sabato 11 gennaio 2020

Presenza Donna a “Presa Diretta”


Lunedì 13 gennaio la trasmissione di Rai 3 è dedicata al 

pontificato di Francesco

Nella puntata di lunedì 13 gennaio la nota trasmissione giornalistica di Rai 3 “Presa Diretta” è dedicata al pontificato di papa Francesco, e segnaliamo che all’interno dell’approfondimento ci sarà un piccolo spazio anche per Presenza Donna.
Qualche settimana fa, infatti, il giornalista e conduttore Riccardo Iacona ha visitato con grande interesse il Centro Studi di Presenza Donna, e ha soprattutto incontrato suor Federica Cacciavillani per un’intervista legata al tema “donne e Chiesa” al tempo di papa Francesco.
La trasmissione andrà in onda lunedì 13 gennaio a partire dalle 21.20 su Rai 3.
Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi

venerdì 10 gennaio 2020

Una parola che non passa: Don Mazzolari a 130 anni dalla nascita

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-01/don-mazzolari-130-anni-nascita-osservatore-romano.html

Nell'articolo pubblicato oggi dall'Osservatore Romano, l'attualità del pensiero del sacerdote della provincia cremonese che nasceva il 13 gennaio del 1890. Dopo 130 anni don Primo Mazzolari ancora ha tanto da insegnare su temi come la pace e il rapporto con la terra

Papa Francesco in preghiera sulla tomba di don Mazzolari 
Si dice che il vino buono, invecchiando, migliora! Una cosa analoga capita con il messaggio di don Primo Mazzolari. Nel 2020 ricorrono i 130 anni dalla sua nascita, avvenuta il 13 gennaio 1890 a Boschetto, nella campagna cremonese a pochi chilometri dalla città di Cremona. Ogni anno che passa, la sua attualità non sembra perdere smalto. Anzi, davanti ai problemi che l’umanità si trova ad affrontare, negli scritti del parroco di Bozzolo c’è una miniera di riflessioni che guadagnano valore giorno dopo giorno. I drammatici eventi del Medioriente che stanno segnando l’inizio del nuovo decennio destano preoccupazione. Si continua a usare la forza quasi come unico strumento per la soluzione dei conflitti e, invece, ci si accorge di quanto questo sia illusorio. Scriveva sul quindicinale Adesso negli anni Cinquanta: «Per la Pace, più che parteggiare, direi che bisogna “agonizzare”, poiché essa è un bene uno e indivisibile come la Carità. E se uno la vuole per sé, deve domandarla per tutti: per gli stessi che non la vogliono, anche per coloro che ne sono indegni». Frasi che inchiodano. Se si desidera vivere in pace, bisogna avere il coraggio di chiederla per tutti, anche per chi non la merita. E invece domina incontrastata la regola dei due pesi e due misure: si vuole mantenere la pace in casa propria facendo la guerra in casa d’altri. Quanta ipocrisia si gioca anche ai giorni nostri!

Ma si sa, sulla pace Mazzolari è maestro indiscusso nel panorama cattolico novecentesco italiano. Ci sono argomenti, invece, poco affrontati e conosciuti che possono illuminarci oggi. Uno di questi è il rapporto con la terra. Certo, non è nella top ten dei temi mazzolariani, ma quando si leggono pagine di Cara Terra o alcuni discorsi per la giornata del ringraziamento o qualche novella non si può restare indifferenti di fronte alla sua sensibilità sociale. Il mondo contadino gli appartiene come provenienza e come esperienza. La denominazione di origine controllata contadina è spesso stata la sua lettera di presentazione per ottenere ascolto presso il popolo rurale che sa pesare a distanza la credibilità di un uomo. Quel mondo lo sente nel sangue, tanto da ricordare con affetto momenti dell’infanzia: la sera al fienile dove la famiglia si trova al tepore degli animali, la casa aperta agli ospiti di passaggio («una volta ne ho contati quindici» - confessa) o che hanno bisogno di dormire in un luogo riparato, la generosità del padre che non dice di no a nessuno e l’accoglienza della madre che ha sempre una fetta di polenta per tutti, la visita con la zia alla stalla per vedere i vitellini appena nati, quando si rinnova il prodigio della vita... Mazzolari ha imparato dalla vita contadina lo sguardo contemplativo, da credente, e ciò gli ha permesso di lasciarsi convertire dai tempi e dalle logiche della natura. Scriveva: «Campo è solo la terra che si lascia amare, che si abbandona alle nostre braccia e che ci dà il pane in cambio del sudore, e anche un po’ di pace per compensarci dell’affanno con cui seguiamo le alterne vicende dei tempi e delle stagioni. Il campo è il luogo dove penso di potermi incontrare con Dio, e che Dio riveste di erbe, di fiori e di spighe». La campagna «parla» ai contadini, ma per il parroco di Bozzolo, attraverso la terra è Dio che rivolge un messaggio all’uomo. La voce di Dio nella creazione chiede un ascolto obbediente. Senza questa fiducia, l’uomo rischia di pensarsi dominatore incontrastato, come un despota; non sa recepire i limiti presenti nella creazione e si scopre arrogante… Nel tempo dei cambiamenti climatici e di una comunità cristiana intenta a recepire gli insegnamenti di Laudato si’, c’è molto da seminare e altrettanto da raccogliere leggendo don Mazzolari. La saggezza cristiana del mondo contadino suggerisce uno stile di vita sobrio e umile. Certo, quel contesto sociale non esiste più.

Rimane però un insegnamento. C’è sempre il pericolo che la terra si allontani da chi se ne può prendere cura. Con la conseguenza dell’inquinamento e del degrado. C’è anche il rischio che l’ingiustizia finisca per prevalere. Terra e contadino possono finire calpestati. C’è già qualcosa dell’ecologia integrale di papa Francesco in questo sguardo etico che don Primo ha trasmesso... Come ignorare questa scuola di spiritualità?

18/01: "Responsabili della Società"

dalla pagina http://www.caritas.vicenza.it/quarta-proposta-di-formazione-permanente-in-ambito-socio-economico/

Quarta proposta di formazione permanente in
ambito socio-economico

Desideriamo iniziare il nuovo anno riflettendo insieme sulla necessità di agire in maniera responsabile, come singoli cittadini e come società, con lo sguardo rivolto alle persone fragili.

Appuntamento sabato 18 gennaio dalle 14.30 alle 17.30 al teatro del Seminario Vescovile di Vicenza (entrata e parcheggio solo da Viale Rodolfi 76 – fronte entrata pronto soccorso ospedale) con la quarta proposta di formazione permanente in ambito socio-ecomomico, che vedrà relatori di eccezione discutere sul tema “Responsabili della Società. L’autentico sviluppo ‘deve essere integrale. volto allo promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo’: si tratta della dott.ssa Elisa Casson, Responsabile dell’Ufficio Nuove Marginalità ed Inclusione Sociale della Regione Veneto,  del dott. Paolo Tomasin, Responsabile Area Nord Est della Banca Mondiale e della dott.ssa Silvia Cantele, docente di Economia Aziendale dell’Università degli Studi di Verona.

Dopo una panoramica sulle disuguaglianze rilevate in Italia e nel Veneto, approfondiremo il tema di come enti pubblici e privati possono agire e intessere politiche di contrasto alla povertà.

Programma:

  • 14.30: Accoglienza, saluti e preghiera
  • 15.00: Interventi dei relatori
  • 16.45: Spazio per il confronto e domande dal pubblico
  • 17.30: Conclusione e saluti


Consulta l’invito

mercoledì 8 gennaio 2020

Mai più la guerra!

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=16328

Comunicato stampa di Pax Christi Italia
     “La guerra è un male assoluto e va ‘ripudiata’, come recita la nostra Costituzione all’Art. 11: essa non deve più essere considerata una scelta possibile da parte della politica e della diplomazia”.
     Così scrivevamo in un comunicato del 24 maggio 2019, (http://www.paxchristi.it/?p=15462denunciando le manovre per una prossima guerra all’Iran. 
     Ora gli ultimi tragici avvenimenti rischiano di travolgere non solo il Medio Oriente ma il mondo intero in una nuova “avventura senza ritorno”. Il rischio di una guerra di cui è difficile prevedere sviluppi e conseguenze è tragicamente reale. 
     Pax Christi Italia si unisce alla voce di Pax Christi USA “La decisione dell’amministrazione Trump di assassinare il generale iraniano Soleimani in territorio iracheno, per mezzo dell’attacco di un drone, ha sortito l’unico effetto di causare una escalation della tensione in Medio Oriente e di mettere in pericolo la vita di uomini, donne e bambini innocenti che pagheranno per le ritorsioni che avverranno tra Stati Uniti e Iran”. (https://paxchristiusa.org/2020/01/03/media-statement-from-johnny-zokovitch-pax-christi-usa-executive-director-on-the-us-assassination-of-irans-general-soleimani/)
     Assistiamo allo sgretolamento delle fondamenta della convivenza internazionale, ONU, diritto internazionale… Sembra prevalere la logica del più forte, del più armato. Non possiamo accettare questo! Anche oggi, come scrivevamo a maggio, ci chiediamo: Quale altra infernale situazione potrebbe generarsi dalla incombente guerra all’Iran? La guerra in Libia, ad esempio, non ha proprio insegnato nulla? Si vuole dunque accendere una nuova fornace dove bruciare umanità e speranze di pace e coesistenza pacifica?”.
     Non possiamo stare inermi a guardare. Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra e alla sua preparazione, tanto più preoccupante con il potenziale degli armamenti anche nucleari, oggi a disposizione dei potenti del mondo. E sappiamo che anche in Italia ci sono basi, come Sigonella o Aviano, che possono essere direttamente coinvolte in una prossima guerra.
Per questo vorremo che si unissero le voci di tutte le persone che credono nella pace, per chiedere scelte concrete di pace.
     Lo abbiamo ribadito qualche giorno fa a Cagliari in occasione del convegno e della Marcia nazionale per la Pace, invocando il disarmo e denunciando la presenza delle bombe atomiche sul territorio italiano e le nuove in arrivo B61-12.
Chiediamo:
– alla Chiesa e alle Comunità cristiane non solo di pregare per la pace, cosa indispensabile, ma anche di denunciare in modo forte e chiaro la follia della guerra e di unire le proprie voci a Papa Francesco: l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche…”.
al Parlamento e al Governo Italiano scelte politiche concrete e immediate di pace, per non essere coinvolti nella guerra ed esserne complici: 
 di non dare la disponibilità delle Basi Usa in Italia
– di bloccare l’acquisto degli F35
– di ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan
– di dare più potere all’Onu e non alla Nato
– di consultarsi con l’Onu sulla sicurezza del contingente italiano e internazionale in Libano
– di aderire immediatamente al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari.
Non possiamo accettare che a parole si dica di volere la pace e nei fatti invece si prepari la guerra, che come sempre è pagata soprattutto dai più deboli e dagli innocenti.
Rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza!
Firenze, 8 gennaio 2020                                                                               Pax Christi Italia
_____________
Contatti:
Segreteria Nazionale di Pax Christi: 055/2020375 –  info@paxchristi.it – www.paxchristi.it
Coordinatore Nazionale di Pax Christi: d. Renato Sacco 348/3035658 – renatosacco1@gmail.com


domenica 5 gennaio 2020

sabato 4 gennaio 2020

Stati Uniti, manifestazioni in 33 città per opporsi a una guerra contro l’Iran

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2020/01/stati-uniti-manifestazioni-in-33-citta-per-opporsi-a-una-guerra-contro-liran/

(Foto di ANSWER Coalition) 
La coalizione Answer, che riunisce decine di organizzazioni pacifiste, ha convocato per oggi, sabato 4 gennaio, manifestazioni in 33 città degli Stati Uniti per opporsi a una nuova, possibile guerra scatenata dall’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qassem Soleimani e di un’altra decina di persone su ordine di Trump.
La protesta coinvolgerà Washington, New York, Los Angeles, Chicago, Boston, San Francisco, Miami, Albuquerque, Seattle, Arlington, Minneapolis, Atlanta, New Haven, Portland, Pittsburgh, Denver, Philadelphia, Lancaster, Austin, Boulder, Birmingham, Cleveland, El Paso, Fort Wayne, Ithaca, Northampton, San Antonio, Santa Monica, Davis, Milwaukee, Madison, Boise e Las Vegas.

Dopo la dura condanna di Bernie Sanders, anche la parlamentare progressista democratica Alexandria Ocasio-Cortez si è schierata con forza contro la possibilità di una guerra che avrebbe effetti devastanti in Medio Oriente e non solo: “Ora è il momento di decidere se si è a favore della pace o no” ha scritto in Twitter. “Il Congresso ha l’obbligo morale e legale di riaffermare il suo potere per fermare questa guerra e proteggere vite innocenti da atroci conseguenze. I sostenitori della guerra sono pronto a convincervi del contrario, come hanno fatto a proposito dell’Iraq nel 2003, ma la guerra non porta la pace. La guerra non crea sicurezza. La guerra ci mette tutti in pericolo.”
-------------------------------------------------------------

dalla pagina https://parstoday.com/it/news/world-i205593-iraq_biden_critica_trump_su_attacco_contro_il_generale_soleimani

Iraq: Biden critica Trump su attacco contro il generale Soleimani


Donald Trump ha gettato "dinamite in una polveriera" con l'attacco che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani.

Lo afferma il candidato alla Casa Bianca, Joe Biden, descrivendo la mossa una forte escalation.



SULEIMANI UCCISO PER RIELEGGERE TRUMP

dalla pagina http://www.fulvioscaglione.com/2020/01/03/suleimani-ucciso-per-rieleggere-trump/

Fulvio Scaglione - Giornalista

Nemmeno la terribile “lezione” del massacro siriano fa rinsavire i potenti. Altre guerre per procura si annunciano, altre stragi di civili si preparano per un 2020 che comincia dov’era crudelmente finito il 2019. I droni americani hanno ucciso, a Baghdad, il generale iraniano Qassem Suleimani, 62 anni. Era il comandante dei Guardiani della rivoluzione ma, soprattutto, l’uomo di fiducia dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Suleimani era lo stratega di tutte le situazioni di crisi in cui la Repubblica islamica avesse messo mano: Iraq, Siria, Libano, Yemen. Un colpo durissimo per l’Iran perché Suleimani che aveva combattuto giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, aveva un’esperienza che lo rendeva quasi insostituibile.
L’attacco americano è a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra. La motivazione addotta dal Pentagono per giustificare l’azione (“Suleimani stava progettando attacchi contro diplomatici e militari americani in Iraq e in tutta la regione”) è risibile. La storia dell’ormai lunga crisi tra gli Usa di Trump e l’Iran dimostra che quella era proprio l’unica cosa che Suleimani, che tutto era tranne che uno stupido, non avrebbe mai fatto. Né ha senso l’idea che l’attacco dei droni americani sia la risposta alla furiosa protesta che gruppi di iracheni sciiti avevano portato qualche giorno prima contro l’ambasciata americana di Baghdad. Li aveva di certo manovrati l’altra vittima illustre del raid, Abu Mahdi al Muhandis, numero due delle milizie irachene filo-iraniane, un corpo paramilitare affiliato all’esercito. Ma non dichiari una guerra perché ti hanno sporcato i muri.
Gli Usa sono forti in Medio Oriente. Secondo i dati più recenti, tengono quasi 60 mila soldati nella regione e hanno installazioni militari in 14 Paesi: Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Giordania, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein. Nel solo 2019, e proprio in seguito alle tensioni con l’Iran, Trump ha inviato altri 2.500 soldati nella sola Arabia Saudita. E ancora più forti si sentono, gli Usa, da quando sono riusciti a saldare l’alleanza tra Arabia Saudita e Israele, i Paesi che più fortemente temono l’estendersi dell’influenza iraniana. È certo, tra l’altro, che le informazioni decisive sugli spostamenti di Suleimani siano venute dai loro servizi segreti, da lungo tempo ottimamente infiltrati in Iraq.
Trump ha ereditato da Barack Obama la crisi siriana e la sconfitta della triangolazione americo-saudo-israeliana, determinata ad abbattere Bashar al-Assad per spezzare la catena del potere sciita che lega tra loro Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen, e tutti insieme alla Russia. Vuole la rivincita e mira all’Iran, sapendo che il Cremlino, sceso in campo per Assad, non farebbe altrettanto per gli ayatollah.
Ma soprattutto Trump usa la politica mediorientale (e in genere la politica estera) per fini di politica interna. Punta alla rielezione. E sa che il suo elettorato, quello repubblicano ma non solo (pensiamo, per esempio, ai gruppi di influenza filo-israeliani), ama l’America dura, che si fa rispettare armi in pugno. Eliminare un generale iraniano come Suleimani è un ottimo sistema per trasformare l’impeachment in un atto antipatriottico. E se per caso gli iraniani dovessero reagire, ecco una scusa perfetta per trasformare la campagna elettorale in un referendum tra chi vuole difendere l’America (lui, ovvio) e chi vuole invece arrendersi.  Non a caso i democratici, che in passato non si sono mai negati guerre e guerricciole, ora contestano il suo operato anti-Iran. E se pensiamo che c’è ancora un anno prima delle presidenziali Usa, e che pare impossibile che l’Iran non cerchi una rivalsa, dobbiamo prepararci ad altri momenti drammatici.
Anche Recep Tayyep Erdogan usa l’estero per soffocare i problemi interni. L’economia della Turchia è da tempo in bilico (nonostante una parziale ripresa nella seconda metà del 2019, il reddito pro capite, il Prodotto interno lordo e la produzione industriale sono da tempo in calo) e lo scontento è palpabile. Già l’offensiva militare nel Nord della Siria contro i curdi rispondeva, almeno in parte, all’esigenza di alzare una bandiera populista per placare gli istinti profondi del Paese. Quella spedizione, però, ha aperto un’altra questione: che fare dei miliziani islamisti, in gran parte affiliati ad Al Nusra (l’ex Al Qaeda), che la Turchia ha armato e finanziato per anni e che occupano la provincia siriana di Idlib? Al Nusra ha sedi, militanti e conti correnti in Turchia. Erdogan è a un bivio: abbandonare i vendicativi miliziani alle bombe dei russi e dei siriani, e così dover quasi sicuramente affrontare un’ondata di attentati in patria? Oppure tradire i patti siglati con Vladimir Putin (la “pulizia” di Idlib in cambio del via libera all’avanzata anti-curda), sponda che gli è indispensabile per tenere a bada gli Usa?
Per sua fortuna c’è la Libia. Il governo di Fayez al-Sarraj, l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, è in crisi profonda. Il generale Khalifa Haftar, con le armi della Francia, i droni degli Emirati Arabi Uniti, i quattrini dell’Arabia Saudita, l’aviazione dell’Egitto e i mercenari della Russia, controlla ormai gran parte del Paese e stringe d’assedio Tripoli. Al-Sarraj ha chiesto aiuto un po’ a tutti e la cosiddetta “comunità internazionale”, dalla Ue alla stessa Onu, non ha prodotto altro che chiacchiere. Come se le belle parole servissero a qualcosa contro le bombe e i carri armati. Più seriamente gli ha risposto appunto Erdogan, che così prende tre piccioni con una fava. Da un lato interviene in una crisi sulla sponda Sud del Mediterraneo, conquistando un ruolo di grande rilievo geopolitico. Dall’altro si libera dei militanti di Al Nusra. Perché il bello è questo: a combattere per Al-Sarraj, cioè per il governo timbrato Onu, andranno i tagliagole di Idlib, quelli che qualche settimana fa destavano lo sdegno del mondo per le violenze contro i civili curdi. E infine allunga le mani sulle risorse energetiche della Libia: Al-Sarraj ha già firmato con lui un accordo che investe i preziosi giacimenti di gas e petrolio del Mediterraneo.
Ora tutti, dalle grandi istituzioni come la Ue ai Paesi come Francia e Italia, chiedono alla Turchia di lasciar perdere, alla Russia di smetterla, a questo e a quell’altro di fare il bravo. Al-Sarraj ha già risposto: dove eravate quando vi chiedevo aiuto?
Ti potrebbero anche interessare:

giovedì 2 gennaio 2020

Venezia: Alta marea

dalla pagina https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/47100.html
Venezia: la sfida epocale.
Come nasce il progetto del Mose?
Perché è in ritardo? Quali alternative?
Gianfranco Bettin (Presidente della Municipalità di Porto Marghera – Venezia, portavoce dei Verdi di Venezia)
Lo scorso 12 novembre, come già il lontano ma rivelatore 4 novembre del 1966, ha visto intrecciarsi a Venezia un singolo evento distruttivo, e la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, frutto malsano delle gravi manomissioni subite nel corso del Novecento (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e degli effetti locali della crisi globale dell’ambiente e del clima. Le due dinamiche – eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più di pari passo e Venezia, che, sul filo del mare, li subisce direttamente e precocemente, lo va anche rivelando al mondo con spaventosa chiarezza. 

A questo rischio cruciale, le istituzioni italiane, in primis la regione Veneto e lo stato (il comune votò contro tale scelta, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno risposto puntando tutto sulla macchina enorme chiamata Mose, dispositivo complesso e ormai invecchiato (è stato pensato negli anni Ottanta, progettata a partire dagli anni Novanta, messa in cantiere nei primi anni Duemila, con la prima pietra posata da Berlusconi nel 2003). 

In alta marea

Anche in questi giorni di alta marea e di devastazioni, il solo grido che si è levato da parte di amministratori e di politici è stato il lamento per i ritardi nel completamento dell’opera. Ma, dobbiamo ripetere, il Mose non è “in” ritardo: il Mose è “il” ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, dell’entroterra vasto, entro i prossimi decenni. Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali (per circa una ventina di centimetri) e minimizzando quelli globali, circa il doppio o il triplo di quelli previsti dai fautori del Mose, i quali immaginavano di dover azionare le dighe mobili solo pochi giorni l’anno per qualche ora ogni volta, evitando così di far ristagnare la laguna, interrompendone lo scambio vitale e indispensabile con il mare, e anche di stroncare le attività portuali: questi sarebbero gli obiettivi del Mose, il motivo per cui le dighe sono mobili, non fisse (al quale si è aggiunta la complicazione di volerle “a scomparsa”, immerse sott’acqua, incernierate sul fondo delle tre bocche di porto di Lido, Malamocco, Chioggia, quindi esposte a corrosione, insabbiamento, ecc.). 

In realtà, invece, i mutamenti dell’ecosistema locale (subsidenza, eustatismo specifico, manomissioni della laguna che ne hanno ridotto la superficie e quindi l’area di espansione delle maree) e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, interrompendo l’apertura tra mare e laguna troppo spesso, compromettendo ecosistema lagunare e porto. 

Sulla effettiva possibilità che il Mose funzioni, però, il pessimismo sta col tempo aumentando, tanti sono i difetti che stanno emergendo (corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi…), insieme ai costi enormi della manutenzione (almeno cento milioni l’anno) che non è chiaro chi pagherà (né chi sovrintenderà al funzionamento). 

Era una scelta inevitabile, quella del Mose? Non lo era per niente, anzi. Nel 2006 il comune di Venezia guidato dal sindaco Massimo Cacciari, che avversava questa scelta proprio per i motivi appena ricordati, promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede per la salvaguardia della città e della laguna interventi “graduali, sperimentali e reversibili” (l’esatto opposto del Mose).  

Queste alternative (tra le quali, sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili ecc., combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, ripristino della morfologia, potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto ecc.) vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose (si veda, L. D’Alpaos, S.O.S. Laguna, Mare di Carta 2019), l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa (e con il voto contrario della città, cioè del comune, alla quale era destinata: in una riunione finale e decisiva del comitato interministeriale che deliberò il definitivo via libera al Mose, il comune di Venezia con il sindaco Cacciari, votò contro, unica istituzione a farlo). 

Ma ora, giunta l’opera quasi a conclusione (i lavori sono a più del 90% di avanzamento) che fare del Mose “quasi finito” (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione “dal vivo”, visto anche, tra l’altro, che gli interventi (scavi e opere in cemento) per le paratoie alle bocche di porto hanno cambiato e reso più veloci le correnti. 

Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare (a cominciare dall’approvazione di un adeguato piano morfologico da lungo tempo atteso e dalla ripresa sistematica dello scavo dei rii, per far meglio circolare l’acqua, il ripristino di livelli corretti dei fondali alle bocche di porto e nei tratti più profondi della laguna, la ripresa dei piani di rialzo delle rive e delle insule, ecc.: le vere opere fondamentali, oltre a evitare di scavare nuovi canali o approfondire quelli esistenti per far passare le grandi navi da crociera, che vanno estromesse dalla laguna). Andrebbe anche superata la gestione commissariale del Consorzio Venezia Nuova, organo magari ormai da sciogliere, ripristinando una dialettica trasparente e virtuosa tra istituzioni, organi dello stato, imprese. 

Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, e che annuncia già e chiarisce la sfida radicale che il mondo intero deve affrontare. 

mercoledì 1 gennaio 2020

Buon 2020

Auguri di Buon Anno 
ma ricordiamoci tutti che 

Non c'è un pianeta B