Sono queste, in estrema sintesi, le curiosità principali ricavate dal
rapporto del ministero dell’economia e delle finanze (Mef), allegato
alla
Relazione al parlamento sulle
operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione,
importazione e transito dei materiali di armamento, 2015.
Documento che certifica come il mondo bancario italiano, scansando
ogni freno etico (se mai l’ha avuto), torni a offrire con generosità i
suoi servizi e conti correnti ai clienti che vendono armamenti
all’estero. Un business rifiorito che va di pari passo con la
vendita esplosiva di prodotti bellici italiani (aerei, navi da guerra, missili, bombe…) in giro per il mondo.
Il
valore complessivo delle operazioni bancarie legate all’esportazione definitiva (somma degli
importi segnalati con gli
importi accessori segnalati)
è stato di 4,06 miliardi di euro nel 2015, contro i 2,6 del 2014 e i
2,9 del 2013. Un aumento su cui ha inciso, in particolare, il valore
degli importi accessori segnalati (quelli che comprendono, soprattutto, i
compensi di mediazione), passati da 263,3 milioni del 2014 a 1,4
miliardi di euro nel 2015.
Rispetto a un tempo, quando era obbligatorio per le banche chiedere
al Mef l’autorizzazione per ogni transazione, dal 2013 è sufficiente una
semplice comunicazione via web delle operazioni effettuate. Una
sburocratizzazione dell’iter che ha accontentato le esigenze delle
banche. Meno quelle della società civile, che preferiva un controllo
preventivo pubblico su queste attività tramite lo strumento delle
autorizzazioni.
E anche nelle pagine della relazione del Mef si sottolinea come
«questo nuovo applicativo» riscontri il gradimento degli istituti
bancari. Lo testimonia, a suo dire, l’aumento del numero delle
segnalazioni, passate da
8.473 del 2014 alle
12.456 dell’anno scorso.
Al vertice della
classifica, incontrastata da anni, troviamo la tedesca
Deutsche bank,
con oltre un miliardo di euro fatti transitare sui propri conti. Un
incremento, rispetto al dato del 2014, del 37,5%. Una percentuale di
crescita tra le più modeste se confrontata con quella di altre banche
che la seguono nella lista. Ad esempio, al secondo posto si piazza il
Crédit agricole corporate and investment bank
con quasi 591 milioni di euro (e si trascurano i dati delle banche
italiane appartenenti al gruppo Crédit: Carispezia, Cariparma e
Friuladria). Il balzo in avanti rispetto al 2014 è stato del 781,5%. Al
terzo e quinto posto due istituti italiani: il
Gruppo Unicredit (Unicredit spa e Unicredit Bank Ag) con poco più di 474 milioni (il 101% in più rispetto all’anno precedente) e
Intesa-San Paolo
con 301,3 milioni (+498% rispetto al 2014, quando l’ammontare
depositato si era fermato a 50,4 milioni di euro). Hanno una buona
classifica anche
Bnp Paribas (il 6,22% sul totale),
Bnl (il 4,03%) e la
Banca popolare dell’Emilia Romagna (il 2,45%, con poco meno di 100 milioni di euro).
I primi 3 istituti in classifica rappresentano, da soli, oltre il
54% della torta complessiva.
Una reazione di stupore suscita il dato del
Banco Polare:
in un anno è passato dal gestire transazioni armate per 147mila euro
(nel 2014) a 44,2 milioni (nel 2015). Una crescita del 30.000%. Da anni
la banca, che ha la propria sede a Verona, si era vantata di non essersi
mai sporcata le mani con questo tipo di attività. Evidentemente ha
cambiato policy.
Ma quali sono i paesi pagatori che hanno utilizzato i servizi messi a disposizione degli istituti italiani? Al vertice c’è la
Gran Bretagna, con 271 milioni di euro, seguita dagli
Emirati arabi uniti (260 milioni), dalla
Germania (220 milioni) e dall’
Algeria (216,3). In alto in classifica troviamo anche
Israele (165,3 milioni) e
Turchia (122 milioni). Sorprende il dato del
Perù: 150 milioni di euro.
I
paesi mediorientali, in genere, sono ottimi
clienti per le aziende italiane. Hanno fatto transitare sui conti
bancari del Belpaese quasi un miliardo e mezzo di euro. Con il
Nordafrica rappresentano oltre il 41% del mercato.