domenica 1 febbraio 2015

primolunedìdelmese / 131

2 Febbraio 2015 - ore 20:30

presso Cooperativa Insieme, via Dalla Scola 253, Vicenza
- Parcheggio adiacente. Si raccomanda puntualità ! -
La revolución di papa Francesco
L'apertura ai movimenti popolari del Sud come del Nord del mondo, riuniti di recente in Vaticano. La lotta per la Pace e in difesa dell'Ambiente. Gli sforzi per propiziare dialogo e negoziato nella crisi mediorientale. La mediazione fra Cuba e Stati Uniti. La beatificazione del vescovo salvadoregno Romero, simbolo dei poveri latinoamericani. La nomina di nuovi cardinali, con occhio di riguardo alle 'periferie' più che al 'centro'. I rapporti con le chiese d'Oriente e l'ecumenismo.
Le questioni etiche. I problemi con la Curia, gli scandali, la ristrutturazione dello IOR... Quanto basta per far venire il 'maldipancia' a quei 'cattolici medi', cui lo scrittore Vittorio Messori ha inteso dare voce, di recente,
sul Corriere della Sera (qui il suo intervento e qui un commento di Raniero La Valle).
A due anni dal suo insediamento, l'agenda di Bergoglio interroga tutti perché, comunque vada, a cambiare non sarà soltanto la Chiesa Cattolica.

Ne parliamo con Claudia FantiGiornalista dell'agenzia ADISTA

--- Finestra sul cortile di casa ---
Armi in bella mostra a Vicenza: anche per i bambini?
Si svolgerà a metà Febbraio, alla Fiera di Vicenza, HIT SHOW 2015, dove HIT sta per Hunting, Individual Protection, Target Sports; vale a dire, un'esposizione di armi da caccia e sportive, ma anche destinate alla "protezione individuale". Ma, come confondere armi sportive e venatorie con quelle destinate alla difesa personale? Eppoi, i padiglioni che le esporranno saranno accessibili anche ai minori? Ne parliamo.

mercoledì 21 gennaio 2015

Isis: solo una riforma dell'Islam può sconfiggerlo - ma... - Chi finanzia Isis. Stati, nomi e numeri

dalla pagina http://www.news.va/it/news/isis-solo-una-riforma-dellislam-puo-sconfiggerlo

2015-01-20 Radio Vaticana

Per quanto in minoranza, "l'Islam in Europa è in un contesto favorevole perché è da qui che potrebbe partire un movimento in cui si dia impulso a quella sorta di illuminismo o di riforma dell'Islam di cui tanto si è parlato in questi anni. Se non si realizzerà, allora i cantori dello scontro tra civiltà, avranno buon gioco nell'attribuire all'Islam le azioni del radicalismo islamista". Con Renzo Guolo, docente di Sociologia dei processi culturali all'Università di Padova, l'analisi del magmatico e delicato scacchiere internazionale alla luce della minaccia jihadista. "Anche l'Occidente", aggiunge Marco Lombardi, esperto di Politiche della Sicurezza, "deve dare il suo contributo".

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dalla pagina http://www.formiche.net/2014/08/27/i-paesi-del-golfo-persico-che-finanziano-lisis/

Chi finanzia Isis?

27 - 08 - 2014 Simona Sotgiu


Chi finanzia l’Isis e perché? Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono alcuni dei maggiori finanziatori delle milizie dello Stato Islamico che imperversano, in queste ultime settimane, in Siria e Irak. [ma non sono "nostri" alleati?]

FONTI PRIMARIE
“The most important elements of ISIS’s funding are sadaqa (voluntary donations) from Arab donors in the Gulf; sales and tolls collected on sales of oil from fields under its control; and increasingly through money made by controlling key infrastructure”. Donazioni volontarie dai paesi del Golfo Persico, vendita di petrolio e controllo di infrastrutture chiave: sono queste le fonti da cui attinge l’Isis, si legge sia sul blog “Money Jihad sia in un articolo già pubblicato da Formiche.net.

QATAR
Ministro dello sviluppo tedesco Gerd Mueller e vice segretario Usa al Tesoro David Cohen hanno accusato il Qatar di finanziare l’Isis, si legge su La Stampa. In Qatar, infatti, le condizioni per la raccolta di finanziamenti sarebbero favorevoli grazie a politiche di controllo inesistenti da parte del Governo. “Un successivo studio del «Washington Institute per il Vicino Oriente» – si legge sempre sulla Stampa – ha calcolato in «centinaia di milioni di dollari i versamenti compiuti da facoltosi uomini d’affari in Qatar e Kuwait a favore di al-Nusra e Isis», che in precedenza era nota come «Al Qaeda in Iraq».
QUALCHE NOME
Abd al-Rahman al-Nuaymi, Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari, Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar, Khalifa Muhammad Turki al-Subaiy, Yusuf Qaradawi sono alcuni dei finanziatori dell’Isis in Qatar. Abd al-Rahman al-Nuaymi avrebbe donato oltre 600 mila dollari nel 2013 ad Al Quaeda in Siria e due milioni al mese ad Al Quaeda in Iraq. Salim Hasan Khalifa Rashid al-Kuwari –  come si può leggere sul sito del dipartimento del tesoro americano – avrebbe donato avrebbe donato centinaia di migliaia di dollari ad Al Quaeda in Iran nel corso degli anni e così anche Abdallah Ghanim Mafuz Muslim al-Khawar.

KUWAIT
“Il Kuwait è l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi in Siria”, si legge sempre sulla Stampa, “teatro di «finanziamenti a gruppi estremisti in Siria»”. Mentre ufficialmente il governo del Paese non appoggia i gruppi islamisti come l’Isis, la popolazione appoggia le milizie jihadiste sia attraverso donazioni e finanziamenti sia arruolandosi tra le fila delle milizie, si legge sul Washington Post.

ARABIA SAUDITA
La maggioranza shiita irachena, tramite le parole dell’ex premier iracheno Nouri al-Maliki ha dichiarato di ritenere responsabile l’Arabia Saudita per il supporto finanziario e morale del gruppo Isis, si legge sul sito dell’agenzia di informazione tedesca DE (Deutsche Welle). L’articolo riporta le parole di Günter Meyer, direttore del Centro ricerche sul mondo Arabo all’Università di Magonza (Mainz), secondo cui ”the most important source of ISIS financing to date has been support coming out of the Gulf states, primarily Saudi Arabia but also Qatar, Kuwait and the United Arab Emirates”. Le ragioni del finanziamento, continua il professore, risiederebbero nella volontà, da parte degli stati del Golfo, di ostacolare il regime di Bashar al Assad in Siria.

continua... 

giovedì 8 gennaio 2015

Il Testamento di p. Christian De Chergé


"Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'Islam così come li vede lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze".


Testamento di Padre Christian De Chergé, priore dell’Abbazia di Tibihrine, ucciso con altri sei monaci trappisti in Algeria nel maggio 1996, probabilmente da fondamentalisti islamici (o forse dall’esercito regolare che voleva far ricadere la responsabilità su questi ultimi). Alla vicenda di padre Christiane dei suoi confratelli, profondamente inseriti nel villaggio di cui condividevano con passione e abnegazione tutta la vita, è stato dedicato il film Des Hommes et des Dieux, titolo non felicemente reso da noi con Gli Uomini di Dio. [...]

TESTAMENTO DI PADRE CHRISTIAN DE CHERGE’ 
Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.
Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta?
Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.
Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la “grazia del martirio”, doverla a un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam. So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo.  E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un anima.
L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”.
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione,giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo.
E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.

Amen! Insh’Allah
 
Algeri, 1° dicembre 1993
Tibihrine, 1° gennaio 1994

lunedì 5 gennaio 2015

Francesco: chi fa il male odia la pace... "Fate" la pace dovunque

dalla pagina http://www.news.va/it/news/francesco-chi-fa-il-male-odia-la-pace-costruitela
2015-01-04 Radio Vaticana
All’inizio del nuovo anno bisogna “riaccendere nei cuori” la speranza della pace e diventarne tutti costruttori, nei luoghi di ogni giorno. Lo ha chiesto con forza Papa Francesco all’Angelus, ribandendo che la “concordia è sempre possibile”, nonostante vi sia chi lavori nel buio per fomentare la guerra.

Il servizio di Alessandro De Carolis:
La concordia è sempre possibile” anche se tanti uomini si riempiono la bocca di parole di luce e di pace, preferendo in realtà buio e guerra. Tre giorni dopo, stesso luogo e parole simili, come di un pensiero che si vuole più che compreso, quasi inculcato.
Papa Francesco prosegue la sua “catechesi” dell’Angelus sulla pace, restando nella scia di quanto affermato il primo gennaio. E riprende un concetto tanto noto quanto costantemente smentito dai resoconti di violenza che ogni giorno abbondano nelle cronache internazionali e cioè che pace non è uguale “ad assenza di guerra” e che “far tacere le armi e spegnere i focolai”, afferma Francesco, è "la condizione inevitabile per dare inizio ad un cammino che porta al raggiungimento della pace nei suoi differenti aspetti”:
“Penso ai conflitti che insanguinano ancora troppe regioni del Pianeta, alle tensioni nelle famiglie e nelle comunità, ma in quante famiglie, in quante comunità, anche parrocchiali c’è la guerra! Come pure penso ai contrasti accesi nelle nostre città e nei nostri paesi tra gruppi di diversa estrazione culturale, etnica e religiosa. Dobbiamo convincerci, nonostante ogni contraria apparenza, che la concordia è sempre possibile, ad ogni livello e in ogni situazione. Non c’è futuro senza propositi e progetti di pace!”.
Chi fa il male odia la pace
Poco prima, riprendendo le parole dell’incipit del Vangelo di Giovanni proposte dalla liturgia del giorno – ma anche guardando al sole brillante e tiepido che avvolgeva la Piazza – il Papa aveva ancora una volta smascherato, giocando con il contrasto luce-tenebre, la grave ipocrisia di tanti grandi del mondo, ma anche di tante persone comuni, di fronte alla pace:
“Gli uomini parlando tanto della luce, ma spesso preferiscono la tranquillità ingannatrice del buio. Noi parliamo tanto della pace, ma spesso ricorriamo alla guerra o scegliamo il silenzio complice oppure non facciamo nulla di concreto per costruire la pace (...) Chiunque, infatti, fa il male odia la luce! E non viene la luce perché non siano svelate le sue opere (...) Chi fa il male, odia la pace!”.
Mai più sfruttamenti
Ben noto è l’accento che il Papa ha voluto dare al tema della pace nel suo messaggio per il 2015 “Non più schiavi, ma fratelli”. Un tema legatissimo al cuore di Francesco, che guarda all’anno nuovo col desiderio che finalmente “si superi – dice – lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”:
“Questo sfruttamento è una piaga sociale che mortifica i rapporti interpersonali e impedisce una vita di comunione improntata a rispetto, giustizia e carità. Ogni uomo e ogni popolo hanno fame e sete di pace; ogni uomo e ogni popolo hanno fame e sete di pace, pertanto è necessario e urgente costruire la pace!”.
“Fate” la pace dovunque
Francesco batte fino alla fine sullo stesso tasto, ricordando il cartello esibito dalla folla in Piazza San Pietro il primo giorno dell’anno – “Alla radice della pace c’è la preghiera” – e chiamando soprattutto i cristiani ad agire di conseguenza:
“Deve essere implorato questo dono e deve essere accolto ogni giorno con impegno, nelle situazioni in cui ci troviamo. Agli albori di un questo nuovo anno, tutti noi siamo chiamati a riaccendere nel cuore un impulso di speranza, che deve tradursi in concrete opere di pace. ‘Ma tu non vai bene con questo?’, ‘Fai la pace!’. ‘A casa tua?’, ‘Fai la pace!’. ‘Nella tua comunità?’, ‘Fai la pace!’. ‘Nel tuo lavoro?’, ‘Fai la pace!’ (…) Questi piccoli gesti hanno tanto valore: possono essere semi che danno speranza, possono aprire strade e prospettive di pace”.
(Da Radio Vaticana)

venerdì 2 gennaio 2015

Buon 2015 di Pace ... da costruire giorno dopo giorno...



Telegiornale dedicato dal min 23.30 alla marcia
Tg2000 del 31 dicembre 2014 - edizione delle 18:30 

Radio Vaticana con una intervista a mons. Giovanni Ricchiuti, arcivescovo vescovo di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti e presidente di "Pax Christi" 

Il messaggio di accoglienza e introduzione alla marcia di don Maurizio Mazzetto di Pax Christi - Vicenza 

Libretto con testi per le varie tappe e per la liturgia in Cattedrale 

I testi presenti nel volumetto "Voliamo la Pace" con l'introduzione  (nel primo pdf) di don Matteo Pasinato direttore della Commissione di Pastorale Sociale della Diocesi di Vicenza

A nome della commissione diocesana di pastorale sociale un caloroso ringraziamento a tutte le persone, al nostro vescovo Beniamino, ai vari vescovi e presbiteri che hanno partecipato alla marcia, e alla persone che la hanno resa possibile donando il loro tempo per pensare, organizzare e realizzare i vari momenti di quel cammino di pace...

Un particolare caloroso e affettuoso "grazie" a monsignor Luigi Bettazzi, che ha partecipato a tutte le 47 marce della pace.

sabato 27 dicembre 2014

La Marcia per esprimere che la Pace ci è cara

Tre domande a... Don Matteo Pasinato Direttore dell'Ufficio diocesano per la pastorale Sociale e del Lavoro






Don Matteo Pasinato, 48 anni, originario di Fontaniva, prete dal 1991, dal 2005 è direttore dell'Ufficio diocesano per la pastorale Sociale e del Lavoro. Proprio per questo compito è anche direttamente coinvolto nella proposta della Marcia nazionale per la Pace che si terrà quest'anno a Vicenza il prossimo 31 dicembre.
 
Qual è il compito e quali le possibilità di un ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro? 

Quando uso la parola “pastorale” mi viene sempre in mente un salmo della Bibbia. «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla». La pastorale si occupa di non fare mancare nulla alla comunità cristiana. Nemmeno il fatto che viviamo insieme (il sociale), che il lavoro oltre che una necessità è anche una “vocazione”, che produrre e distribuire non sono alternativi (l’economia), che la salvaguardia del mondo non viene dal cielo ma dal nostro stile, così come la conflittualità e la violenza spesso sono generate dall’ingiustizia … Che non manchi l’attenzione alla persona “intera”.
Ecco il senso di una pastorale sociale nella comunità cristiana. Che il vivere sociale entri dentro la vita del cristiano e che il mio essere cristiano entri dentro alle relazioni sociali. Infatti non vivo di sola Parola di Dio, non vivo solo di sacramenti e di riti. Come cristiano vivo da fratello e nella giustizia. E il Vangelo è piuttosto chiaro su questo.

E come si può fare pastorale sociale? Che cosa può fare una comunità cristiana? Già chiedersi che cosa possiamo fare è il primo passo per non lasciare che ciascuno vada per conto proprio. Pensare qualcosa insieme è il primo “sociale”, che è difficile pure nelle nostre comunità abituate a specializzarsi in settori distinti e a volte distanti. Una comunità cristiana può valorizzare il sociale informando, conoscendo e anche celebrando.
Informando sulle iniziative, offrendo qualche spazio di visibilità alle cose buone che si fanno e spendendo qualche parola sulle gravi disattenzioni, o sullo scandalo di vere e proprie ingiustizie. Verso i deboli che non hanno parola siamo in debito anche con il nostro silenzio.
Conoscendo, nel nostro territorio, i luoghi della cooperazione, organizzando magari insieme qualche momento di vicinanza. Potrà essere una “giornata della socialità”, o la valorizzazione della “giornata della prossimità”. Nella catechesi, nel cammino dei gruppi giovanili, ci sarà un piccolo spazio anche per la dimensione sociale della fede. Molte parrocchie hanno già iniziative che sono portate avanti dal cuore “sociale” dei preti, delle catechiste, degli animatori.
E anche celebrando si può aprire la propria preghiera al Dio che è padre degli orfani, familiare anche con lo straniero, che si commuove per lo sfiduciato, che chiama suoi figli gli operatori della pace. La liturgia e la parola di Dio ci fanno spesso “inciampare” su queste passioni “sociali” che non sono estranee alla fede. 

A volte si ha l’impressione che la chiesa sia più preoccupata della morale familiare e sessuale che di quella sociale …

Forse questa è l’impressione. Ma vorrei ricordare che la prima enciclica sociale fu scritta nel 1891, sulla questione operaia, mentre la prima enciclica sulla morale sessuale venne 40 anni dopo, nel 1930. È vero invece che la famiglia ha sempre interessato molto la chiesa, perché la famiglia è la sorgente della vita sociale. Nella famiglia si fa esperienza della differenza, dell’incontro di generazioni, della questione importante dell’autorità e dell’obbedienza ad un bene comune, della distribuzione giusta delle risorse … Se oggi siamo tutti preoccupati di depurare il fiume alla foce, non è strano che ci si occupi della sorgente. Non è indifferente ciò che si vive in famiglia, nella coppia, per quello che sarà il vivere sociale. Forse per questo dobbiamo essere attenti socialmente alle relazioni di coppia, anche solo quando chiedono un riconoscimento. È pericoloso affermare che nella vita di coppia ognuno fa quello che vuole, perché è “nel privato”. E comunque rimane una sfida trovare qualcosa di comune anche in un sociale plurale come il nostro. “Riconoscerci” è la premessa per non essere indifferenti, e non possiamo essere indifferenti perché questo è il mondo che tutti viviamo insieme … ma il discorso qui dovrebbe farsi molto lungo. 

Perché partecipare alla Marcia nazionale per la pace il 31 dicembre?

Io non ho ragioni per convincere nessuno. Offro le mie, di ragioni: è un’occasione unica la Marcia nazionale a Vicenza. E poi perché credo che non ci vogliono solo gesti che “producono” qualcosa (che può fare una Marcia?), ho bisogno anche di gesti per “esprimere” qualcosa (la Pace mi sta a cuore). E infine perché camminare muove il corpo, offre aria buona, dona speranza a chi cammina con te e mi fa sentire che non sono solo. Del resto Cristo ha fatto molto camminare i suoi discepoli … e li ha cambiati muovendoli. 

Alessio Graziani

domenica 19 ottobre 2014

Intervento del Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, al Consiglio di sicurezza dell’Onu

"Minacce alla pace e alla sicurezza internazionali causate da atti terroristici" (New York, 24 settembre 2014), 26.09.2014
 
Signor Presidente,

La mia Delegazione congratula gli Stati Uniti per l’assunzione della presidenza del Consiglio di sicurezza e plaude all’opportuna convocazione di questo dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza circa le "Minacce alla pace e alla sicurezza internazionali causate da atti terroristici".

Signor Presidente,
Il dibattito odierno giunge in un momento in cui ogni regione del mondo si confronta con l’impatto disumanizzante del terrorismo. Non è un fenomeno che affligge solo alcuni popoli, religioni o regioni, bensì un crimine che colpisce l’intera comunità internazionale. L’uso costante, e in alcune regioni sempre più intenso, del terrorismo ci ricorda che una tale sfida comune esige l’impegno condiviso di tutte le nazioni e le persone di buona volontà. Di fatto, il terrorismo costituisce una minaccia fondamentale alla nostra umanità comune e condivisa, poiché disumanizza sia l’autore sia la vittima e cerca di distruggere la libertà e la dignità umana, radicate nell’ordine morale naturale, sostituendo ad esse la logica della paura, del potere e della distruzione (cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. 1° gennaio 2002, n. 4).
Questa istituzione è stata fondata nella scia di un’era in cui un’analoga visione nichilistica della dignità umana cercò di distruggere e dividere il nostro mondo. Oggi, come allora, le nazioni devono unirsi per adempiere alla nostra responsabilità primaria di proteggere le persone minacciate dalla violenza e da attacchi diretti alla loro dignità umana (cfr. Papa Benedetto XVI, Incontro con i Membri dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, 18 aprile 2008).
Come ci ha ricordato Papa san Giovanni Paolo II nella scia dei tragici eventi dell’11 settembre 2001, il diritto di difendere paesi e popoli contro atti di terrorismo non autorizza a rispondere semplicemente con violenza alla violenza, ma piuttosto "deve essere esercitato rispettando i limiti morali e legali nella scelta dei fini e dei mezzi. I colpevoli devono essere correttamente identificati, poiché la responsabilità penale è sempre personale e non può essere estesa alla nazione, al gruppo etnico o alla religione di appartenenza dei terroristi". Inoltre, stiamo discutendo della questione in seno a un organismo che è parte di una struttura legale internazionale vincolante per tutti i paesi. Pertanto, ogni azione nei confronti del terrorismo al di là dei confini del paese che è direttamente sotto attacco, così come definito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, deve essere sanzionata dal Consiglio di Sicurezza. Pacta sunt servanda è uno dei principi centrali del diritto internazionale.
La cooperazione internazionale deve anche affrontare le cause fondamentali di cui il terrorismo internazionale si alimenta per crescere. Inoltre, l’attuale sfida terroristica ha una forte componente culturale. I giovani che si recano all’estero per unirsi alle organizzazioni terroristiche spesso sono ragazzi provenienti da famiglie povere di immigranti, delusi da quella che percepiscono come una situazione di esclusione e dalla mancanza di valori di alcune società opulente. Insieme con gli strumenti legali e le risorse per evitare che i cittadini diventino combattenti terroristi stranieri, i Governi dovrebbero impegnarsi con la società civile per affrontare i problemi delle comunità più a rischio di reclutamento e di radicalizzazione e ottenere la loro integrazione sociale serena e soddisfacente.

Signor Presidente,
La Santa Sede – che è un soggetto internazionale rappresentante anche una comunità di fede mondiale – afferma che le persone di fede hanno la decisa responsabilità di condannare quanti cercano di scindere la fede dalla ragione e di strumentalizzarla per giustificare la violenza. Come ha ribadito Papa Francesco durante la sua visita in Albania, "Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita ed alla libertà religiosa di tutti!" (Incontro con le autorità, Tirana, 21 settembre 2014). Allo stesso tempo, però, è bene sottolineare che per porre fine al nuovo fenomeno terroristico, l’obiettivo di raggiungere la comprensione culturale tra popoli e paesi e la giustizia sociale per tutti è essenziale.
Come ha affermato Papa Francesco, "Ogni volta che l’adesione alla propria tradizione religiosa fa germogliare un servizio più convinto, più generoso, più disinteressato all’intera società, vi è autentico esercizio e sviluppo della libertà religiosa" (Incontro con i leader di altre religioni e altre denominazioni cristiane, Tirana, 21 settembre 2014).

Grazie, Signor Presidente.

sabato 18 ottobre 2014

La corsa agli armamenti ... si costruisce così la Pace?


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fonte: SIPRI - Stockholm International Peace Research Institute

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dalla pagina http://www.news.va/it/news/papa-francesco-nel-centenario-inizio-prima-guerra-

Redipuglia, 13 settembre 2014

Dall'omelia di papa Francesco nel centenario della Prima Guerra Mondiale

"L'ombra di Caino si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni".

"[...] la guerra è una follia. Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione! [...]"

mercoledì 1 ottobre 2014

Marcia Perugia - Assisi 2014


VICENZA CITTA’ PER LA PACE
L’Assessorato alla Comunità e alle Famiglie (Comune di Vicenza), in collaborazione con gli Amici della Casa per la Pace, organizza un pullman per partecipare alla Marcia Perugia-Assisi.

VIENI ANCHE TU !
 La pace è un diritto umano fondamentale della persona”

Domenica 19 ottobre 2014
Marcia Perugia-Assisi
per la pace e la fraternità

La Marcia partirà alle ore 9.00 dai Giardini del Frontone di Perugia e si concluderà alle ore 16.00 circa alla Rocca Maggiore di Assisi. Il percorso intero della Marcia è di 24 km, mentre il percorso intermedio (per chi si ferma a S. Maria degli Angeli) è di 20 km.

NOTIZIE  ORGANIZZATIVE

GIORNO DI PARTENZA Da Vicenza         Domenica 19 ottobre  2014  ore 01,00
LUOGO DI PARTENZA DEL PULLMAN     Parcheggio  incrocio rotatoria di Viale C. Goldoni  con  G.  Carducci
 (a fianco del campo di atletica leggera G. Peraro di Vicenza)
RITORNO PREVISTO                                      Domenica 19 ottobre  ore 23.30
QUOTA DI PARTECIPAZIONE                     € 20.00
QUOTA RIDOTTA (per studenti, disoccupati e volontari del servizio civile)       € 13.00
ISCRIZIONI                                         Le iscrizioni si ricevono entro e non oltre il 13 ottobre inviando una mail a:  casaperlapace@gmail.com
REFERENTE ORGANIZZATIVO:   Associazione 5 ottobre.
Per ulteriori informazioni e per versare la quota di iscrizione contattare:
Casa per la Pace (c/o Assessorato Servizi Sociali)–Contrà Mure S.Rocco,34 – Vicenza tel. 0444.327395 (solo al mattino).
Contatti rapidi: Cell.: 340.8280519 (Giulia),- 335 6429807 (Francesco), 333 3410606 (Giancarlo).
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Modulo di ISCRIZIONE
Dati da comunicare (in caso di iscrizione)  a casaperlapace@gmail.com


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