mercoledì 16 ottobre 2019

In Italia celle tra le più affollate d’Europa

dalla pagina https://ilmanifesto.it/in-italia-celle-tra-le-piu-affollate-deuropa/

Carcere. Presentato ieri a Roma il rapporto di Antigone e dell’European Prison Observatory sul sistema penitenziario europeo. Nel nostro Paese, nonostante il calo dei reati, il numero dei detenuti è andato crescendo. Il 70% delle figure professionali che lavorano nelle prigioni è agente penitenziario




Se è vero che dalle prigioni si evince il livello di civiltà di un Paese, anche l’Europa nel suo insieme ha ancora molto da progredire, soprattutto a causa di alcune nazioni dove il tasso di carcerazione è molto elevato (ma ancora proporzionale al volume di edilizia carceraria sviluppata), o di altre dove le celle sono decisamente sovraffollate. In molti – troppi – di questi casi i diritti dei detenuti sono considerati vicino allo zero. E l’Italia è tra i Paesi meno virtuosi, in questo campo.
antigone.it
Antigone e dall’European Prison Observatory, presentato ieri a Roma alla presenza, tra gli altri, del Garante nazionale delle persone private di libertà, Mauro Palma – che si trova un numero di detenuti tra i più alti dell’Unione europea. Al primo gennaio 2018 nell’intero continente erano recluse 584.485 persone e nella classifica della detenzione, in numeri assoluti, ai primi posti si trovano il Regno Unito (oltre 93.000 carcerati a fronte di una popolazione di circa 66 milioni di persone) e la Polonia (73.000, con 38 milioni di abitanti), seguite da Francia, Germania, Italia e Spagna, con oltre 60.000 detenuti ciascuno. Il tasso medio di carcerazione nell’Ue ogni 100.000 abitanti è del 118,5. L’Italia si è fermata, per ora, intorno a 100, mentre a far lievitare il dato contribuiscono soprattutto i Paesi dell’est Europa: Lituania, Estonia, Lettonia e Slovacchia, con tassi che vanno fra il 173 e il 234,9%. In queste aree però il numero di istituti penitenziari è talmente alto da non far registrare alcun tipo di sovraffollamento. In effetti, nell’insieme, i penitenziari europei non raggiungono il 100% di affollamento ma la situazione peggiora decisamente in Francia, Italia, Ungheria e Romania, dove si registrano tassi di sovraffollamento che vanno dal 115% al 120%. È però importante sottolineare – fa notare il rapporto di Antigone – «che le capacità dei sistemi penitenziari non sono calcolate tenendo conto degli stessi parametri e in alcuni paesi i metri quadrati considerati sono di più che in altri. Pertanto una perfetta comparazione non è possibile».
Le donne detenute negli istituti dell’Unione sono 30 mila, circa il 5% della popolazione carceraria, con punte che vanno dal 3,1% della Bulgaria al 10,4% di Malta. Se però si analizzano i dati dei detenuti stranieri (che sono un quinto della popolazione reclusa, con percentuali più alte in Lussemburgo, Austria e Grecia) la porzione femminile arriva al 30%.
Fa notare Antigone che «i reati, secondo i dati di Eurostat, sono diminuiti negli ultimi dieci anni così come è avvenuta una leggera diminuzione della popolazione detenuta». Eppure in Italia, «nonostante un calo dei reati, il numero dei detenuti è andato crescendo».
Ciò è dovuto soprattutto all’uso della custodia cautelare: da noi circa un terzo dei reclusi è in attesa di sentenza definitiva, come in Belgio e Grecia, mentre Lussemburgo, Paesi Bassi e Danimarca presentano percentuali superiori al 40% (23% è la media Ue). «I reati commessi dai detenuti con sentenza definitiva sono furto (16,3%), violazione della legislazione sugli stupefacenti (15,3%), rapine (13,6%) e i reati contro la persona rappresentano un altro 27%. I Paesi con il maggior numero di detenuti con sentenza definitiva per violazione della legislazione sugli stupefacenti sono Lettonia (40,7%), Grecia (32,8%) e Italia (31,1%)». E – forse anche in correlazione – il numero dei suicidi in carcere è quattro volte maggiore che fuori (nel 2017 furono mediamente 6,32 ogni 10.000 detenuti, mentre in libertà il tasso era di 1,41).
Tra i dati che potrebbero risultare più interessanti a quanti oggi prenderanno parte al dibattito nella casa circondariale milanese di San Vittore dove tornerà in visita, dopo il «Viaggio in Italia» dell’anno scorso, la Corte costituzionale, con una lezione su «Pena e Costituzione» tenuta dal giudice Francesco Viganò, c’è sicuramente quello della lunghezza delle pene: «In tutto il sistema Europa il 19,4% dei detenuti definitivi sta scontando una pena di meno di un anno e un altro 25% sconta una pena fra 1 e 3 anni. Questi casi – sottolinea il rapporto – potrebbero certamente essere meglio contrastati con misure alternative alla detenzione. Nell’Ue circa 800.000 persone sono in misura alternativa. Il 10% di queste è in attesa del primo grado di giudizio».
Infine un dato che dovrebbe interessare l’ex ministro Matteo Salvini che ieri ha scelto il carcere di massima sicurezza di Spoleto come location per lo slogan «Più diritti agli agenti di polizia penitenziaria che ai detenuti»: il 70% delle figure professionali che lavorano in carcere è agente penitenziario. «Segno di sistemi penitenziari che investono maggiori risorse sulla custodia anziché sulla risocializzazione del condannato».
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quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione

lunedì 14 ottobre 2019

L’Amazzonia brucia anche per produrre la carne che mangiamo

dalla pagina https://www.internazionale.it/opinione/stefano-liberti/2019/08/29/amazzonia-incendi-soia-carne

sabato 12 ottobre 2019

Amazzonia: “Basta violenze contro gli indigeni” [e contro il Pianeta]

dalla pagina http://www.nigrizia.it/notizia/amazzonia-basta-violenze-contro-gli-indigeni

A colloquio con la relatrice speciale dell’Onu sui diritti delle popolazioni indigene.

di Anna Moccia
Foto credits: The Hoard Planet
«Guardo con fiducia a quello che avverrà durante questo Sinodo e alla capacità della Chiesa di compiere dei passi concreti per incarnare la realtà degli indigeni e arrivare ad azioni concrete per proteggere le popolazioni e, in generale, l’Amazzonia. Mi piacerebbe che si arrivi a una dichiarazione forte contro le diverse violazioni dei diritti umani, gli omicidi che avvengono in queste terre e la criminalizzazione degli indigeni».
Con queste parole inizia la sua intervista con Nigrizia la relatrice speciale dell’Onu sui diritti dei popoli indigeni Victoria Tauli-Corpuz a margine della presentazione del volume “Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore della terra ferita”, edito dalla Emi, che si è tenuta nella sede di Vatican News - Radio Vaticana Italia.
«In qualità di rappresentante per le Nazioni Unite per i diritti degli indigeni - dichiara Victoria Tauli-Corpuz - ho avuto modo di andare in Brasile e anche in Ecuador, e di vedere quello che sta accadendo. Ma è bene che queste cose siano sotto gli occhi di tutti, per cui questo Sinodo è fondamentale perché rende visibili i problemi delle popolazioni e rappresenta un modo concreto per far vedere quello che la Chiesa può fare e le alternative che si possono costruire in questi territori. Le proposte in termini di ecologia integrale e interculturalità sono molto importanti per queste popolazioni che non solo resistono ma stanno costruendo attivamente reciprocità, solidarietà e comunità».
Victoria Tauli-Corpuz è costantemente in contatto con le comunità indigene presenti nel mondo. Lei stessa è una leader indigena del popolo Kankanaey Igorot, originario delle Filippine. Racconta che una parte fondamentale del suo impegno all’Onu consiste nell’assicurarsi che i diversi stati rispettino i diritti degli indigeni ma anche nel denunciare le diverse violazioni e cercare soluzioni ai problemi che questi popoli devono affrontare.
«Per aver denunciato le violazioni dei diritti della popolazione autoctona del mio paese natale sono anche finita nella lista dei terroristi - racconta l’inviata Onu - e per mesi ho vissuto sotto minaccia. In realtà ricevo continuamente minacce anche da alcune corporazioni, quando parlo apertamente di quello che fanno, ma tutto questo fa parte del mio lavoro».
«Non che il compito dei leader indigeni sia più facile - aggiunge - perché ci sono molte responsabilità, devi avviare un dialogo diretto con i decisori e poi bisogna riportare alle comunità quanto è stato deciso o detto. Ma devi soprattutto dare al tuo popolo la forza e il coraggio per resistere alle continue violazioni dei suoi diritti».
La speranza di Tauli-Corpuz è riposta nei giovani: «per me ‘essere indigeno’ vuol dire soprattutto saper trasmettere i valori di reciprocità e armonia con la natura alle nuove generazioni, perché sono questi valori che li aiuteranno a fronteggiare sfide importanti come quella del cambiamento climatico o la crescente erosione delle diversità culturali.
Si tratta anche di orientare i giovani verso quelle aziende che rispettano i diritti umani, che trattano i lavoratori con dignità. Quando compriamo un prodotto assicuriamoci che non stia violando l’ambiente o i diritti delle persone e denunciamo i comportamenti illegali. Questo ci dà forza e può incoraggiare una conversione ecologica e un’educazione integrale».


venerdì 11 ottobre 2019

“Primavera di pace” Sconcerto e dolore

dalla pagina http://www.paxchristi.it/?p=15921


Comunicato stampa Pax Christi Italia
Ancora guerra. E la guerra porta sempre con sé morte, distruzione, paura, fuga, terrore.
Ci sono ancora tante, troppe guerre in corso. E mentre il conflitto in Siria è lontano dal terminare, adesso la Turchia ha iniziato i bombardamenti contro i Curdi. Ancora vittime, soprattutto civili. E, come ci raccontano alcuni testimoni locali, si rischia un altro massacro.
Un’azione di guerra che si chiama, in modo beffardo e ‘diabolico’: “Primavera di pace”.
Chiediamo – noi di Pax Christi insieme a tante altre persone che vogliono la pace – al governo italiano, alla UE ed all’ONU di fare tutto il possibile per fermare subito questa nuova tragedia, nuova sconfitta dell’umanità, adoperandosi con urgenza in tutti i modi possibili.
Insieme al dolore per le vittime, non possiamo tacere poi sulle nostre responsabilità: l’Italia ha venduto in questi ultimi 4 anni 890 milioni di € in armamenti alla Turchia. Questa è complicità! Si blocchino subito le forniture di armi alla Turchia, anche nel rispetto della legge 185/90.
Inoltre la Turchia, come l’Italia, fa parte della Nato, sotto guida USA, che tante responsabilità ha nel caos attuale in Medioriente.
Noi continueremo pervicacemente a chiedere il disarmo, ad invocare la cessazione del conflitto con la preghiera, e a lavorare per scelte concrete di pace.
E, come spesso abbiamo detto in momenti tragici come questo, di bombardamenti, di morti e distruzione: rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza.
Firenze, 10 ottobre 2019
Pax  Christi  Italia
Contatti:
Segreteria Nazionale di Pax Christi: 055/2020375 –  info@paxchristi.it – www.paxchristi.it
Coordinatore Nazionale di Pax Christi: d. Renato Sacco 348/3035658 renatosacco1@gmail.com

giovedì 10 ottobre 2019

Truppe turche entrano in Siria. Padre Lufti: si riapre ferita che credevamo guarita

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-10/truppe-turche-entrano-siria-padre-lufti-si-riapre-ferita.html

Il Presidente turco Erdogan minaccia di mandare milioni di rifugiati in Europa se l’Ue interferirà con l’azione. Una riunione d'emergenza a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dell'Onu è stata richiesta per oggi dai membri europei dell'organismo. “Le bombe colpiscono tutti, anche bambini, donne, anziani” avverte il ministro dei frati minori Padre Lufti


Curdi che protestano contro l'operazione turca
Marco Guerra – Città del Vaticano

Nel secondo giorno dell'operazione militare della Turchia nel nord-est della Siria continuano i bombardamenti contro obiettivi curdi. Fonti militari di Ankara riferiscono che sono stati conquistati due villaggi a ovest di Tal Abyad. Il bilancio a meno di 24 ore dall’inizio delle operazioni è di almeno 109 morti, che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito “terroristi”. Allo stesso tempo Mezzaluna rossa curdo-siriana parla di 10 civili uccisi.

Erdogan: l’Ue non interferisca
Media turchi hanno precisato che le truppe sono entrate da quattro punti diversi, Intanto oggi ci sarà la riunione del Consiglio di sicurezza Onu ma Erdogan ha messo in guardia la comunità internazionale sulle conseguenze di ogni possibile ingerenza. Se l'Ue ci accuserà di "occupazione" della Siria e ostacolerà la nostra "operazione" militare, "apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati e li manderemo da voi", ha detto il Presidente turco, parlando ai leader provinciali del suo partito, l’Akp.

Russia chiede dialogo
Dal canto suo il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha detto che l'operazione militare della Turchia nel nord-est della Siria è il risultato delle azioni degli Stati Uniti in quell'area. Lavrov citato dall’Interfax ha aggiunto che la Russia promuoverà il dialogo "tra Damasco e Ankara" e che “promuoverà i contatti tra Damasco e i gruppi curdi che rinunciano all'estremismo e alle tattiche terroristiche”.

Nessun via libera dagli Usa
Anche il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si è fatto sentire, ribadendo che gli Stati Uniti “non hanno dato il via libera” all’invasione della Siria. L’esponente dell’amministrazione Usa ha tuttavia affermato anche che ''i turchi hanno preoccupazioni legittime legate alla sicurezza”.

Msf preparati ad aumento pazienti
Lo scoppio dei combattimenti fa temere una nuova emergenza umanitaria. In un comunicato Medici Senza Frontiere (Msf) fa sapere che è pronta a fornire cure mediche a seguito dell’azione militare. “Le nostre équipe a Tal Abyad – si legge - si stanno preparando per un potenziale aumento dei pazienti a causa del conflitto, mentre le nostre équipe a Ain Al Arab (Kobane), Ain Issa, Al Mallikeyeh (Derek), Raqqa e Tal Tamer sono in stand-by, pronte a fornire assistenza in caso di necessità”.

Croce Rossa: preservare lo spazio umanitario
In allerta anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa che si dice “profondamente preoccupato che qualsiasi escalation nel nord-est del Paese possa danneggiare una popolazione già in difficoltà”. "Oggi, centinaia di migliaia di persone nella zona - che si trovino nei campi, nelle detenzioni o nei loro stessi villaggi e città - stanno di nuovo affrontando la prospettiva di ulteriori conflitti", ha dichiarato Fabrizio Carboni, direttore del Cicr di Ginevra per il Vicino e Medio Oriente. "I bisogni umanitari in Siria sono immensi e il Cicr sta cercando di soddisfarli in quello che è già un ambiente incredibilmente complesso. Lo spazio umanitario deve essere preservato".

Nel nord-est della Siria (governatorati di Hassakeh, Raqqa e Deir Ezzor), oltre 100.000 persone sono attualmente ospitate in campi, la maggior parte dei quali siriani e iracheni. Ci sono oltre 68.000 persone che vivono nel solo campo di Al Hol - due terzi dei quali bambini - dove il Cicr gestisce congiuntamente un ospedale da campo con la Mezzaluna rossa araba siriana e la Croce rossa norvegese.

Padre Lufti: nell’area presenti anche comunità cristiane
Sull’evolversi dei drammatici eventi e il rischio di una nuova emergenza umanitaria VaticanNews ha intervistato padre Firas Lufti, ministro dei frati minori della Regione di San Paolo, che comprende Siria, Libano e Giordania: 

R. – Questo attacco, appena è giunta la notizia, ha subito evocato alla nostra memoria i fatti tragici che sono successi in Siria durante questi nove anni. Non ci voleva un altro massacro, un’altra infrazione delle leggi internazionali. La Turchia non è autorizzata in nessun modo a invadere un altro paese che gode di una sovranità garantita delle Nazioni Unite. Quindi questo fatto è inammissibile, da un lato. Dall’altro lato sappiamo che la violenza causa sempre danni alle persone, alle infrastrutture e al Paese, crea sempre una tensione e ci vanno di mezzo soprattutto bambini, donne, anziani e malati. Questo è l’ennesimo fatto che dobbiamo subire. Mentre speravamo nella pace, in una conclusione di questo dramma, il più eclatante di questo secolo, si apre un altro orizzonte drammatico che crea difficoltà.

Quella zona è a maggioranza curda ma ci sono anche cristiani, arabi e assiri… Di quale parte della Siria stiamo parlando?

R. - Della parte del nord, tutta la striscia al confine con la Turchia. Lì i cristiani erano la maggioranza nel XIX secolo. Poi pian piano i curdi aumentavano di numero e rimpiazzavano quella comunità cristiana che andava diminuendo. A causa della guerra in Siria, quest’ultima, tanti cristiani sono andati via ma è rimasta una comunità composta da un mosaico: assiri, siri-ortodossi, siri-cattolici e anche una comunità di armeno-ortodossi e cattolici. Quindi una bella comunità. Purtroppo, adesso questa comunità rischia di essere estirpata dalla sua terra e non avremo questo pezzo fondante del tessuto siriano.

C’è il rischio che le bombe, i proiettili possano creare una nuova emergenza umanitaria che colpirà curdi, cristiani, arabi, tutta la popolazione siriana di quelle terre?

R. – Già ieri, dalle prime notizie giunte, ci sono bambini morti, cristiani… Le bombe non fanno distinzione tra civili cristiani, curdi, musulmani…colpiscono tutti e fanno un danno a tutti. Si riapre quella ferita che speravamo fosse guarita, quella della guerra. Sicuramente ci saranno conseguenze drammatiche. Perché né i curdi né la comunità cristiana ammette in alcun modo un’invasione del governo turco nel territorio abitato dai siriani.

A fine mese è prevista una prima riunione per ridiscutere la costituzione siriana, è possibile una riconciliazione, quali passi vanno fatti?

R. – E’ stato annunciato che la commissione per discutere la costituzione siriana è stata composta, certo si trova sotto l’ombrello internazionale, le Nazioni Unite, e inizia anche i suoi lavori di commissione per discutere il ruolo del presidente ed altre questioni importanti... Mentre va avanti questo primo passo verso una vera riconciliazione rimane poi il tessuto sociale che ha bisogno di tempo per guarire queste ferite nate durante la guerra: divisioni a causa della confessione, della razza... Ogni ferita ha bisogno di tempo per rimarginarsi ma anche della collaborazione di tutti quanti. L’emigrazione, l’emergenza umanitaria ha toccato un po’ tutto il mondo. Io accenno soltanto a un progetto che noi, come francescani, portiamo avanti nella città di Aleppo, “Un nome, un futuro”. E’ un progetto per mettere fine a questa divisione all’interno della società. Sono i bambini nati nella guerra ma non registrati nella società, “Un nome un futuro”: dare un’identità a questi bambini, frutto di matrimoni con i combattenti... Questi bambini, se non vengono accolti, se non diamo loro un nome, un’identità, non avranno mai un futuro. Anzi la loro presenza rimarrà una bomba che attende il momento dell’esplosione e che farà tanto danno. E’ possibile la pace, la riconciliazione, ma bisognerebbe ridare un volto a questa pace.

Morti sul lavoro: «Non raccontiamoci favole», la strage è reale

dalla pagina https://www.agensir.it/italia/2019/10/12/vittime-sul-lavoro-anmil-non-raccontiamoci-favole-nel-2019-gia-troppi-morti/

Vittime sul lavoro. Anmil: “Non raccontiamoci favole, nel 2019 già troppi morti”

Domenica 13 ottobre l'Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro organizza l'edizione 2019 della Giornata che vuole accendere i riflettori sul dramma degli incidenti sul lavoro. Quest'anno, da gennaio ad agosto, ad esempio, si sono registrati 685 infortuni mortali. Zoello Forni, presidente dell'Anmil, chiede che il Piano strategico per la sicurezza sul lavoro, annunciato dal Governo, si traduca in più controlli, mentre nel 2019 sono diminuiti, una maggiore sensibilizzazione su questi temi e una generale riforma dell'assicurazione contro infortuni e malattie professionali, per venire incontro alle esigenze mutate di vittime e loro familiari, oggi, rispetto alla disciplina attuale contenuta in un Testo unico del 1965

continua 

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dalla pagina https://ilmanifesto.it/morti-sul-lavoro-non-raccontiamoci-favole-la-strage-e-reale/

Strage Infinita. Domenica giornata nazionale dell’Anmil. Campagna di informazione in tre lingue. A Palermo la manifestazione principale. La ministra Catalfo: assumeremo 150 ispettori




Domenica si celebrerà la 69esima Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro. Una strage senza fine che anche ieri ha fatto registrare la morte di un operaio a Lecco – anche se si indaga anche per suicidio – mentre lunedì un morto e tre feriti su una nave a Porto Torres, schiacciati contro una grata metallica sembra a causa del maltempo.
«Non raccontiamoci favole, sul lavoro non c’è sempre il lieto fine», è il titolo della campagna di sensibilizzazione lanciata dall’Anmil (l’Associazione nazionale dei mutilati ed invalidi del lavoro) per domenica, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica.
LE «FAVOLE» DI UN MONDO del lavoro senza incidenti si scontra con i numeri della realtà. Nel 2018 ci sono stati oltre 600 mila infortuni sul lavoro e 1.133 morti. Nei primi otto mesi di quest’anno, sulla base degli ultimi dati disponibili, l’Anmil conta 685 le denunce di casi mortali all’Inail, con una crescita «preponderante» nell’agricoltura. «Una media di tre morti ogni giorno. Un bollettino che sta proseguendo con la stessa gravità anche nel 2019», ha sottolineato il presidente dell’Anmil, Zoello Forni.
«In questo contesto molto preoccupante, abbiamo accolto con favore l’impegno del governo di elaborare un Piano strategico per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il tavolo di confronto dovrà produrre, ci auguriamo, interventi rapidi e soprattutto incisivi», ha affermato ancora.
Tre gli spot della campagna, realizzata dal regista Marco Toscani ed ispirata ad alcune favole in chiave “lavorativa”, Pinocchio, La bella addormentata e Capitan Uncino. Tradotti anche in inglese, spagnolo e giapponese, «per sottolineare la valenza universale di questo drammatico tema sottovalutato», sottolinea l’Anmil.
Quest’anno la manifestazione nazionale si svolgerà a Palermo, affiancata dalle iniziative territoriali. In contemporanea alla cerimonia civile, alle ore 10.30, una nutrita delegazione di invalidi del lavoro di circa 500 persone si recherà al Monumento creato dallo scultore Vittorio Gentile per inaugurare il restauro dell’opera.
E proprio in vista della giornata di domenica la ministra del del Lavoro Nunzia Catalfo ha preso impegni precisi, partecipando alla conferenza stampa di presentazione nella sede dell’Anmil. Aumentare i controlli e le attività di vigilanza è il presupposto per ridurre il numero di morti e infortuni. «Maggiori controlli si devono effettuare – ha dichiarato il ministro – e l’investimento si quantifica in una richiesta di risorse umane che l’Ispettorato nazionale del Lavoro ha preventivato in circa 150 unità in più».
CATALFO HA ANCHE RIFERITO che dal tavolo con le parti sociali – sindacati e imprese – sulla sicurezza «sono già emerse alcune priorità: coordinamento delle banche dati sulla sicurezza, esigenza di una formazione mirata, rating per privilegiare e selezionare le imprese più virtuose nell’accesso ad appalti e commesse pubbliche e investimenti in risorse umane addette alla vigilanza. Alcuni di questi obiettivi sono raggiungibili a breve termine, come il rafforzamento della vigilanza prevedendo tra i primi atti da portare avanti il potenziamento della dotazione organica in servizio presso l’Ispettorato», in più il governo punta a «premi alle aziende che si comportano in modo corretto ed investono in sicurezza» e ad «aggiornare il decreto 81 ed attuare le parti non ancora attuate».
«NON POSSIAMO DIMENTICARE che attualmente la disciplina è contenuta in un Testo Unico emanato nel 1965, che ha riordinato normative anche più datate. In quegli anni la società e il mondo del lavoro erano ben diversi da quelli odierni”, per questo “riteniamo sia giunto il momento per una generale riforma dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, che sappia rendere la tutela più aderente al mondo di oggi, guardando al futuro», ha rimarcato Zoello Forni.

martedì 8 ottobre 2019

Se Trump abbandona al loro destino i Curdi

dalla pagina http://www.famigliacristiana.it/articolo/se-trump-abbandona-al-loro-destino-i-curdi.aspx


07/10/2019  La Turchia sta per invadere la Siria e disperdere il popolo che ha sconfitto l'Isis. Ma per Donald prevale la "real politik". L'analisi di Fulvio Scaglione



Il primo pensiero, ovviamente, va ai curdi, in questo caso ai curdi siriani, per l’ennesima volta traditi dai Paesi occidentali. C’è questo, infatti, nella decisione con cui Donald Trump ha concesso luce verde a un intervento militare della Turchia nella Siria del Nord. Intervento diretto proprio contro quei curdi che sono stati i migliori alleati degli Usa nella lotta contro il Califfato di Al Baghdadi ma che Recep Erdogan considera un movimento terroristico e una minaccia per il suo Paese. Il progetto del Presidente turco è chiaro: ritagliare una fetta di territorio siriano (una trentina di chilometri di profondità lungo tutto il confine con la Siria, lungo 480 chilometri), disperdere i curdi, impedire la vittoria finale dell’esercito siriano e di Bashar al-Assad e ricollocare nell’area occupata gran parte dei 3,6 milioni di profughi siriani che in questi anni sono scappati verso la Turchia.
Altrettanto chiaro è il contorno del dramma curdo. Il “popolo senza Stato” è per l’ennesima volta vittima del proprio sogno. Il regime centralistico e autoritario di Assad prometteva ai curdi, al massimo, un certo grado di autonomia all’interno dello Stato siriano. Un patto tutto da contrattare tra mille diffidenze reciproche: Assad col dubbio che i curdi, una volta solidificata l’autonomia, potessero poi pretendere una vera indipendenza, magari con l’aiuto delle solite potenze esterne che non hanno certo rinunciato alla partita siriana; i curdi con l’angoscia che Assad, una volta consolidata la vittoria militare ottenuta con l’aiuto della Russia di Vladimir Putin, decidesse di soffocare anche quella poca o tanta autonomia concessa.
Così i curdi si sono affidati agli americani, nella speranza che fossero proprio loro ad aiutarli a realizzare il progetto del Rojava, l’embrione di quello Stato laico e democratico che sognano da sempre. In nome di questo obiettivo i curdi hanno combattuto a fianco delle truppe Usa contro l’Isis sia in Siria sia in Iraq, sacrificando molte vite e spendendo molti sforzi. Invano, come si vede oggi.
Donald Trump, d’altra parte, mostra nel suo cinismo una sorta di spietata coerenza. Nel settembre del 2017 il presidente (curdo) del Kurdistan iracheno, Mas’ud Barzani, fece svolgere un referendum sull’indipendenza della regione dall’Iraq. Ottenne un 93% di sì ma gli Usa, grandi protettori dei curdi all’epoca di Saddam Hussein, si pronunciarono subito contro il referendum, rifiutando di riconoscerne l’esito e abbandonando Barzani e i suoi alla reazione del governo centrale iracheno.
La stessa cosa avviene ora con il Rojava, a dimostrazione di quanto tattico e strumentale fosse il sostegno americano alla causa curda. Finito l’Isis, finito il sostegno. In realtà, la Casa Bianca fa scelte assai più razionali di quanto sembri a prima vista. Dal punto di vita strategico, in Iraq era più interessante, per gli Usa, proteggere l’unità del Paese che non favorire la fuga in avanti di questa o quella componente. Soprattutto tenendo conto dell’influenza dell’Iran, che è già forte e che in un quadro di frammentazione avrebbe solo potuto crescere. La stessa cosa accade ora in Siria: per gli Usa è più importante recuperare un rapporto con la Turchia di Erdogan, che è pur sempre un Paese della Nato e che negli ultimi tempi ha costruito una buona relazione con la Russia, che non far nascere uno Stato curdo, sia pure nella forma “ridotta” del Rojava.
Resta da vedere che cosa farà, ora, la Siria. Si lascerà scippare una fetta di territorio da Erdogan oppure sarà pronta a combattere, magari alleandosi proprio ai curdi abbandonati dagli americani? La sensazione è che queste ultime mosse siano solo la conclusione di un lungo processo che, dietro le quinte, ha visto anche la partecipazione della Russia come “madrina” di Assad. L’esercito siriano non ha le forze per scontrarsi anche con quello turco. E il Cremlino non ha alcun interesse a prolungare una guerra non ancora terminata o, addirittura, ad allargarla. È possibile che Assad scorga nella mossa di Erdogan anche alcuni possibili vantaggi. Per esempio, una sforbiciata alle ambizioni dei curdi che, come si diceva prima, sono un problema anche per il governo di Damasco. E poi, i profughi siriani che fossero eventualmente ricollocati nella Siria del Nord occupata dai turchi, potrebbero essere incentivati a ritornare alle proprie città e ai propri villaggi, avendo a quel punto perso la speranza di potersi sistemare in Turchia o di poter da lì partire verso l’Europa. E si sa quanto stia a cuore ad Assad, anche nella prospettiva della ricostruzione, il ritorno dei profughi.

giovedì 3 ottobre 2019

Ottobre Missionario - Sinodo Panamazzonico


4 ottobre - 20.30
CATTEDRALE DI VICENZA
Veglia missionaria d'invio: "Battezzati e inviati"
Testimone: Mons. Roque Paloschi, arcivescovo di Porto Velho (Amazzonia)

5 ottobre - 9.00
MISSIONARI SAVERIANI (viale Trento)
Meeting diocesano "Battezzati e inviati per la vita del mondo!"

12 ottobre - 18.00
LIBRERIA SAN PAOLO (via C. Battisti 7)
Presentazione libro "Dal silenzio una nuova voce"
con Tiziano Tosolini, missionario saveriano

17 ottobre - 20.30
CENTRO CULTURALE SAN PAOLO (viale A. Ferrarin 30)
Presentazione libro "Frontiera Amazzonia"
con Lucia Capuzzi, giornalista

19 ottobre - 20.30
Monologo teatrale "Pierre e Mohamed"
PATRONATO LEONE XIII (contrà Vittorio Veneto 1)

25 ottobre - 18.00
LIBRERIA SAN PAOLO (via C. Battisti 7)
Presentazione libro "Dove solo l'anima arriva"
con Monica Mondo, giornalista

mercoledì 2 ottobre 2019

primolunedìdelmese

primolunedìdelmese
Anno XXII - Incontro n. 169

7 Ottobre 2019 - ore 20:30

presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza

Pace, difesa, Europa, trattati, migrazioni, green economy... Quando la politica estera si fa interna. 
Ma, politica e società sono pronti?

Ne parliamo con

Valerio Vignoli

Master in Relazioni Internazionali, dottorando presso il Network for the Advancement of Social and Political Studies (NASP) - Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell'Università di Milano. Autore di saggi e articoli sulla materia.

2 ottobre: Giornata Internazionale Della Nonviolenza

dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_della_nonviolenza


Immagine del Mahatma Gandhi
La giornata internazionale della nonviolenza viene commemorata il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi. È stata promossa dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite[1] il 15 giugno 2007 e celebrata per la prima volta il 2 ottobre 2007.
La risoluzione dell'Assemblea generale chiede a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre in maniera adeguata così da "divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l'informazione e la consapevolezza pubblica."[2]
La risoluzione riafferma "la rilevanza universale del principio della nonviolenza" ed "il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza".
Presentando la risoluzione all'Assemblea generale per conto dei 140 co-sostenitori, il ministro degli Esteri indiano, Anand Sharma, ha dichiarato che l'ampio sostegno da più parti alla risoluzione riflette il rispetto universale per il Mahatma Gandhi e la rilevanza attuale della sua filosofia. Citando le ultime parole del leader, ha dichiarato: «La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire».

martedì 1 ottobre 2019

Servizio Civile nel ComES con Unicomondo

dalle pagine:

Scadenza Bando di Servizio Civile Nazionale 2019

10/10/2019 (ore 14)
 
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3 ottobre: Assemblea dei lavoratori Xylem - Lowara

per un nuovo modello di sviluppo