politiche aziendali volte alla cattura delle autorità regolamentatrici e una crescente disuguaglianza, una spirale nella quale gli utili sono utilizzati per ottenere potere politico e il potere politico è utilizzato a sua volta per moltiplicare gli utili”.
L’Unctad sollecitava i decisori politici a intervenire urgentemente per costruire un nuovo modello di cooperazione internazionale imperniato su tre cardini: vincolare le negoziazioni commerciali a un impegno per la piena occupazione e l’aumento salariale; regolare i comportamenti aziendali predatori; mantenere uno spazio di manovra sufficiente a garantire che i Paesi potessero gestire la loro integrazione in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, auspicando la condivisione di un Green new deal che rispondesse con maggiore efficacia ed equità alla sfida posta dai cambiamenti climatici: un fattore di grave instabilità per la produzione, la logistica, le risorse, i redditi, i consumi, per tacere della geopolitica.
Queste indicazioni sono rimaste largamente inascoltate e, per di più, lo shock pandemico è andato a colpire la “fabbrica globale” cinese, esponendo la fragilità di sistema del “Made in the world” [4]. Negli ultimi vent’anni la Cina ha conquistato il primo posto tra gli esportatori cui si riconduce il 16% del Pil globale, il 13% dell’export globale e il 20% del commercio di beni intermedi, gli anelli delle catene lunghe del valore. Ma il valore aggiunto industriale cinese si era già ridotto del 13,5% nei primi due mesi del 2020[5].
Il Covid-19, con la chiusura delle fabbriche cinesi, causerà solo alle catene globali 50 miliardi di dollari di danni[6], in un effetto domino anch’esso ampiamente prevedibile quanto incontrollabile: con una riduzione dell’export di input cinesi del 2% nelle catene globali[7], Unctad calcola che l’Unione europea sarà la più colpita, con un danno all’industria di 15.597 milioni di dollari, per oltre 4.001 milioni ai macchinari industriali, 2.543 milioni all’automotive, 2.653 sulla chimica, 1.427 agli strumenti di precisione, 538 al tessile.

Il primato della precauzione sul commercio

Fin dai primi giorni dell’espansione della pandemia, il ministro italiano per la Salute Roberto Speranza ha rivendicato che anche se l’Oms non aveva proclamato il 23 gennaio lo stato di emergenza, l’Italia aveva applicato il Principio di precauzione “con scrupolo e tempestività” per la tutela della salute pubblica[8].
Un Principio contenuto nell’articolo 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Europa (TFEU) che, a fronte di un potenziale ragionevole danno per la salute pubblica e l’ambiente, permette alle autorità pubbliche Ue di fermare, tra l’altro, commercio, spostamenti, produzione, import e export del prodotto o servizio potenzialmente responsabile, anche se la scienza non ha definitivamente individuato il nesso causa-effetto tra esso e il problema.
Gli articoli XX(b) and XX(g) dell’Accordo generale su Commercio e Tariffe (Gatt) su cui si fonda il commercio mondiale regolato in sede Wto, consentono ai Paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio di bloccare gli scambi, ma pongono condizioni talmente restrittive, e al contempo vaghe per questa opzione, da essere praticamente inapplicabili.[9]
Radicandosi su questa debolezza, il diritto commerciale di origine anglosassone – Stati Uniti e Canada in testa – considera il Principio di precauzione solo uno strumento protezionistico agitato dalla Ue per proteggere il proprio mercato interno, come riaffermato di recente anche dal ministro americano dell’Agricoltura Sonny Perdue. Il quale ha accusato le Ong europee di diffondere paure immotivate rispetto all’approccio basato sulla gestione del danno, all’americana, anziché del rischio e della precauzione, come possibile in Europa[10], spingendo per l’approvazione di un mini-trattato di liberalizzazione Usa-Ue che andrebbe a ridurre proprio la portata del Principio di precauzione rispetto ad alcuni importanti standard di qualità e sicurezza del cibo e nel biotech[11].
Gli Stati Uniti, coerentemente, anche nell’ultimo rapporto sulle barriere commerciali che danneggiano il loro export[12], bollano in dettaglio come protezionistiche la gran parte delle misure a tutela della salute pubblica e dell’ambiente previste dalla normativa europea: dalle procedure di autorizzazione dei farmaci al filtro posto sulle biotecnologie, dall’etichettatura di origine del cibo, ai limiti posti ai residui di pesticidi negli alimenti umani.
Gli Stati Uniti, rispetto all’Italia, nel report citato indicano tra le misure protezionistiche il meccanismo di “payback”, secondo cui le imprese farmaceutiche debbono restituite allo Stato di tasca propria il 50% della spesa farmaceutica che abbia superato i limiti di una spesa ragionevole, fissata ogni anno dall’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) per rispettare i limiti di spesa pubblica posti dai vincoli europei. Un meccanismo, lamentano gli Usa, che ha riportato nelle casse dello stato italiano 1,48 miliardi di dollari, di cui però in questi giorni di crisi delle strutture sanitarie nazionali possiamo apprezzare l’utilità in un contesto di austerity.
La debolezza del Principio di precauzione dalle normative commerciali globali crea serie difficoltà alla protezione della salute pubblica e dell’ambiente[13]. Stati Uniti, Canada e Australia ricorrono costantemente contro le regole europee[14] al Tribunale delle dispute dell’organizzazione Mondiale del Commercio[15], e le loro corporation regolarmente si appellano alle clausole arbitrali contenute nei trattati bilateriali e sugli investimenti (Isds). Nella maggior parte del caso vincono[16], ottenendo risarcimenti milionari.
L’Unione europea, dal canto suo, sta contribuendo all’indebolimento del principio di precauzione non inserendolo nei trattati bilaterali di liberalizzazione commerciale che negozia con i suoi partner, oppure, dopo la pressione delle campagne europee della società civile sollevatesi contro i contenuti dei negoziati con Canada e Stati Uniti, inserendolo ma con formulazioni vaghe e poco stringenti. Formulazioni sempre accompagnate da locuzioni in cui si precisa che ogni iniziativa di legge o regolatoria non dovrà costituire un “eccessivo” o “immotivato” ostacolo al commercio.
L’incertezza, la diversità e la velocità di risposta strategica al Covid-19 riscontrata presso i diversi livelli istituzionali nazionali, europei, globali, dovrebbe sollecitare una riflessione più approfondita. Soprattutto considerando che l’Italia non svolge alcuna valutazione d’impatto nemmeno economica, sociale e/o ambientale dei trattati commerciali che l’Europa conduce su suo mandato, e che anche le analisi commissionate dalla Commissione europea sono carenti – spesso nemmeno ultimate al momento della firma dei trattati da parte della Commissione stessa – e, per i modelli di calcolo previsionale scelti, spesso sottostimano le ripercussioni sociali e ambientali delle operazioni valutate[17].

‘Business as usual’ non è più accettabile

Nonostante molti studiosi fin dall’emergenza Sars del 2003[18] avessero richiamato le istituzioni economiche globali a tener conto degli impatti delle pandemie sui sistemi economici e commerciali, alla luce della sempre più stretta integrazione globale, questa variabile è rimasta, come quella climatica, inesplorata da parte dei decisori e degli attori delle politiche commerciali.
Lo shock determinato dal Covid-19 non è e non rimarrà un caso isolato: “non illudiamoci” è il richiamo della vice-segretaria generale dell’Unctad Isabelle Durant. Elencando “l’effetto domino” della crisi finanziaria del 2008-2009, le conseguenze dei cambiamenti climatici sul commercio internazionale e della rivoluzione digitale “dobbiamo riconoscere che dobbiamo mettere in discussione l’attuale modello di business. ‘Business ad usual’ non è più un’opzione praticabile”.
Le priorità che pone Durant comprendono “un modello di business aperto più diversificato in termini di produzione e con catene del valore più corte”, che devono consentire “un migliore monitoraggio del rispetto degli standard sociali, sanitari e ambientali, che sono sempre più apprezzati dai consumatori”.
È fondamentale, secondo l’esperta, “che le imprese multinazionali adottino modelli di business più equi, dato che dominano e danno la linea alle catene del valore”. Che si esca dalla ennesima crisi con una decisa svolta in direzione della sostenibilità, però, è una partita che si gioca fin dalle prime risposte alla pandemia che impegneranno risorse ingenti in programmi di investimenti che condizioneranno la performance degli scambi commerciali e degli investimenti nei prossimi decenni.
L’agenda commerciale con cui l’Unione europea ha risposto alla crisi del 2009 è stata improntata alla deregulation normativa e degli scambi. Un fallimento, secondo quanto hanno sostenuto l’ex ministro delle Finanze brasiliano Nelson Barbosa e Rochard Kozul-Wright,[19] che dirige sempre in Unctad la divisione Globalizzazione e sviluppo.
Ad avviso di chi scrive è il momento di fermarsi, soprattutto in considerazione del fatto che il commissario al Commercio Phil Hogan ha di recente assicurato al Parlamento Ue[20] che sarebbe quasi pronto il rapporto sull’impatto combinato di tutti i trattati commerciali che l’Europa conta di approvare nei prossimi anni, l’ultimo dei quali risale al 2016[21], e che già quello probabilmente sarà da rivedere ulteriormente alla luce del Covid-19.
Mai come in questi giorni sembra urgente ricondurre anche il commercio a una strategia più ampia che veda la giustizia sociale, la possibilità delle persone di lavorare e sostenersi dignitosamente, e la giustizia ambientale, la possibilità di avere un futuro come umanità sul pianeta, al primo posto dell’agenda politica a livello nazionale e europeo.
La scelta dell’Italia di introdurre misure più stringenti a difesa della salute pubblica rispetto a quanto fosse giudicato appropriato anche dalle istituzioni e i partner europei, si è rivelata vincente anche per la protezione della loro salute. Perché la richiesta di una simile attenzione e prontezza in ambito commerciale, come fatto da almeno vent’anni dalle nostre organizzazioni e campagne che si battono per un commercio più giusto, deve essere stigmatizzata come protezionismo o sovranismo?
Dobbiamo traslare con urgenza la stessa pratica nelle politiche commerciali: chiedendo una moratoria di tutti i trattati oggi in negoziato e spingendo la Commissione Ue ad avviare una revisione di tutti i trattati in essere in un’ottica di sostenibilità sociale e ambientale vincolanti. Possiamo usare la bocciatura della ratifica del trattato commerciale tra Europa e Canada, che attende nei cassetti del Parlamento italiano nonostante la chiedano diverse mozioni di parlamentari di forze di maggioranza[22], come leva per ottenerle.
Lavoriamo insieme perché questo doloroso bagno di realtà serva a rimettere il commercio nella cassetta degli attrezzi in mano alla politica, nostrana e oltreconfine, tirandolo giù dall’altare degli idoli incontestabili e ingovernabili del capitalismo interiorizzato che la affligge.
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Note
*Monica Di Sisto – giornalista, esperta di commercio internazionale, vicepresidente dell’associazione Fairwatch

mercoledì 25 marzo 2020

Alex Zanotelli: tagliare subito le spese militari

dalla pagina https://raiawadunia.com/alex-zanotelli-tagliare-subito-le-spese-militari/


Nel drammatico momento che stiamo vivendo in Italia e nel mondo intero, sentiamo il bisogno umano e civile di levare la nostra voce contro lo scandalo gigantesco delle spese militari, su cui come sempre i più tacciono.

Non dobbiamo tacere. In questo momento come mai è giusto e doveroso chiedere al nostro Governo di tagliare subito le spese per armamenti e destinare quanto risparmiato ai bisogni della sanità e a quelli di chi dovesse perdere il lavoro.

Si tratta di somme ingenti. E molto cresciute in questi ultimi anni mentre si tagliavano le spese per la sanità. Nel 2018 la spesa militare italiana è stata di 25 miliardi di euro, pari all’1,45 del Pil, in aumento rispetto al 2017 del 4%. Ma sono cifre pazzesche in tutto il mondo, vedi i dati sul sito del Sipri di Stoccolma.

Quella destinata ai soli armamenti nel 2018 è stata di 5,7 miliardi, aumentata di ben l’88% nelle ultime tre legislature, dice lo studioso Francesco Vignarca, secondo il quale “Tra i programmi di riarmo nazionale in corso i più ingenti sono le nuove navi da guerra della Marina, tra cui una nuova portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, i nuovi aerei da guerra Typhoon e gli F-35”.

In particolare questi ultimi, gli F-35, sono da anni molto contestati dal mondo del pacifismo: una spesa enorme, oltre 50 miliardi di euro complessive, per un aereo con “difetti strutturali” (secondo vari esperti) e comunque un armamento d’attacco e al servizio di strategie d’attacco, in ciò sostanzialmente in chiaro contrasto con il dettato dell’art. 11 della nostra Costituzione. Un “inutile spreco di risorse” denuncia da tempo la campagna “Taglia le ali alle armi”. Quanto sarebbe utile dirottare questi miliardi verso il contrasto al surriscaldamento globale e ai cambiamenti climatici, quindi alla nostra salute?

Non dimentichiamo poi che nelle spese militari italiane ci sono quelle a supporto delle basi americane in Italia (con bombe atomiche) e non ultima c’è pure la spesa per i cappellani militari (circa 200, con un costo di 15 milioni tra stipendi e pensioni).

Un taglio sostanzioso a queste spese potrebbe essere subito deciso da Governo e Parlamento. Non sarebbe razionale oltre che giusto, soprattutto in questo momento?

Si pensi che un solo aereo F-35 costa la bellezza di 130 milioni di euro. Già il Governo Monti nel 2012 aveva ridotto da 131 a 90 gli aerei da comprare, perché non si procede subito almeno con un’altra bella sforbiciata? Quale forza politica si potrebbe opporre in questo drammatico momento? Quante le rianimazioni, quanto altro personale si potrebbero avere con il costo di un solo di questi aerei?

Non bisogna dimenticare poi che in questi ultimi anni la sanità italiana è stata massacrata da tagli lineari enormi: con Monti nel 2012 ci fu un piano di tagli per 25 miliardi in tre anni e la spesa per la sanità fu portata dal 7,1 al 6,7% del Pil; il governo Letta proseguì con un taglio di 2,6 miliardi e coi tagli continuarono il governo Renzi e la ministra Lorenzin. Negli ultimi 10 anni il Servizio sanitario nazionale ha subito un taglio di 37 miliardi di euro, col risultato di migliaia di posti letto in meno (siamo scesi sotto la media europea, 3,5 per 1000 abitanti contro 5), spese per il personale ridotte di 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, persi 42,800 posti a tempo indeterminato, deficitaria la prevenzione. E ancora, il raddoppio della quota dei più poveri che rinunciano alle cure e la enorme crescita del divario sanitario tra nord  e sud (con la complicità delle classi dirigenti del sud). Un massacro. Tutto nonostante i tichet, il cui gettito è passato da 1,8 miliardi del 2008 a 3 miliardi nel 2018. Oggi piangono tutti, nel Palazzo, ma ieri?

La crisi del coronavirus impone di ripensare la nostra quotidianità ma anche i nostri stili di vita e i nostri modelli di sviluppo, non c’è dubbio. Perché non anche le priorità di spesa dei governi?

Ripensare le spese militari è un tassello prioritario del nuovo mondo da immaginare e concepire ove sia finalmente messa al bando la guerra e le spese degli Stati destinate a strumenti di vita anziché a strumenti di morte. Uno Stato lo sta facendo, è il Costarica. E’ possibile, è conveniente. Chiediamolo in molti, chiediamolo tutti.

Raffaele Crocco, Massimiliano Pilati, Francesco Pugliese, Beatrice Taddei, Alex Zanotelli
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Chiudere subito lo stabilimento degli F-35 e tutti gli impianti delle produzioni militari

Lo chiedono Sbilanciamoci!, Rete della Pace e Rete Italiana per il Disarmo all’indomani del Decreto che ha ulteriormente ridotto le attività produttive in Italia a causa del coronavirus: il testo del comunicato stampa del 23 marzo 2020.
Il DPCM del governo entrato in vigore il 23 marzo esclude dal blocco delle attività produttive le fabbriche che realizzano sistemi d’arma e tra questi lo stabilimento di Cameri dove vengono assemblati i cacciabombardieri F-35. Il settore industriale ”aerospazio e della difesa” è stato infatti incluso tra le categorie delle attività strategiche e dei servizi essenziali.
La Campagna Sbilanciamoci!, la Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo chiedono l’immediato blocco in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma.
È incomprensibile come sia considerato “strategico” e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far  contagiare i lavoratori addetti a queste attività. Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti.
Non è in questione il funzionamento operativo del settore della Difesa nazionale in questo momento così delicato, funzionamento che deve essere sempre garantito nei limiti e nelle forme previste dalla nostra Costituzione e del nostro ordinamento.
Il tema è perché si debbano tenere aperte fabbriche – in cui i lavoratori rischiano ogni giorno il contagio – che producono armi di cui oggi non abbiamo nessuna necessità, o che vengono vendute ad altri Paesi o – come nel caso degli F35 – che fanno parte di un Programma a lungo termine e che potrebbe senza problemi prendersi una pausa di qualche settimana (anche se va ricordato come le nostre organizzazioni da anni ne chiedano la chiusura a causa degli enormi costi, dei problemi tecnici e ritardi e dell’inutilità rispetto ad altri investimenti).
Per questo motivo chiediamo al Governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogni del servizio del sistema sanitario.
L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Roma, 23 marzo 2020

lunedì 23 marzo 2020

Tagli alla sanità ma non alla spesa militare: così in Italia si è continuato a investire sulle armi

dalla pagina https://altreconomia.it/tagli-alla-sanita-spesa-militare/

Negli ultimi dieci anni, secondo la Fondazione Gimbe, sono stati sottratti 37 miliardi di euro alla sanità. La spesa militare complessiva, secondo il rapporto Mil€x, nel 2018 è salita a 25 miliardi di euro (1,4% Pil), segnando un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature
Tagli alla spesa sanitaria ma non a quella militare. In diciotto anni, il finanziamento del Sistema sanitario nazionale italiano è passato da essere il 7% del Prodotto interno lordo nel 2001 al 6,6% nel 2019, secondo i dati analizzati nel suo ultimo rapporto dalla Fondazione Gimbe che, dalla fine degli anni Novanta, si occupa di formazione scientifica e ricerca sulla sanità italiana. Se il finanziamento della sanità ha subito una riduzione dello 0,4%, non si può dire lo stesso della spesa militare del Paese che, negli ultimi dieci anni, non ha visto riduzioni del suo bilancio ma, al contrario, una crescita costante. A sottolinearlo è MIL€X -l’osservatorio sulle spese militari italiane fondato nel 2016 da Francesco Vignarca ed Enrico Piovesana- che ha evidenziato come nelle ultime legislature la tendenza di crescita della spesa militare sia stata continua: nel 2018 è stata di 25 miliardi di euro, pari all’1,4% del Pil, e ha segnato un aumento del 26% rispetto alle ultime tre legislature. Nello stesso anno, le spese per gli armamenti sono state 5,7 miliardi di euro. A paragonare i dati, e a richiamare l’attenzione sul “devastante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale rispetto all’ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari” sono la Rete della Pace e la Rete Italiana per il Disarmo che sottolineano la necessità di ripensare il concetto di difesa e di salute pubblica insieme al “ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune” e di attuare una “conversione dal militare al civile”.
Secondo i dati elaborati dalla Fondazione Gimbe, negli anni 2010-2019 alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre 37 miliardi di euro: 25 miliardi di euro nel 2010-2015, come conseguenza dei tagli previsti dalle manovre finanziarie, e oltre 12 miliardi di euro nel periodo 2015-2019 come conseguenza del definanziamento che ha assegnato meno al SSN rispetto ai livelli programmati per l’attuazione degli obiettivi di finanza pubblica. Nel periodo 2010-2019 il finanziamento pubblico è aumentato di soli 8,8 miliardi di euro, crescendo in media dello 0,90% annuo: il tasso non è cresciuto come quello dell’inflazione media annua (1,07%), cioè l’aumento del livello medio dei prezzi, ma è rimasto inferiore. “Questa strategia politico-finanziaria documenta inequivocabilmente che per nessun Governo nell’ultimo decennio la sanità ha mai rappresentato una priorità politica”, si legge nel rapporto della Fondazione. “Quando l’economia è stagnante, la sanità si trasforma inesorabilmente in un ‘bancomat’ mentre in caso di crescita economica i benefici per il SSN non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile il rilancio del finanziamento pubblico”.
Se sono diminuiti i finanziamenti per la sanità, è invece cresciuto il bilancio per il ministero della Difesa. Le sue principali voci sono state analizzate nel rapporto redatto da MIL€X che le ha ricondotte ai costi per gli armamenti, in particolare gli aerei F-35, alle spese per l’adesione dell’Italia alla NATO, ai costi nascosti delle missioni (Mission Need Urgent Requirement) e ai costi complessivi della missione in Afghanistan (8 miliardi) e in Iraq (3 miliardi). Secondo i dati dell’indagine, nel 2018 il budget del ministero della Difesa è stato pari a 21 miliardi di euro, circa il 1,2% del Pil: un aumento del 3% in anno, dell’1% rispetto all’ultima legislatura e del 18% se confrontato con le ultime tre legislature. Ad aumentare sono state anche le spese per gli armamenti: 5,7 miliardi nel 2018, una crescita del 7% in un anno e dell’88% se paragonato alle ultime tre legislature. Nel 2018 i contributi del ministero dello Sviluppo Economico all’acquisto di nuovi armamenti è stato di 3,5 miliardi di euro: un aumento del 30% rispetto all’ultima legislatura e del 115% rispetto alle ultime tre legislature.
Una delle voci più interessanti del rapporto è quella relativa alle spese derivanti dall’adesione del Paese alla NATO, riconducibili sia alla partecipazione alle missioni militari dell’alleanza sia alla quota da versare per il budget militare e civile previsto dal Programma d’investimento per la sicurezza della NATO (NSIP- NATO Security Investment Programme). Nel 2018 il contributo italiano è stato di 192 milioni di euro: circa 125 milioni destinati al budget NATO e 66,6 milioni destinati agli investimenti infrastrutturali. A questi, vanno aggiunti i costi sostenuti dall’Italia per supportare le basi americane nel Paese: sono le spese relative alla realizzazione e manutenzione delle infrastrutture militari statunitensi, alle reti di trasporto e di comunicazione al servizio del personale militare americano insieme alla fornitura degli alloggi, alle compensazioni per i danni e i rimborsi alle comunità locali. La cifra esatta non è resa nota dal 2002, nonostante le interrogazioni parlamentari al riguardo. Nel 2012 uno studio basato sui dati del Pentagono della RAND Corporation, istituto di ricerca non-profit negli Stati Uniti, ha provato a realizzare una stima a partire dai 210 milioni di euro impiegati per la realizzazione della nuova base statunitense all’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Se si ipotizza una contribuzione italiana uguale alle ultime note (41%) alle spese di stazionamento degli ultimi anni, e un numero quasi invariato di truppe americane, la spesa italiana per le basi ammonterebbe a circa 520 milioni di euro l’anno.

sabato 21 marzo 2020

Emergenza Coronavirus: Più investimenti per la salute, meno spese militari – necessario un nuovo modello di difesa e sicurezza

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/comunicato-emergenza-coronavirus-piu-investimenti-per-la-salute-meno-spese-militari-necessario-un-nuovo-modello-di-difesa-e-sicurezza/


Comunicato stampa congiunto di
Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace

L’Italia e il mondo intero stanno affrontando la gravissima emergenza sanitaria derivante dalla pandemia di coronavirus COVID-19, forse la più grande crisi di salute pubblica (e non solo) del dopoguerra per i paesi ricchi ed industrializzati. Rete della Pace e Rete italiana per il Disarmo si uniscono alle voci di vicinanza e compartecipazione ai problemi che l’intero Paese sta vivendo, con un particolare pensiero ai familiari delle vittime e un forte sostegno nei confronti degli operatori della sanità e di chi mantiene operativi i servizi essenziali.
La drammatica situazione causata dal COVID-19 deve farci riflettere e ripensare alle nostre priorità, al concetto di difesa, al valore del lavoro e della salute pubblica, al ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune, con una visione europea ed internazionale, costruendo giustizia sociale, equità, democrazia, pieno accesso ai diritti umani universali, quali condizioni imprescindibili per ottenere sicurezza, benessere e pace.
Non possiamo però dimenticare che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti. Non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare (anche per il diverso ordine di grandezza: 5 a 1), ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta. Mentre infatti (come dimostrano le analisi della Fondazione GIMBE – Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze) la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al PIL passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo avanti negli ultimi 15 anni con una dato complessivo passato dall’1,25% rispetto al PIL del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni (a partire in particolare dal 2008 e con una punta massima dell’1,46% nel 2013).
Le stime dell’Osservatorio Mil€x degli ultimi due anni ci parlano di una spesa militare di circa 25 miliardi di euro nel 2019, (cioè 1,40% rispetto al PIL) e di oltre 26 miliardi di euro previsti per il 2020 (cioè l’1,43% rispetto al PIL), quindi quasi ai massimi dell’ultimo decennio.
All’interno di questi costi sono ricompresi sia quelli delle 36 missioni militari all’estero (ormai stabilmente pari a 1,3 miliardi annui circa) sia quelli del cosiddetto “procurement militare”, cioè di acquisti diretti di armamenti. Una cifra che negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre collocata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali. Sono questi i fondi che servono a finanziare lo sviluppo e l’acquisto da parte dell’Italia di sistemi d’arma come i caccia F-35 (almeno 15 miliardi di solo acquisto), le fregate FREMM e tutte le unità previste dalla Legge Navale (6 miliardi di euro complessivi) tra cui la “portaerei” Trieste (che costerà oltre 1 miliardo), elicotteri, missili. Senza dimenticare i 7 miliardi di euro “sbloccati” dalla Difesa e dal MISE, in particolare per mezzi blindati e la prevista “Legge Terrestre” da 5 miliardi (con Leonardo principale beneficiario).
Contemporaneamente nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43.000 posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi (dati sempre della Fondazione GIMBE) con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso al 3,2 nel 2017 (la media europea è del 5). Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente (per il quale l’Italia alloca solamente lo 0,7% del proprio bilancio spendendone poi effettivamente solo la metà).
Infine va ricordato come l’Amministrazione statunitense sotto Trump stia spingendo affinché tutti gli alleati NATO raggiungano un livello di spesa militare pari al 2% rispetto al PIL. Una richiesta che, secondo recenti dichiarazioni e notizie di stampa, sarebbe stata accettata anche degli ultimi Governi italiani: ciò significherebbe un ulteriore esborso per spese militari di almeno 10 miliardi di euro per ogni anno. Riteniamo questa prospettiva inaccettabile, soprattutto quando è evidente che dovrebbero essere potenziati i servizi fondamentali per la sicurezza ed il progresso del Paese, a partire dal Sistema Sanitario Nazionale, insieme all’educazione, alla messa in sicurezza idro-geologica del territorio, alla processi di disinquinamento, agli investimenti per l’occupazione.
Il Governo, proprio in queste ore, ha messo in campo misure economiche straordinarie per rispondere all’emergenza sanitaria del coronavirus: “Cura Italia” costa 25 miliardi di denaro fresco, la stessa cifra del Bilancio della Difesa annuale, e certamente non basterà; quanto si potrebbe fare di più risparmiandoci le spese militari anche in tempi ordinari?
In definitiva è essenziale ed urgente:
  • rilanciare proposte e pratiche di vera difesa costituzionale dei valori fondanti la nostra Repubblica, come le iniziative a sostegno della Difesa Civile non armata e Nonviolenta. È necessario un aumento delle spese per la sanità, come è pure necessario investire, senza gravare sulla spesa pubblica, a favore della difesa civile nonviolenta e per questo chiediamo che vi siano trasferimenti di fondi dalla spesa militare verso la Protezione Civile, il Servizio Civile universale, i Corpi civili di Pace, un Istituto di ricerca su Pace e disarmo. Proponiamo inoltre che i contribuenti, in sede di dichiarazione dei redditi, possano fare la scelta se preferiscono  finanziare la difesa armata o la difesa civile riunita in un apposito Dipartimento che ne coordini le funzioni.  Un’opzione fiscale del 6 per 1000 a beneficio della difesa civile potrebbe consentire ai cittadini di contribuire direttamente a questa forma nonviolenta di difesa costituzionale, finora trascurata dai Governi che hanno sempre privilegiato la difesa militare armata;
  • ridurre le spese militari ed utilizzare tali fondi per rafforzare la sanità, per l’educazione, per sostenere il rilancio della ricerca e degli investimenti per una economia sostenibile in grado di coniugare equità, salute, tutela del territorio ed occupazione;
  • puntare alla riconversione produttiva (anche grazie alla diversa allocazione dei fondi pubblici) delle industrie a produzione bellica verso il settore civile che consentirebbe, inoltre, di utilizzare migliaia di tecnici altamente qualificati per migliorare la qualità della vita (verso l’economia verde e la lotta al cambiamento climatico), non per creare armi sempre più sofisticate e mortali;
Già subito dopo la seconda guerra mondiale il nascente movimento pacifista chiedeva “Ospedali e scuole, non cannoni”, come ricordava Aldo Capitini alla prima Marcia italiana per la pace e la fratellanza tra i popoli. Dopo 60 anni ci accorgiamo che quel semplice slogan non era un sogno utopistico generico, ma una realistica necessità politica: oggi ci troviamo con ospedali insufficienti e scuole chiuse, mentre spendiamo troppo per le armi. 

Una conversione della difesa dal militare al civile è quello di cui abbiamo tutti  bisogno.

venerdì 20 marzo 2020

«Una sanità equa e solidale è anche economica. Ora è chiaro»

dalla pagina https://ilmanifesto.it/leoni-fnomceo-una-sanita-equa-e-solidale-e-anche-economica-ora-e-chiaro/

Intervista. «Bene la laurea abilitante, ma ora si finanzino le specializzazioni. Paghiamo i tagli al Ssn pubblico». Parla il vicepresidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici

Murales all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo


«Un sistema sanitario unico, equo e solidale è anche clamorosamente economico. Spero che ora sia evidente a tutti». Il vicepresidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), Giovanni Leoni, lo ripete anche adesso che forse è fuori tempo massimo. Stremato, come tutta la comunità che rappresenta.

Dottore, il suo giudizio sul decreto «Cura Italia»?
Le misure sono stringenti per quanto riguarda la libertà personale, ma sono assolutamente dovute. Io vivo in Veneto e mi rapporto soprattutto con la Lombardia dove il virus ha un aggressività circa 8 volte superiore che nella mia regione. Il tasso di mortalità da noi è 1,1 ogni 100 mila abitanti, in Lombardia è 9,6, probabilmente dovuto a una variante locale del virus. Inoltre in Lombardia ed Emilia Romagna le terapie intensive sono occupate all’80%, mentre nel resto d’Italia si va dal 20% al 2%. Ed è tassativamente vietato avere su tutto il territorio nazionale la situazione che abbiamo in Lombardia.
Ecco perché credo che le misure di contenimento generalizzate – addirittura si è parlato di coprifuoco se non venissero rispettate – siano le uniche armi che abbiamo. Importante poi per l’Italia avere autonomia di rifornimento del materiale Dpi (dispositivi di protezione individuale, ndr): mascherine, camici sterili, visiere, guanti, disinfettanti, per uno stato che consideriamo di guerra e che durerà almeno due mesi. Vanno garantiti presidi adeguati anche ai colleghi della medicina generale che continuano a fare visite pure domiciliari – quando non si è in grado di diagnosticare il Covid 19 – con protezioni minime o assenti. I Paesi europei stanno già chiudendo le frontiere e tra poco avranno gli stessi problemi nostri. Dobbiamo essere autonomi sui beni di prima necessità per i nostri medici che cominciano ad ammalarsi in maniera importante, e anche a morire.
Quali sono le percentuali?
Le percentuali reali dei positivi sono sicuramente superiori a quelle stimate, perché i tamponi non sono fatti a tutti gli operatori sanitari. In Veneto cominciamo solo adesso. In Lombardia per esempio gli operatori sanitari mi raccontano che il tasso potrebbe essere quasi del 100%. E a Bergamo si stanno ammalando perfino gli addetti alle pompe funebri, per via del grande carico di lavoro. Il contagio corre veloce non a causa del contatto con i morti ma con i parenti dei defunti. Come ha detto il nostro presidente Filippo Anelli, Bergamo è la Caporetto della guerra che la nostra professione sta combattendo contro il Covid 19. In tutto sono quattro già i colleghi morti.
Cosa pensa in particolare delle novità riguardanti la professione medica del decreto «Cura Italia»?
Aver abolito l’esame di Stato per coloro che hanno già completato la formazione medica è un bene: la laurea abilitante la chiedevamo da anni, era già in fieri. Il nodo invece sta nelle specializzazioni: ci sono 9.500 laureati ogni anno che aspettano contratti di formazione specialistica e borse di studio per completare il percorso formativo che, come tutti sanno, consta di altri 4 o 5 anni di specializzazione. Inoltre, siccome per anni si sono specializzati la metà di quelli che si laureavano, ci sono 10 mila «camici grigi», ossia laureati e non specializzati, che devono ancora completare il loro percorso. Un “buco” che andava riassorbito un po’ ogni anno. Ma è ancora tutto fermo, perché i soldi per le borse di studio non sono mai stati stanziati.
Però questi 10 mila neo laureati che arriveranno subito potrebbero essere utili in corsia?
Il governo deve capire che, come per altre professioni, i neolaureati dovranno essere seguiti e formati, non sono autonomi. Come è sempre successo, gli stagisti saranno di supporto ma non potranno sostituire il personale medico, neppure – come dice il ministro – nei servizi territoriali. Men che meno in un momento come questo. Non si possono dare agli stagisti responsabilità più grandi di loro, neanche in emergenza.
Il governo italiano ha stanziato 25 miliardi per l’emergenza, quello spagnolo 117, quello francese 45. Si doveva fare di più?
Questi sono solo annunci, poi bisognerà vedere in dettaglio le misure economiche. Per quanto riguarda l’Italia mi sembra che lo stanziamento sia agganciato a misure concrete, non so cosa seguirà agli annunci negli altri Paesi. Certo, comunque ci fanno piacere, dopo anni di carenza di investimenti sulla sanità pubblica. Ricordiamo che noi combattiamo con 114 miliardi l’anno, la Germania ne dà al suo sistema sanitario nazionale 145, la Francia 130. Il nostro fondo, rapportato al Pil, è tra i più bassi europei, insieme alla Grecia. E per quanto riguarda i posti letto siamo in fondo alla classifica. In più, gli italiani spendono, chi può permetterselo, altri 40-45 miliardi out of pocket. Allora credo che questo, insieme al taglio dei posti letto, al taglio della terapia intensiva e delle lungo degenze, alla carenza in particolare di anestesisti e di medici in pronto soccorso, mostra un sistema che non è stressato da oggi ma da tempo. Girava già al limite delle sue possibilità: liste di attesa interminabili, viaggi della speranza fuori Regione, difficoltà a curarsi, continui riaccessi in ospedale dovuti al fatto che i pazienti vengono dimessi troppo presto, e così via. Gli aspiranti medici non mancano certo in Italia, ma è stata negata loro la possibilità di diventarlo. Mentre i nostri infermieri sono andati a rinforzare il sistema sanitario inglese e francese, soprattutto. Si crede di poter curare a risparmio. Ora forse, purtroppo, saremo tutti costretti a cambiare idea.


giovedì 19 marzo 2020

Con Isaia, con don Tonino Bello sogniamo un mondo altro, possibile

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=16608




Intervento del Vescovo Presidente di Pax Christi, + Giovanni Ricchiuti

Oggi 18 marzo avrei dovuto essere ad Alessano, la città dove nacque + don Tonino Bello, 85 anni fa. Oggi è, in un modo e luogo diversi, il suo compleanno! Questa data, questo giorno in questo tempo così particolare che stiamo vivendo ci fa essere vicini a tutte le persone contagiate, ammalate, ai famigliari delle persone che sono morte. Vicini, lo ripetiamo ancora una volta, a tutti i medici, infermieri, operatori sociosanitari, a quanti nei nostri ospedali, qui al Sud, ma soprattutto al Nord, stanno davvero dando il meglio di sé per contrastare questo virus e curare le persone.
E’ un tempo in cui siamo invitati a riflettere, a pensare, visto che non possiamo e non dobbiamo uscire. E la mia riflessione, illuminata anche dal ricordo di  + don Tonino, è che i politici in primo piano riescano a comprendere che questa pandemia deve portare a rivedere il nostro modo di vivere, di relazionarci, di saper costruire il futuro. Oggi che viviamo questa faticosa solidarietà, siamo invitati a stare più attenti agli altri. Questo ci fa capire quanto sia ancora stupido, folle, pensare ad un mondo che costruisca il suo futuro intorno alla paura dell’altro. All’idea di difendersi dagli altri, che ci sono nemici dappertutto  per cui la strada è quella di armarsi, sottraendo risorse per la scuola, la sanità, la giustizia sociale. Oggi ho letto tanti interventi, alcuni anche un po’ ignorati , perché forse un po’ pungenti che fanno male e si preferisce non ascoltarli.  Parliamo dell’Italia: mancano i posti letto, gli ospedali dedicati a certe patologie, i posti in terapia intensiva, i respiratori, le mascherine..  Mi chiedo: non è perché da diversi anni si sono abbattuti tagli considerevoli sulla sanità? Mai però una coraggiosa messa in discussione sulle spese militari! Siamo chiamati ad una vera e propria rivoluzione pacifica, nel senso della pace, in questo mondo. L’Italia spende per la Difesa circa 68 milioni al giorno! Ma stando alle richieste degli USA e della NATO noi dovremmo spendere ancora di più, per arrivare forse a 100 milioni al giorno? E proprio in questi giorni è in atto questa enorme esercitazione militare USA/NATO “Defender Europe 20”. Quanto costerà? E chi pagherà?  Per non dire degli F 35 e di altre spese folli. Quanti posti letto potremmo realizzare con un solo giorno di spese militari? E quanti respiratori potremmo comperare con un solo F35? O con un solo casco del pilota, che costa 400.000€? 
Proprio   +don Tonino Bello parlava del rischio che il sogno del profeta Isaia venga rovesciato, invece di aratri realizziamo armi!
Invito a leggere il comunicato di ReteDisarmo e Rete della Pace che ben analizza la situazione, con  scelte possibili, da subito:
difesa civile non armata e nonviolenta;  riduzione delle spese militari, utilizzando tali fondi per rafforzare la sanità e la scuola; riconversione delle industrie a produzione bellica verso il settore civile. (https://www.disarmo.org/rete/a/47409.html)
E per evitare fraintendimenti o sterili polemiche vorrei ricordare che dico queste cose avendo ben presente la situazione che viviamo, le sofferenze, le paure e le preoccupazioni dei tanti malati. Lo dico come Pastore della mia Diocesi, come Presidente di Pax Christi e anche come governatore dell’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti che, in questi giorni, ha messo a disposizione 300 posti letto, di cui 60 di rianimazione.
Sono rimasto perplesso leggendo l’intervista che il Ministro Guerini ha rilasciato qualche giorno fa al settimanale Famiglia Cristiana. Il Ministro della Difesa, proprio in questi giorni – che non hanno bisogno di ulteriori commenti – giustifica le varie spese militari, gli F35  e armamenti vari, affermando che il “Paese deve poter disporre di uno strumento militare commisurato al rango e alle responsabilità che vuole assumersi”. E ancora “la Nato, con l’Unione Europea è uno dei pilastri della nostra sicurezza… “
No proprio non lo condivido.
Nell’ultima pagina ho letto la sua scheda biografica: con tutto il mio rispetto, ma negli anni in cui egli sceglieva di fare la leva militare, una decina di giovani della parrocchia dove io ero parroco, a Bisceglie, sceglievano l’Obiezione di coscienza al servizio militare. Sono scelte diverse. E capisco perché poi da ministro si ragioni in un certo modo.  E mi rammarico che dopo parecchi mesi, il Ministro Guerini, cattolico, non si sia degnato ancora di dare una risposta alla mia lettera aperta, editoriale di Mosaico di pace dello scorso mese di ottobre.
Non è questo il tempo di polemiche. Ma dobbiamo essere attenti alla realtà che viviamo. Perché ogni evento, anche questo dolorosissimo che stiamo vivendo e non sappiamo ancora per quanto tempo, ci deve ricordare che un mondo altro è possibile. E’ Possibile!
Ma ci vuole coraggio, ci vuole speranza. Ci vuole quella visione di Isaia, “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci” . Come ci ricordava +don Tonino, il sogno di Isaia, e come anche don Fabio Corazzina ha ben spiegato stamattina in un suo breve video su Facebook davanti ad una delle tante fabbriche di armi a Brescia.
Con Isaia, con + don Tonino Bello e con gli artigiani della pace sogniamo un mondo altro, possibile.

Editoriale del Presidente – Verba Volant  Marzo 2020


+ Giovanni Ricchiuti


Gravina, 18 marzo 2020

martedì 17 marzo 2020

CEI: «Ci sta a cuore»


Emergenza sanitaria e pastorale del lavoro:
una prima riflessione

La diffusione del Covid-19 è diventata subito emergenza sanitaria. I sacrifici di questi giorni sono in nome dei più fragili, che rischiano la vita: scelta sacrosanta, perché la persona umana è al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Eppure, passata la bufera, è prevedibile immaginare che per molti nulla sarà come prima.
Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.
Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.
Nulla sarà come prima anche per il mondo economico, che ha prima rallentato e poi ha visto fermarsi la propria attività. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda.
Nulla sarà come prima per i settori sono andati in sofferenza e vivono l’incertezza del domani: si pensi al settore del turismo, dei trasporti e della ristorazione, al mondo della cooperazione e del Terzo settore, a tutta la filiera dell’agricoltura e del settore zootecnico, alle ditte che organizzano eventi, al comparto della cultura, alle piccole e medie imprese che devono competere a livello globale e si vedono costrette a chiusure forzate e non riescono a rispondere alla domanda di beni e servizi. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, comprendiamo il serio rischio che grava su molti lavoratori e molte lavoratrici.
Muovendo da questa preoccupazione, la Segreteria Generale – valorizzando l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro e l’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport – offre l’inizio di un percorso di riflessione e proposta, sul quale occorrerà necessariamente ritornare insieme.
La comunità cristiana non intende restare indifferente
La Chiesa italiana si sente coinvolta. Con la rete delle Diocesi e delle parrocchie si impegna a non tirarsi indietro di fronte alle domande più laceranti che attraversano la vita di molti fedeli. Veniamo da anni difficili (la crisi economica del 2008) e ora ci rendiamo conto che l’impatto di questo periodo sul lavoro può rischiare di essere una nuova «carneficina» sociale.
E’ questo il tempo della condivisione. Il Vangelo ci chiama a esprimere una solidarietà concreta anche nei confronti dell’occupazione. E’ il momento di far sentire tutta la vicinanza della comunità cristiana ai luoghi di lavoro. Ce ne siamo concretamente accorti: la chiusura di molte attività lavorative e l’obbligo di restare a casa ci ha fatto comprendere come il lavoro non è solo un modo per guadagnare. C’è di mezzo la vocazione di ciascuno. Il lavoro è un antidoto alla rassegnazione, all’inutilità, allo scoraggiamento e alla depressione.
Da qui alcune attenzioni che come Diocesi possiamo adottare nel periodo di «quarantena sociale» e al momento delicato della ripresa:
  1. Facciamo con coraggio il primo passo nel mostrare vicinanza verso gli imprenditori e i lavoratori che stanno subendo gravi perdite e stanno affrontando con le lacrime agli occhi queste giornate
  2. Aiutiamo e incoraggiamo quanti – all’interno delle nostre parrocchie, associazioni, movimenti, gruppi di catechesi, oratori – sono impegnati nel lavoro in ruoli di responsabilità, a livelli differenti; tra questi, ci sono anche imprenditori, nati grazie all’iniziativa della Chiesa italiana con il Progetto Policoro. È l’ora di essere «lievito nella pasta» (cfr Mt 13,33); la competenza dei credenti nei diversi campi del sociale è ricchezza per la Chiesa e la società tutta. Come tale, ci sta a cuore
  3. Organizziamo la carità per andare incontro alle situazioni più critiche, per alleggerire pesi gravosi, per sostenere persone a rialzarsi. La Chiesa intende fare tesoro delle reti relazionali che sono già presenti nel quotidiano e rilanciare con convinzione il messaggio che «nessuno si salva da solo». Accanto alle iniziative delle istituzioni, doverose e importanti, non possono mancare anche forme di attenzione, frutto di una sana collaborazione tra la pastorale sociale, quella familiare, giovanile e la Analogamente a ciò che è accaduto un decennio fa, quando diverse Diocesi hanno dato vita a fondi di solidarietà per il lavoro, anche ora lo Spirito Santo ci illumini per seminare di carità creativa questo nostro tempo.
Cosa possiamo fare? Accanto alle proposte già inserite nelle tre attenzioni, ci sentiamo di suggerire alcune scelte:
  • esprimere gratitudine a chi, in questo periodo di emergenza, sta lavorando per il bene della collettività, mettendo a rischio la propria salute
  • valorizzare la figura di San Giuseppe lavoratore (19 marzo) e la giornata dei lavoratori (1° maggio) per far sentire la vicinanza ecclesiale nei confronti del mondo del lavoro (messaggio, preghiera…)
  • promuovere un sostegno concreto attraverso l’acquisto di beni realizzati in Italia da aziende che si dimostrano attente alla tutela del lavoro, alla sostenibilità ecologica e alla qualità dei In particolare, ci sembra importante contribuire a campagne di sensibilizzazione come quelle promosse da Coldiretti (#mangiaitaliano e «Caro nonno ti cibo») per promuovere la filiera agroalimentare italiana e mantenere in vita gli agriturismi
  • diffondere nelle parrocchie l’appello #sceglilitalia: da giugno a dicembre 2020 la meta della vacanza sia nel nostro Paese. Una scelta di autosostegno, di partecipazione attiva alla ripresa economica dell’Italia, compiuta attraverso le opere pellegrinaggi e i tour operator diocesani, come pure valorizzando cooperative e gesti concreti delle varie Diocesi, che lavorano nella valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiale e la fitta rete delle nostre case per ferie, ostelli, case vacanze
  • assumere alcune soluzioni lavorative a distanza – come lo smart working o la didattica online – quali opportunità concrete anche per il futuro, con cui conciliare il lavoro con i tempi della famiglia e la sostenibilità ambientale (meno traffico e aria più respirabile)
  • condividere buone prassi nate nelle nostre Diocesi.
Così scriveva Benedetto XVI: «La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità» (Caritas in veritate 21). L’emergenza sanitaria può essere occasione in cui rafforzare i legami di solidarietà tra le persone e le istituzioni, come pure per attivare gli anticorpi per una resilienza che permetta di sognare un «secondo tempo» per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero.
Questo periodo «a casa» non deve solo alimentare la preoccupazione per un momento critico, ma può avviare un processo che duri nel tempo e che accompagni le diocesi a fare dell’attenzione al lavoro un’occasione di evangelizzazione e di sviluppo umano integrale.
Siamo tutti connessi. Solidali per vocazione.
Roma, 16 marzo 2020

Giovedì 19 marzo ore 21 Rosario di affidamento in tutta Italia

dalla pagina http://www.diocesi.vicenza.it/pls/vicenza/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=7423

ROSARIO IN FAMIGLIA NELLA FESTA DI SAN GIUSEPPE 
giovedì 19 marzo ore 21

UNA PREGHIERA CORALE in tutta ITALIA
Una preghiera corale degli italiani per invocare la protezione di san Giuseppe, Custode del Signore e dell’umanità.
La indice la Conferenza episcopale italiana con un appello nel quale comunica che“in questo momento di emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia.

CAMPANE A DISTESA ALLE 21 di giovedì 19 marzo
La proposta è stata fatta propria anche dal vescovo Beniamino nella sua recente lettera al clero della diocesi"Invito tutti ad unirsi nello speciale appuntamento di preghiera alle ore 21 del 19 marzo (Solennità di San Giuseppe), promosso dalla CEI. In quell’occasione, alla preghiera fatta nelle case, associamo la voce delle campane delle nostre chiese". 

DRAPPI BIANCHI E CANDELE ALLE FINESTRE
Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa.

IL VESCOVO A RADIO OREB e LA PREGHIERA SUI MEDIA
La preghiera sarà condivisa in diretta su Tv2000 e su Radio Oreb. Dalle 20 Radio Oreb propone una diretta in preparazione alla preghiera con intervento  telefonico del Vescovo.

UN DISEGNO DA COMPLETARE PER I BAMBINI
Per i bambini mettiamo a disposizione un'immagine della Madonna di Monte Berico realizzata dall'artista vicentina Carolina Savio, che ringraziamo. I bambini possono accompagnare la preghiera disegnando la propria famiglia sotto il manto della vergine e colorando l'immagine. 
Invitiamo le famiglie a condividere le immagini colorate dai bambini attraverso facebook o inviando le foto attraverso whatsapp al numero della Banca della Preghiera di Radio Oreb 348 2760233