venerdì 24 gennaio 2020

54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2020/01/24/0046/00107.html#italiano

Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Francesco per la 54ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 24 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:

Messaggio del Santo Padre

«Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria» (Es 10,2).
La vita si fa storia

Desidero dedicare il Messaggio di quest’anno al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri.

1. Tessere storie
L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.
L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.
L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

2. Non tutte le storie sono buone
«Se mangerai, diventerai come Dio» (cfr Gen 3,4): la tentazione del serpente inserisce nella trama della storia un nodo duro da sciogliere. “Se possederai, diventerai, raggiungerai…”, sussurra ancora oggi chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali. Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale, si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.
Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita.
In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendolivelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

3. La Storia delle storie
La Sacra Scrittura è una Storia di storie. Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono (cfr Gen 1). Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui. In un Salmo, la creatura racconta al Creatore: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.
In questo senso la Bibbia è la grande storia d’amore tra Dio e l’umanità. Al centro c’è Gesù: la sua storia porta a compimento l’amore di Dio per l’uomo e al tempo stesso la storia d’amore dell’uomo per Dio. L’uomo sarà così chiamato, di generazione in generazione, a raccontare e fissare nella memoria gli episodi più significativi di questa Storia di storie, quelli capaci di comunicare il senso di ciò che è accaduto.
Il titolo di questo Messaggio è tratto dal libro dell’Esodo, racconto biblico fondamentale che vede Dio intervenire nella storia del suo popolo. Infatti, quando i figli d’Israele schiavizzati gridano a Lui, Dio ascolta e si ricorda: «Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Dalla memoria di Dio scaturisce la liberazione dall’oppressione, che avviene attraverso segni e prodigi. È a questo punto che il Signore consegna a Mosè il senso di tutti questi segni: «perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!» (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita.
Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.
Anche i Vangeli, non a caso, sono dei racconti. Mentre ci informano su Gesù, ci “performano”[1] a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita. Il Vangelo di Giovanni ci dice che il Narratore per eccellenza – il Verbo, la Parola – si è fatto narrazione: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato» (Gv 1,18). Ho usato il termine “raccontato” perché l’originale exeghésato può essere tradotto sia “rivelato” sia “raccontato”. Dio si è personalmente intessuto nella nostra umanità, dandoci così un nuovo modo di tessere le nostre storie.

4. Una storia che si rinnova
La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata.
«Voi – scriveva San Paolo – siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo. Come le Confessioni di Agostino. Come il Racconto del Pellegrino di Ignazio. Come la Storia di un’anima di Teresina di Gesù Bambino. Come i Promessi Sposi, come I fratelli Karamazov. Come innumerevoli altre storie, che hanno mirabilmente sceneggiato l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. Ciascuno di noi conosce diverse storie che profumano di Vangelo, che hanno testimoniato l’Amore che trasforma la vita. Queste storie reclamano di essere condivise, raccontate, fatte vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo.

5. Una storia che ci rinnova
In ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto. Mentre leggiamo la Scrittura, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio. Quando facciamo memoria dell’amore che ci ha creati e salvati, quando immettiamo amore nelle nostre storie quotidiane, quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni, allora voltiamo pagina. Non rimaniamo più annodati ai rimpianti e alle tristezze, legati a una memoria malata che ci imprigiona il cuore ma, aprendoci agli altri, ci apriamo alla visione stessa del Narratore. Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!
Con lo sguardo del Narratore – l’unico che ha il punto di vista finale – ci avviciniamo poi ai protagonisti, ai nostri fratelli e sorelle, attori accanto a noi della storia di oggi. Sì, perché nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.
Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende. Per poterlo fare, affidiamoci a una donna che ha tessuto l’umanità di Dio nel grembo e, dice il Vangelo, ha tessuto insieme tutto quanto le avveniva. La Vergine Maria tutto infatti ha custodito, meditandolo nel cuore (cfr Lc 2,19). Chiediamo aiuto a lei, che ha saputo sciogliere i nodi della vita con la forza mite dell’amore:
O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.


Roma, presso San Giovanni in Laterano, 24 gennaio 2020,
Memoria di San Francesco di Sales
FRANCISCUS
_______________________________


[1] Cfr Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 2: «Il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita».

giovedì 23 gennaio 2020

Padre Zanotelli

dalla pagina http://temi.repubblica.it/micromega-online/padre-zanotelli-come-puo-un-cristiano-votare-lega/


Parla il padre comboniano, in libreria da poco con “Prima che gridino le pietre”. Un pamphlet che denuncia le storture del decreto sicurezza e il razzismo di Stato: “Non possiamo girarci dall'altra parte, è nostro obbligo morale e civile resistere a queste politiche”. Basta con l'idea del migrante come capro espiatorio: “Dobbiamo far capire ai cittadini chi sono i responsabili della crisi”. La disobbedienza? “È giusta, come nel caso di Mimmo Lucano”.

intervista a padre Alex Zanotelli di Giacomo Russo Spena


“Questo libro nasce dall’esigenza di un confronto forte e deciso con il razzismo e la xenofobia che ci stanno travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, dobbiamo riappropriarci di quella che il pastore danese Kaj Munk, luterano antinazista, ucciso come un cane nel 1944, definiva santa collera”. È l'incipit dell'ultima fatica di padre Alex Zanotelli, un pamphlet (dal titolo Prima che piovono le pietre. Un manifesto contro il razzismo, edito da Chiarelettereche vuole contrastare quel che definisce “l'imbarbarimento del linguaggio” nel Paese. Di recente, ha sostenuto la candidatura di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace sotto processo, a Nobel per la Pace: “Sono con lui, è un nostro dovere disobbedire alle leggi ingiuste”.

Padre, nel testo lei parla di “razzismo di Stato”. Quali sarebbero i provvedimenti o gli episodi incriminati a tal punto da portare a una tale affermazione?

Non è un termine da me coniato, già un libro di Piero Basso ha questo nome e in materia ci sono molti contributi internazionali. Viviamo una fase nel quale cresce di giorno in giorno la xenofobia nei confronti del diverso. Ma dobbiamo essere sinceri: parte tutto da lontano, dalla legge Turco-Napolitano sull’immigrazione. Non dobbiamo dimenticarci le responsabilità del centrosinistra che ha preparato il terreno alle peggiori destre inaugurando i Centri di detenzione (CIE) e spianando la strada alla Bossi-Fini, una legge immorale e anticostituzionale perché non riconosceva i migranti come soggetti di diritto ma solo come forza lavoro a basso prezzo. Poi abbiamo avuto Minniti che ha fatto sì che rimanessero imprigionati 700-800mila migranti africani nelle mani dei libici: persone rinchiuse in prigione, torturate e seviziate. Siamo alla palese violazione di ogni diritti umano. Per ultimo è arrivato il “decreto insicurezza” di Salvini. Un testo che, al di là della propaganda, aumenta l'irregolarità nel Paese regalando braccia, e nuovi schiavi, al caporalato sia al Nord per l'edilizia sia al Sud per l'agricoltura.

Sia Minniti che Salvini le risponderebbero che il flusso dei migranti andava gestito in qualche modo e che l’Italia si è trovata sola di fronte a questo problema perché abbandonata dall'Europa. Come replica?

È evidente che l’Europa non ha fornito nessun ausilio e ciò è gravissimo. Ma qui entriamo nel nodo centrale della questione: i numeri ci vengono in aiuto. Oggi l’Onu riconosce nel mondo come rifugiati e profughi ben 65 milioni di persone. Di questi, l’86% sarebbe accolto da Paesi poveri. Il Libano, che ha sei milioni di abitanti, ha aperto le porte ad un milione e mezzo di siriani. Il Kenya, altra nazione povera, ha accolto un milione e mezzo di somali che scappano dalla guerra. L’Uganda è stata ospitale con un altro milione e mezzo di sud sudanesi. In questo contesto, non è concepibile che 500 milioni di persone che vivono sostanzialmente bene – perché in Europa si sta meglio che in altre parti – non siano in grado di accogliere qualche milione di gente che fugge da carestie, epidemie e guerre terribili come in Siria e Afghanistan.

L’Europa sta attraversando un periodo di crisi economica e il conseguente impoverimento generale ha reso possibile l'avanzata di quella destra populista che foraggia la guerra tra poveri e vede nel migrante il nemico da contrastare. Come si rompe questa narrazione? Qual è la ricetta per uscirne?

È la mancanza di politica che fa scoppiare le contraddizioni e le bombe sociali, soprattutto nei quartieri periferici e più poveri. Da anni, chiunque vada a governare è succube dei poteri finanziari e delle banche. Si sentono tanti proclami ma la realtà resta questa: persino la “manovra del popolo” è stata scritta a Bruxelles. Dato che i politici non cambiano lo status quo puntano il dito contro il migrante, il perfetto capro espiatorio. Qui, invece, toccherebbe intervenire sulla crescente diseguaglianza: la forbice tra i pochi ricchi e i tanti poveri si allarga a dismisura. I cittadini hanno ragione ad essere arrabbiati, la politica dovrebbe farsene carico e modificare il sistema economico/finanziario mentre non vi è traccia.

In una parte del libro definisce le giornate di Genova 2001 come uno spartiacque. Cosa intende?

A Genova è stato ammazzato un movimento straordinario, popolare e non violento. Un movimento che aveva ragione – oggi si può dire con convinzione – e che ha messo paura al governo e alla destra, per questo è stato brutalmente represso. Dopo il 2001 ci siamo persi per strada. Non siamo più riusciti a costruire un'alternativa possibile e di massa.

Nel pamphlet c’è anche un elogio alla disobbedienza. In termini operativi cosa si può fare per contrastare quei provvedimenti del governo che lei definisce razzisti, incostituzionali ed immorali?

Nel diritto esiste una gerarchia delle fonti: penso sia legittimo disobbedire ad una legge ordinaria se lo si fa guardando ad una legge superiore, come alla Costituzione. Nella storia ci sono stati uomini, penso a Martin Luther King o Gandhi, che grazie alla disobbedienza hanno ottenuto risultati significativi e sono riusciti a cambiare il corso della storia. Oggi viviamo in una fase in cui è altrettanto importante battersi in prima persona. E allora ben vengano le persone che aiutano i migranti a passare il confine dall’Italia alla Francia sulla neve. O ben venga il modello di accoglienza di Mimmo Lucano nella sua Riace. Si processa il reato di solidarietà quando, in realtà, l'azione è giusta e legittima. Bisogna moltiplicare tali condotte, ovviamente sempre non violente, perché sono un antidoto per sconfiggere politicamente e culturalmente la barbarie xenofoba che avanza.

Immagino avrà seguito la querelle tra il governo e Famiglia Cristiana che ha pubblicato una copertina eloquente con su scritto: “Vade retro Salvini” a proposito della mancata accoglienza dei migranti in mare. In questa fase qual è il ruolo della Chiesa?

Trovo assurdo che un cristiano voti la Lega. Per questo, ritengo che la Chiesa abbia sicuramente un ruolo importante e che, a volte, sia ancora troppo timida. C'è un Papa straordinario che sull'accoglienza ha preso posizione e così esistono decine di vescovi coraggiosi che stanno rilanciando nella società i valori di coesione e solidarietà nei confronti del prossimo. Riflettiamo sulle tante parrocchie in giro per l'Italia che aiutano concretamente i poveri e i migranti. Però non è sufficiente. Molti altri ecclesiastici preferiscono il silenzio o sono addirittura complici. La Lega non esiste da oggi – sono quasi trent'anni che è nelle istituzioni e che propina odio e rancore – eppure nessun episcopato in Piemonte, Veneto o Lombardia ha mai scritto un documento denunciandone il pericolo. Ciò la dice lunga sul comportamento di una parte della Chiesa.

(21 dicembre 2018)

martedì 21 gennaio 2020

Davos 2020: la terra delle disuguaglianze

dalla pagina https://www.oxfamitalia.org/davos-2020/

La ricchezza globale resta concentrata al vertice della piramide distributiva

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.
Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.
Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.
Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.
In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.
In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.
Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).
Nel report Time to care – Avere cura di noi, che pubblichiamo oggi, alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos, evidenziamo un fenomeno, elevate e crescenti disuguaglianze, che mettono a repentaglio i progressi nella lotta alla povertà, minano la coesione e la mobilità sociale, alimentano un profondo senso di ingiustizia e insicurezza, generano rancore e aumentano in molti contesti nazionali l’appeal di proposte politiche populiste o estremiste.
Il rapporto è la storia di due estremi. Dei pochi che vedono le proprie fortune e il potere economico consolidarsi, e dei milioni di persone che non vedono adeguatamente ricompensati i propri sforzi e non beneficiano della crescita che da tempo è tutto fuorché inclusiva.
Abbiamo voluto rimettere al centro la dignità del lavoro, poco tutelato e scarsamente retribuito, frammentato o persino non riconosciuto né contabilizzato, come quello di cura, per ridarle il giusto valore.
Dopo il rapporto Ricompensare il lavoro, non la ricchezza del 2018, dedicato al lavoro sottopagato e a moderne e invisibili forme di sfruttamento nelle catene di valore globale, Time to Care – Aver cura di noi presta attenzione al lavoro domestico sottopagato e a quello di cura non retribuito che grava, globalmente, soprattutto sulle spalle delle donne. Uno sforzo enorme per garantire un diritto essenziale il cui valore è tuttavia scarsamente riconosciuto.
Basti pensare che:
  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.
Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.
È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.
Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’Italia non è un Paese per giovani

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.
L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.
I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.
Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.
Un quadro d’insieme contraddistinto  da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.
Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.
Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.
Ne parleremo:
Due appuntamenti nel quadro del progetto People Have The Power con il sostegno di AICS – Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo che approfondiranno i contenuti del Manifesto Per un Futuro Più Equo, scritto dai giovani di 12 territori italiani e rilanceranno temi e contenuti della campagna.

Aderisci al manifesto per combattere le disuguaglianze.


Approfondimenti

Disuguitalia. Dati e considerazioni sulla disuguaglianza socio-economica in Italia. Briefing di accompagnamento del rapporto Oxfam “Avere cura di noi” a cura di Oxfam Italia.
I calcoli di Oxfam si basano sulle fonti di dati più aggiornate e complete disponibili. I dati sulla concentrazione della ricchezza sono tratti dal Global Wealth Databook 2019 del Credit Suisse Research Institute. I dati sugli individui più ricchi del mondo sono tratti dalla lista 2019 di Forbes.
I dati relativi alla distribuzione della ricchezza nel mondo e in Italia sono riferiti a giugno 2019.

domenica 19 gennaio 2020

Elezioni Emilia Romagna 2020

dalla pagina https://www.chiesadibologna.it/la-regione-laboratorio-di-democrazia/

“La Regione, laboratorio di democrazia”


La Nota della Conferenza episcopale regionale in preparazione all'appuntamento elettorale


BOLOGNA – 13 GENNAIO 2020. La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna si è riunita oggi in assemblea a Bologna, a Villa San Giacomo, e durante i lavori presieduti da S.E. il card. Matteo Zuppi, presidente della Ceer e arcivescovo di Bologna, ha anche elaborato una nota in vista delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio, di cui si trasmette il testo che segue.

La Regione, laboratorio di democrazia
Nota in preparazione alle elezioni regionali in Emilia-Romagna

Le elezioni regionali, oltre alle contingenze storiche che attribuiscono ad esse loro significati politici nazionali, hanno un impatto importante per le nostre comunità cristiane, perché riguardano una porzione di Paese di cui viviamo le dinamiche economiche, sociali, amministrative. La nostra Regione Emilia-Romagna incrocia, inoltre, il territorio e la vita delle parrocchie di 14 Diocesi, da Piacenza-Bobbio a Rimini. Questa vicinanza tra vita ecclesiale e vita civile, nella distinzione, ma anche nella collaborazione per il bene comune, per la legalità, per la giustizia, per la cura della nostra terra e per la tutela dei più deboli, motiva questo appello in occasione delle prossime elezioni regionali. Mentre invitiamo a esercitare il diritto di voto, primo gesto importante di responsabilità in ogni tornata elettorale, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna vogliamo richiamare alcuni aspetti utili per un discernimento sociale e per una scelta coerente.
L’Europa è casa nostra
In fedeltà all’art. 117 della Costituzione, le Regioni sono chiamate “nelle materie di loro competenza” a partecipare “alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea”. La cura dell’Europa significa cura della nostra terra, delle possibilità di valorizzare un patrimonio umano, culturale, ambientale, religioso e lo studio e l’esperienza dei nostri giovani universitari e lavoratori. Pensare di tutelare la Regione contro l’Europa è una tragica ingenuità e fonte di povertà. Al tempo stesso, non possiamo dimenticare lo spirito sorgivo dal quale è scaturito il desiderio di unità tra le diverse nazioni d’Europa all’indomani della Seconda guerra mondiale. Uomini come De Gasperi, Adenauer, Schuman profusero tutto il loro impegno nella costruzione di una “comunità di popoli liberi ed uguali” (Adenauer a Bad Ems, 14/9/1951), nella quale le specificità nazionali potessero armonizzarsi offrendo ciascuna il proprio peculiare contributo alla bellezza dell’insieme.
Attenzione ai poveri e pari opportunità
L’art. 117 della Costituzione ricorda che “le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Ogni forma di corporativismo, di esclusione sociale e dalla partecipazione attiva alla vita delle nostre città, ogni discriminazione di uomini e donne, italiani o immigrati, persone o famiglie, indebolisce il cammino e lo sviluppo regionale. La preoccupazione principale, anche nelle politiche regionali, non può che essere per le situazioni di povertà, disagio ed emarginazione, segnatamente per quanto riguarda la mancanza e la precarietà del lavoro, continuando un impegno politico che in questi anni ha portato anche buoni frutti. Una particolare cura meritano i giovani, in un grave momento di disorientamento pure per le loro famiglie.
Sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza
A orientare le funzioni amministrative regionali sono i principi della sussidiarietà, della differenziazione e della adeguatezza. Anche l’autonomia regionale non può dimenticare questi tre principi che valorizzano e “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, cioè l’azione della famiglia, di altre comunità e delle realtà del Terzo settore in una programmazione territoriale. Ogni forma di omologazione culturale che non risponde all’adeguatezza dei servizi e al rispetto delle realtà familiari e sociali rischia di essere una sovrastruttura che non serve al bene comune. A questo proposito la sinergia delle attività regionali con le istituzioni ecclesiali (oratori, scuole paritarie, attività estive, consultori, centri di ascolto…), la concreta e costante valorizzazione dei corpi intermedi potranno aiutare ad affrontare “l’emergenza educativa”.
Sviluppo, coesione e solidarietà: persona e comunità
Con le proprie risorse la Regione opera per “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona” (Art. 119 della Costituzione Italiana). La cura degli aspetti economici deve essere accompagnata, soprattutto oggi, da una attenzione ai percorsi di integrazione, inclusione di famiglie e persone in difficoltà, mentre i nostri paesi dalla collina alla costa e le nostre città cambiano continuamente. Ma sono necessarie anche una legislazione e una regolamentazione che non penalizzino alcune categorie di persone nell’accesso alla casa, alla scuola, al lavoro, alla salute. La tutela della vita dal suo concepimento alla morte naturale, nella salute e nella malattia, nella stanzialità e nella mobilità, non può che trovare le istituzioni regionali capaci di rinnovate scelte, non riconducibili alle sole esigenze/componenti economiche e storico-sociali.
I beni culturali e ambientali
Le conseguenze del terremoto del 2012 che ha segnato profondamente il patrimonio culturale e religioso di alcune Diocesi e Province, ma anche la ricchezza di oasi naturali e di colline, di fiumi e coste, esigono un’attenzione particolare ai beni culturali e ambientali, con una collaborazione stretta tra Stato e Regioni (art. 119 della Costituzione) senza la quale i tempi lunghi del restauro, gli abbandoni della terra, delle colline dell’Appennino e della biodiversità, la mancata cura dell’ambiente – di fronte al riscaldamento e all’innalzamento delle acque del nostro mar Adriatico – e l’inquinamento, possono segnare irrimediabilmente una delle ricchezze regionali più importanti. Il patrimonio ambientale e culturale, accompagnato dallo stile di accoglienza e ospitalità riconosciuto alla nostra terra, sarà una risorsa decisiva per lo sviluppo del turismo, fondamentale per lo sviluppo e il futuro della nostra Regione.
Le prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna sono un’occasione importante perché la Democrazia nel nostro Paese, che si realizza nei cammini e nelle scelte anche regionali, non venga umiliata e disattesa e i principi costituzionali ritrovino nelle nostre terre forme rinnovate di espressione e persone, delle diverse appartenenze politiche, impegnate a salvaguardarli, sempre. Un impegno che deve essere accompagnato nella campagna elettorale da un linguaggio, libero da offese e falsità, concreto nelle proposte, rispettoso delle persone e delle diverse idee politiche. A questo riguardo, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna desideriamo offrire quale criterio e chiave di lettura, per i fedeli e per tutti gli uomini di buona volontà, la ricchezza e fecondità della Dottrina Sociale della Chiesa. Ancorata sulla salda ed immutabile roccia del Vangelo, essa è al tempo stesso capace di un confronto fecondo con ogni realtà umana nel suo sviluppo, proprio in virtù dell’inesauribile profondità della Parola di Dio, un tesoro dal quale è continuamente possibile “trarre cose antiche e cose nuove” (cfr. Mt 13, 52).
Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna

sabato 18 gennaio 2020

Riders, fattorini e drivers: come la Gig Economy ti ruba la vita

dalla pagina https://www.glistatigenerali.com/lavoro-autonomo_parigi/riders-fattorini-e-drivers-come-la-gig-economy-ti-ruba-la-vita


Monica Mandico
16 gennaio 2020


L’ultimo film di Ken Loach, «Sorry we missed you», parla delle problematiche legate al nuovo modo di intendere il lavoro ed il lavoratore che la così detta Gig Economy, sta facendo nascere.
Lei, fa la badante e viene pagata a visita da una società di servizi, più ne fa più guadagna. Lui, invece, ha comprato un furgone a rate, per poter andare in giro a consegnare pacchi senza fermarsi mai, sotto il controllo di un gps che registra tutto. Lo fanno per i figli, ma invece sono assenti, con la sindrome del lavoratore autonomo della GIGECONOMY, sempre stanchi, nervosi, dei cattivi genitori, a pezzi, ma che si rimettono ogni giorno a rincorrere un sogno.
Chi ha visto il film ha finito per pentirsi di tutte le volte che ha ordinato del cibo a domicilio, ma la descrizione degli effetti della gig economy, sulla stabilità di un nucleo famigliare, va ben al di là del causare un senso di colpa. Il messaggio che il regista lancia nel suo nuovo lavoro, è di porre in evidenza quanto la tecnologia, diventi uno strumento di oppressione, invece che di liberazione come speravamo vent’anni fa.
Lo sviluppo tecnologico di questi anni, non ci porta quindi in nuovo umanesimo. La tecnologia forse non sta portando realmente a quella emancipazione ed al rinnovamento tanto annunciato all’inizio dell’era digitale, ma anzi, produce un moderno padrone, con strumenti di controllo e di coercizione sempre più subdoli e potenti.
Nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad un fatto di cronaca avvenuto in Francia, che può in tutto e per tutto, essere la parte reale e tragica del film. Cédric Chouviat, un padre di 42 anni che lavorava come fattorino, ha subito un attacco di cuore il 3 gennaio vicino alla Torre Eiffel dopo essere stato schiacciato a terra, da diversi agenti di polizia durante un controllo stradale. Trasportato in ospedale in condizioni critiche, è morto il 5 gennaio a causa dell’asfissia.
Cédric Chouviat, era un uomo che faceva le consegne, padre di cinque figli. La moglie di Cédric Chouviat, chiusa nel suo dolore, ha deciso di dare fiducia alle istituzioni, di fidarsi della legge, ed ha dichiarato che gli agenti «non volevano uccidere il marito» ma hanno commesso, secondo lei, «un errore perché non sapevano come controllare la loro rabbia», «perché sono scarsamente addestrati».
Nel verbale i poliziotti invece hanno scritto di un uomo aggressivo, che avrebbe spintonato e insultato gli agenti dopo essere stato fermato perché guidava il motorino mentre parlava al cellulare. Ammanettato, Chouviat si sarebbe sentito male per via dei problemi cardiaci di cui soffriva. Il referto del medico legale parla invece di un’asfissia che ha provocato un arresto cardiocircolatorio. Tre poliziotti lo hanno placcato al suolo, ventre a terra. Gli sono saliti sopra e schiacciandolo, secondo una tecnica sempre più usata dalla polizia francese ma denunciata da molte associazioni. In alcuni Paesi, ma anche a New York e Los Angeles, è stata vietata perché considerata troppo pericolosa

Ma possiamo pensare di imputare questa morte anche alla trappola dei lavori che illudono, rubando alla vita il tempo da dedicare alla vita stessa?
Un lavoro che promette libertà, ma purtroppo la toglie a tutto il resto, famiglie comprese. Il gps è un tiranno, controlla ciò che fai, scandisce i tempi, sorveglia, non lascia respiro, forse nemmeno per lasciarti andare in bagno. La gig economy è una delle nuove forme di organizzazione lavorativa, produttiva e logistica, dell’economia digitale, in italiano si traduce nell’economia dei lavoretti. Un modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali.
Negli Stati Uniti, un segnale evidente, della cosiddetta gig economy, viene dato dal fatto che il 50% degli autisti di Uber negli Usa lavorano meno di 10 ore alla settimana e molti lo fanno solo occasionalmente, per integrare un altro salario. L’espressione deriva dall’inglese ed è composta dal sinonimo gig (lavoro temporaneo, lavoretto) ed economy (economia). La logica applicativa, di questo nuovo sistema economico, permettere la nascita di una serie di mestieri che una persona svolge a tempo perso, quasi come un secondo lavoro.
Ma abbiamo realmente la percezione di cosa stia accadendo, di cosa sia realmente questo nuova evoluzione (o involuzione) economica?
La gig economy sta crescendo e il fenomeno è sotto osservazione, per capire come inquadrare le aziende e i lavoratori che stanno diventando un problema enorme, dalla cui risoluzione dipende la sostenibilità futura del lavoro nell’era digitale. In generale, i lavoratori della gig economy dipendono da un’app del proprio smartphone che comunica loro cosa fare e quando, a fronte di un compenso in base alle prestazioni effettuate.
Al momento non esiste una normativa omogenea a livello internazionale, ma delle regolamentazioni insufficienti che comportano il conseguente intervento dei vari tribunali amministrativi o federali, in tutto il mondo, sulle varie problematiche lavorative che la gig economy crea sicuramente.
Nel settembre 2019, la legge Assembly Bill 5 (AB5), è stata varata dal Senato della California, che potrebbe costringere Uber, Lyft, le società di food & good delivery ed altri giganti della gig economy a riclassificare i propri lavoratori come dipendenti. La nuova legge entrerà in vigore il 1 gennaio 2020 ed è, indubbiamente, un segnale importante ai lavoratori della gig economy, ed estende le protezioni essenziali del lavoro a un gran numero di lavoratori che dovranno essere considerati come lavoratori dipendenti, con salvaguardie e protezioni maggiori, tra cui i sussidi di disoccupazione, il salario minimo orario, il riconoscimento degli straordinari e le ferie retribuite.
Un smacco per le aziende del settore che hanno avuto enormi profitti utilizzando questi lavoratori con contratti diversi da quello di dipendente con la scusa di dare al lavoratore maggiore flessibilità ed a bassi costi di manodopera.
La nuova legge – in base a quanto riportato dal New York Times – impatterà su circa un milione di lavoratori dello Stato della California, tra cui i conducenti, i rider della food delivery, ma anche su altri lavoratori in altri settori quali gli inservienti e i lavoratori edili che chiedono già da tempo maggiori tutele. Anche gli Stati di New York, di Washington e dell’Oregon stanno studiando una legislazione simile a quella dello Stato della California ed altri Stati a breve potranno seguire l’esempio.
Attualmente sono sotto esame le condizioni di lavoro delle società della gig economy in 14 stati europei, dove circa il 2% della popolazione in età di lavoro trae il proprio reddito dal lavoro via piattaforma. Ma il problema l’indeterminatezza dell’inquadramento tra l’essere dipendente o lavoratore autonomo si riflette anche a livello fiscale.
In Belgio, ad esempio, i lavoratori di alcune piattaforme hanno fatto in modo di non guadagnare più di 500 euro mensili per non rientrare nella categoria dei lavoratori autonomi e pagare più tasse.
In Italia – Paese che detiene il tasso più alto di operatori della gig economy (22%), seguita da Germania (12%), Svezia (10%), Olanda e UK (entrambe con il tasso del 9%) – è stato pubblicato il 3 settembre scorso il decreto-legge 101/2019 che contempla l’entrata in vigore della nuova regolamentazione per i rider della food & good delivery. Esso prevede che vengano riconosciuti diritti, retribuzioni e contributi dei dipendenti dell’azienda per cui essi lavorano e copertura assicurativa Inail contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
Con il D.L. n. 101 del 3 settembre 2019 (c.d. D.L. tutela lavoro e crisi aziendali), convertito con modificazione dalla legge n. 128 del 2 novembre 2019, si modifica il D.Lgs. n. 81 del 15 giugno 2015. Infatti oltre alla modifica dell’articolo 2 e all’inserimento dell’articolo 2-bis (Ampliamento delle tutele in favore degli iscritti alla gestione separata) è stato inserito il Capo V-bis. (TUTELA DEL LAVORO TRAMITE PIATTAFORME DIGITALI).
Per piattaforme digitali sono intesi i programmi e le procedure informatiche utilizzate dal committente che, indipendentemente dal luogo di stabilimento, sono strumentali alle attività di consegna di beni, fissandone il compenso e determinando le modalità di esecuzione della prestazione.
Con la nuova normativa viene esteso agli iscritti alla gestione separata “non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, l’indennità giornaliera di malattia, l’indennità di degenza ospedaliera, il congedo di maternità e il congedo parentale sono corrisposti, fermi restando i requisiti reddituali vigenti, a condizione che nei confronti dei lavoratori interessati risulti attribuita una mensilità della contribuzione dovuta alla predetta gestione separata nei dodici mesi precedenti la data di inizio dell’evento o di inizio del periodo indennizzabile” ed aumentata del 100 per cento l’indennità di degenza ospedaliera.
Il nuovo sistema normativo (Capo V-bis del D.Lgs. n. 81/2015) trova applicazione per i soli lavoratori autonomi che svolgono attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi, ciclomotori o veicoli assimilabili.
Il contratto di lavoro per i c.d. riders ai sensi dell’art. 47-ter deve essere stipulato, ai fini della prova, in forma scritta ed al lavoratore deve essere fornita ogni informazione utile a tutela dei suoi interessi e diritti, nonché della sua sicurezza. La violazione di cui agli obblighi del comma 1 dell’art. 47-ter, comporta che il lavoratore ha diritto a un’indennità risarcitoria di entità non superiore ai compensi percepiti nell’ultimo anno, determinata equitativamente con riguardo alla gravità e alla durata delle violazioni e al comportamento delle parti. L’articolo 47-quater  introduce il compenso minimo determinato dai contratti collettivi.
In mancanza di contratti collettivi i ciclofattorini non possono essere retribuiti in base alle consegne effettuate e deve essere garantito un compenso minimo orario parametrato ai minimi tabellari stabiliti da contratti collettivi nazionali similari. Inoltre, per il lavoro notturno festivo o  condizioni meteorologiche sfavorevoli va riconosciuta un’indennità integrativa non inferiore al 10 per cento.
Viene introdotto per tutti i fattorini (c.d. riders) l’obbligo della copertura assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali prevista dal testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 (articolo 47-septies del D.Lgs. n. 81/2015).
Il 16 aprile 2019, il Parlamento europeo ha approvato una delibera per l’adozione di una direttiva che riguarda le condizioni di lavoro di quanti svolgono la loro attività in favore delle piattaforme digitali. Secondo questa delibera, ai lavoratori dovranno essere riconosciuti dei “diritti minimi”.
Nel film “Sorry we missed you”, il regista manda un segnale forte, preciso. Pesa in questo film, l’assenza dell’incontro al pub, della convivialità e dell’amicizia, che non è mai mancato nei film di Ken Loach, lasciando pensare ad una società di persone che chiuse in casa, attendono pacchi o se vi escono è forse solo per consegnarli.
*

venerdì 17 gennaio 2020

17/01: Tensioni Medio Oriente, sit-in Cgil Cisl e Uil in Piazza Signori: “rischio guerra innescato da Trump”

dalla pagina https://www.vicenzapiu.com/leggi/tensioni-in-medio-oriente-sit-in-cgil-cisl-e-uil-in-piazza-dei-signori-rischio-guerra-innescato-da-trump/

CGIL CISL UIL di Vicenza hanno sottoscritto un documento unitario sulla recente escalation di tensioni in Medio Oriente innescata dal raid militare, voluto da Trump, che ha prodotto la morte del generale Qassem Soleimani e della sua scorta.
Nell’esprimere la propria contrarietà al raid, e la preoccupazione rispetto alle sue conseguenze, con il rischio concreto di una reazione a catena che porti alla guerra, CGIL CISL UIL invitano le proprie strutture sindacali, le delegate ed i delegati, le associazioni, i movimenti, le forze politiche e la cittadinanza, a dare voce a queste preoccupazioni partecipando ad un presidio pubblico organizzato per venerdì 17 gennaio 2020 alle ore 18.00 a Vicenza in Piazza dei Signori davanti alla Loggia del Capitaniato.

mercoledì 15 gennaio 2020

21/01, Il caporalato e l’imprenditoria migrante in Veneto

dalla pagina https://www.facebook.com/events/830834527322053/

"click" per ingrandire
La rete "Verso Città Migranti" ha organizzato l'incontro 

"Il caporalato e l'imprenditoria migrante in Veneto"

Interverranno
 Grazia Chisin (Uil), Silvana Fanelli (Cgil), Sergio Spiller (Cisl),
Fabio Valerio (Centro Astalli Vicenza)

L'evento si terrà martedì 21 gennaio 2020 alle 20.30
presso l'Istituto San Gaetano (via Mora 12, Vicenza)

martedì 14 gennaio 2020

IL MEDIO ORIENTE CHE CI SIAMO COSTRUITI

dalla pagina http://www.fulvioscaglione.com/2020/01/08/il-medio-oriente-che-ci-siamo-costruiti/

Fulvio Scaglione - Giornalista

Distruzioni ad Aleppo (Siria)
Il giorno in cui sul Medio Oriente si potesse fare un discorso razionale, non inquinato dalle opposte propagande, bisognerebbe prendere atto di un formidabile paradosso. Da decenni, diciamo almeno dal 2003 e dall’invasione anglo-americana dell’Iraq, l’Europa e l’Italia partecipano a politiche, indirizzate soprattutto dagli Usa, che hanno un duplice obiettivo: estirpare i numerosi “ismi” (terrorismo, islamismo, radicalismo, autoritarismo) di cui la regione soffre e garantire la nostra sicurezza.
Il risultato qual è? Il Medio Oriente è più instabile, disastrato, armato e bellicoso che mai. L’invasione dell’Iraq doveva risolvere tutto, e infatti un decennio dopo abbiamo avuto in Siria la guerra tremenda che ben conosciamo. Anche in questi giorni, a proposito dell’eliminazione del generale iraniano Suleimani, molti “esperti” ci hanno spiegato che l’azione degli americani provocherà qualche scossone nell’immediato ma favorirà la pace in futuro. Come in passato, hanno ripetuto pari pari i discorsi di politici coinvolti o addirittura protagonisti della crisi, ma pazienza. Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Quanto futuro è, secondo gli “esperti”, questo futuro? Quando arriva?
Nel frattempo, mentre aspettiamo il sol dell’avvenire, registriamo che tutti gli “ismi” di cui sopra, invece di sparire, sono più diffusi, radicati e insidiosi che mai. Anzi: dilagano in Paesi che prima erano un poco più moderati, per esempio in Turchia e in Egitto.
Però ci sentiamo sicuri, più sicuri di prima. No, nemmeno questo. Il terrorismo generato dai gruppi estremistici, dai regimi e dai problemi che agitano il Medio Oriente in questi anni ha colpito l’Europa come mai prima. E oltre al danno c’è pure una beffa atroce. Perché questo terrorismo è ispirato, e in certi casi pure finanziato, non dai Paesi che ci sono ostili o ai quali siamo ostili noi ma, al contrario, da quelli con cui siamo amici o almeno partner in affari. Non sono stati l’Iran o la Siria, famosi “Paesi canaglia”, a colpirci. È stato l’estremismo sunnita (cinque anni fa la strage del Charlie Hebdo a Parigi, ricordate?) coccolato da Arabia Saudita e Qatar. Sono stati gli aspiranti o ex foreign fighters che la Turchia faceva andare e venire dalla Siria attraverso i propri confini.
E per chiudere il cerchio. Per decenni siamo andati a caccia dell’estremismo islamista in Medio Oriente. Bene. Ora ce lo troviamo ben insediato appena al di là del Mediterraneo, in quella Libia dove la Turchia sta mandando i miliziani di Al Nusra e altri gruppi similari che prima usava per cercare di abbattere Bashar al-Assad o stroncare i curdi.
Ma niente paura. Se ci sembra che la strategia non funzioni, è solo perché non la capiamo. In ogni caso, presto ci sarà qualcun altro da eliminare per avvicinare un altro po’ il Medio Oriente alla pace e alla democrazia e noi alla sicurezza.
Ti potrebbero anche interessare: