sabato 2 aprile 2011

La sposa siriana

Cari amici, vi ricordiamo che
giovedì 7 aprile 2011 alle ore 20.45
presso il Centro Culturale San Paolo
Viale Ferrarin 30 (possibilità di parcheggio) - 36100 VICENZA
per iniziativa dell'Associazione Salaam ragazzi dell'olivo - Vicenza, in collaborazione con il Centro culturale San Paolo - Onlus e con Pax Christi - Vicenzanell'ambito del ciclo
CON LA PALESTINA NEGLI OCCHI

verrà proiettato il film
La sposa siriana

di Eran Riklis


Francia, Germania, Israele 2004, regia di Eran Riklis, drammatico, 97 min., cast Hiam Abbass, Makram J. Khoury, Clara Khoury, Ashraf Barhoum, Eyad Sheety, sceneggiatura Suha Arraf, Eran Riklis, musiche Philippe Eidel, fotografia Renato Berta, produzione: Bettina Brokemper, Antoine de Clermont-Tonnerre, Michael Eckelt, Eran Riklis; distribuzione: Mikado. Premi 2004 Montréal World Film Festival, "Grand Prix" (Miglior film), 2004 Flanders International Film Festival, "Miglior sceneggiatura", 2004 Festival internazionale del film di Locarno, "Premio del pubblico", 2005 Bangkok International Film Festival, "Golden Kinnaree Award" (Miglior film), 2005 European Film Awards nomination, "Miglior attrice" - Hiam Abbass
IL REGISTA: Nato a Gerusalemme, cresciuto tra gli Stati Uniti, il Canada e il Brasile, Eran Riklis si è diplomato alla National Film School di Beaconsfield, in Inghilterra, nel 1982. I suoi film, acclamati da pubblico e critica di tutto il mondo, lo hanno reso uno dei più conosciuti registi israeliani contemporanei. Tra i suoi titoli ricordiamo On a clear day you can see Damascus (1984, suo film d'esordio), Cup Final (1992, presentato a Venezia e Berlino), Zohar (1993, il più grande successo del cinema israeliano degli anni novanta), Vulcan Junction (2000), Temptation (2002) e La sposa siriana (2004), distribuito in tutto il mondo e vincitore di 18 riconoscimenti internazionali.
Oltre ai film per il grande schermo, Riklis ha diretto e prodotto documentari e serie televisive molto noti in patria, tra cui vanno menzionati The Truck, Cause of Death: Murder, Lucky, The Poetics of Masses , Borders. All'attività di regista, inoltre, ha affiancato negli ultimi anni anche quella di produttore per il cinema, con film come Until Tomorrow Comes (2004), Three Mothers (2006), Burning Muki (2008).
Con Il giardino di limoni partecipa al Festival di Berlino del 2008 e vince il Premio del Pubblico. L'ultimo suo film è Il responsabile delle risorse umane (2010).
LA TRAMA E LA CRITICA: Le alture del Golan sono state occupate da Israele a partire dal 1967 e da allora sono territori oggetto di contestazione da parte della Siria. In molti villaggi vive una popolazione a maggioranza drusa. Durante tre anni di viaggi, il regista Eran Riklis e la sceneggiatrice israelo-palestinese Suha Arra hanno raccolto testimonianze sulla zona di confine tra Israele e Siria proprio a ridosso delle alture del Golan. Il risultato di questo lavoro di ricerca, in cui gli autori sono venuti a conoscenza di storie drammatiche e bizzarre, è un film politico, arguto e velato a tratti da un'amara ironia. E’ la storia di Mona, che va in sposa ad un attore televisivo siriano, pur sapendo che una volta oltrepassato il confine siriano non potrà mai più fare ritorno alla propria famiglia.
In realtà il matrimonio è il presupposto di partenza, ma non è l'argomento principale del film. Nulla ci viene detto su come Mona e Tallel si siano conosciuti o perché si sposino o si amino, anche perché non si vedranno fisicamente che al momento delle nozze. Quello che davvero conta è la forza dinamica del matrimonio: esso di per sé è in grado di far venire alla luce le contraddizioni politiche, culturali e sociali all'interno di una piccola famiglia drusa del Golan. Così abbiamo un padre che non può partecipare al matrimonio perché gli è precluso l'accesso alle zone di confine militarizzate, un figlio non accettato dal padre perché ha sposato una donna russa, particolare contrario ai dettami delle gerarchie ecclesiastiche, ed un universo femminile in lenta ma inesorabile rivolta contro i valori di una società maschilista. In questo ultimo tema si nota il tocco di Suha Arra, molto nota per le sue idee moderne e progressiste. Le donne del film hanno legami molto stretti, che sfuggono a differenze generazionali, sociali o religiose, mostrando come sia impossibile che il loro silenzio sotterraneo duri ancora a lungo. Si parlano molte lingue nel film, proprio a rappresentare il quadro culturalmente eterogeno in cui si svolge la narrazione: ebraico, arabo, russo, francese ed inglese. Ma spesso è proprio questa differenza a impedire la comunicazione, anche all'interno della stessa famiglia.
Un film che vale la pena vedere per molte ragioni. Perché dà l'idea della situazione dei drusi del Golan, popolazione di cui non si parla molto, ma anche perché è un film poetico, fatto di piccoli gesti, di sguardi e di movimenti appena percettibili, messi tuttavia in evidenza da una regia sicura e discreta. Ma si può anche notare una certa ironia, soprattutto nel constatare come certe zone della terra, benché contese politicamente, nella normale amministrazione siano spesso dimenticate da una burocrazia ottusa ed implacabile. (Mauro Corso)

Per la proiezione verrà chiesto un contributo di 2 euro.
---------------------------------------------------------

per informazioni:

Miriam Gagliardi - miriam.gag@alice.it
Ivetta Cappellari - pippic2004@libero.it

Centro Culturale San Paolo – Onlus: Tel. 0444.937499 - centroculturale.vicenza@stpauls.it

giovedì 31 marzo 2011

Basta guerre! Senza se e senza ma

Beati i costruttori di pace, Cristiani per la pace, Pax Christi

invitano i cristiani e tutti i cittadini di Vicenza alla

Giornata di mobilitazione nazionale 
Basta guerre! Senza se e senza ma

2 Aprile 2011 a Vicenza
corteo da piazzale Bologna (zona stazione FS) ore 14.00

sabato 26 marzo 2011

Kadosh - CON LA PALESTINA NEGLI OCCHI

Cari amici, vi ricordiamo che
giovedì 31 marzo 2011 alle ore 20.45
presso il Centro Culturale San Paolo
Viale Ferrarin 30 (possibilità di parcheggio) - 36100 VICENZA
per iniziativa dell'Associazione Salaam ragazzi dell'olivo - Vicenza, in collaborazione con il Centro culturale San Paolo - Onlus e con Pax Christi - Vicenzanell'ambito del ciclo
CON LA PALESTINA NEGLI OCCHI

verrà proiettato il film
Kadosh
di Amos Gitai
 
Francia, Italia, Israele 1999, regia di Amos Gitai, drammatico, 116 min., cast Yaël Abecassis (Rivka), Yoram Hattab (Meïr), Meital Barda (Malka), Uri Ran Kaluzner (Yossef), Yussuf Abu-Warda (Rav Shimon), Leah Koenig (Elisheva), Sami Hori (Yaakov) sceneggiatura Amos Gitaï, Eliette Abecassis, musiche Philippe Eidel, fotografia Renato Berta, produzione: Agav Hafakot, M.P. Productions, Le Studio Canal plus, Mikado Film in collaborazione con Rai Radiotelevisione Italiana; distribuzione: Mikado
Per la proiezione verrà chiesto un contributo di 2 euro.
---------------------------------------------------------
per informazioni:
Miriam Gagliardi - miriam.gag@alice.it
Ivetta Cappellari - pippic2004@libero.it
Centro Culturale San Paolo – Onlus: Tel. 0444.937499 - centroculturale.vicenza@stpauls.it

domenica 27 marzo: Passeggiata con aquiloni

domenica 27/03 ore 14:30 - 17:30
 
passeggiata con aquiloni "Il successo di un argine"
da ponte Marchese, viale S. Antonino (ritrovo sul "terajo" del ponte nei pressi del capitello) a viale Diaz - leggi e diffondi il volantino

Sono invitati: cittadini e famiglie, amministratori e tecnici interessati ad accrescere la consapevolezza propria e altrui sulla fragilità idrica del nostro territorio.

Una iniziativa di: Cristiani per la pace c/o Casa per la pace, contrà Porta Nova 2, Vicenza
Info: 
Giovanni Marangoni cell. 3391969310 marangoni.giovanni@libero.it
Massimo Bosco cell. 3383030029 perlapace@gmail.com

mercoledì 23 marzo 2011

Una ricchezza da sottrarre alle leggi del mercato



La Giornata mondiale dell'acqua
di Gaetano Vallini

«Facile come bere un bicchiere d’acqua» si dice a volte. Ma questo detto popolare non dev’essere familiare ai quasi novecento milioni di uomini, donne e bambini che nel mondo non hanno acqua potabile, e agli oltre due miliardi e mezzo di persone — circa la metà della popolazione dei Paesi in via di sviluppo — che vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti a causa della carenza di risorse idriche. Eppure mancano appena quattro anni al 2015, data che negli Obiettivi di sviluppo del millennio la comunità internazionale si era prefissata per ridurre il numero di persone senza accesso sostenibile all’acqua, e alla sanità di base. Così ogni anno un milione e mezzo di bambini sotto i cinque anni muoiono per malattie legate alla carenza di risorse idriche. Inoltre, stando alle previsioni, dal cinque al venticinque per cento degli usi globali di acqua dolce probabilmente supererà nel lungo termine le forniture disponibili e entro il 2015 circa la metà della popolazione mondiale sarà chiamata ad affrontare una crisi legata alla mancanza d’acqua.
La Giornata mondiale dell’acqua che si celebra il 22 marzo dal 1992 è l’occasione per fare il punto sulla situazione, anche in forza della risoluzione approvata lo scorso luglio dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite la quale ha sancito che l’accesso all’acqua è un diritto umano fondamentale. Più precisamente il testo «dichiara che l’accesso a un’acqua potabile pulita e di qualità, e a installazioni sanitarie di base, è un diritto dell’uomo, indispensabile per il godimento pieno del diritto alla vita».
La comunità internazionale ha in sostanza riconosciuto, dopo più di 15 anni di dibattiti, ciò che era naturalmente evidente. Ma si sa, nelle faccende politiche ed economiche la sola evidenza non ha valore. Come è altrettanto noto che il riconoscimento di un diritto serve a tutelare i più deboli, perché i forti si tutelano da soli. E così, anche se la risoluzione non ha carattere vincolante, l’inserimento di questo nuovo punto nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo è sicuramente un passo importante per affrontare una questione sempre più drammaticamente urgente tra aumento dell’uso, sprechi, cambiamenti climatici, disparità nella distribuzione e nell’accesso.
Il problema riguarderà in particolare i grandi centri abitati, e non a caso quest’anno il tema scelto per la giornata è «Acqua per le città: rispondere alle sfide della crescita urbana». Oggi un abitante su due vive in un contesto urbano e le città crescono a ritmi vertiginosi. Il 93 per cento dei processi di urbanizzazione avviene nei Paesi in via di sviluppo. La crescita urbana mondiale è rappresentata per lo più dall’espansione di quartieri poveri che procede a velocità straordinaria: si ritiene che entro il 2020 la loro popolazione aumenterà con una media di 27 milioni di persone all’anno a livello mondiale.
Fermo restando che bisogna porre un freno all’uso irresponsabile delle risorse, il punto cruciale è quello della gestione. In tale senso, il secondo Forum mondiale dell’acqua, ha sollecitato «un profondo cambiamento se si vuole raggiungere un consumo sostenibile nel prossimo futuro». E allo stesso tempo, si aggiunge, «è essenziale dare potere (e responsabilità) alla gente a livello locale per gestire le risorse idriche» e quindi «una “democratizzazione” della gestione dell’acqua».
Negli ultimi decenni, visto il tasso di crescita della popolazione, il servizio idrico ha incontrato difficoltà per la cronica mancanza di investimenti e interventi di manutenzione degli impianti. Ciò ha fatto sì che un numero sempre crescente di Paesi abbia affidato la gestione del servizio a società private. Il risultato è che il finanziamento degli investimenti decisi contrattualmente fra governi e gestori ha portato generalmente consistenti aumenti delle tariffe. Aumenti che hanno determinato in diversi Paesi poveri una forte conflittualità fra Stato, aziende private e società civile, a dimostrazione di come nessun diritto fondamentale riesca ad affermarsi senza conflitto sociale. Non solo. Gli esperti delle Nazioni Unite continuano a ritenere che, se le cose non cambieranno, con il passare del tempo sempre più conflitti verranno combattuti per l’acqua. E saranno guerre tra poveri, come la storia insegna.
Se è vero che spesso per i poveri non è tanto la scarsità d’acqua in sé a portare sofferenza, ma l’impossibilità economica di accedervi, allora esiste, come ha ricordato il 24 febbraio il vescovo Mario Toso, segretario Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, intervenendo alla conferenza internazionale di Greenaccord a Roma, «un serio problema di indirizzo etico», perché, ha aggiunto rilanciando le parole del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, l’acqua — diritto universale e inalienabile — è un bene troppo prezioso per obbedire solo alle ragioni del mercato e per essere gestita con un criterio esclusivamente economico e privatistico. Il suo valore di scambio o prezzo non può essere fissato secondo le comuni regole della domanda e dell’offerta, ovvero secondo la logica del profitto. Che è però quanto in più parti del mondo accade o si rischia in caso di privatizzazione, fino a giungere al paradosso che vede i poveri pagare molto più dei ricchi per quello che dovrebbe essere un diritto naturale.

La via maestra è quella indicata da Benedetto XVI nel messaggio in occasione dell’Esposizione internazionale su «Acqua e sviluppo sostenibile» svoltasi a Saragozza (Spagna) nel luglio del 2008: l’uso dell’acqua «deve essere razionale e solidale, frutto di un’equilibrata sinergia fra il settore pubblico e quello privato». Ed è ciò che oggi la società civile chiede anche in alcuni Paesi occidentali, come l’Italia, dove presto si voterà un referendum che chiede di evitare di intraprendere la strada verso la privatizzazione dell’acqua. Un referendum che ha visto impegnate anche alcune realtà ecclesiali nel comitato promotore, segno dell’attenzione del mondo cattolico verso un tema delicato e cruciale.
Si tratta di un’attenzione peraltro quasi insita nel dna dei credenti. Il perché lo ha spiegato proprio il Papa nel citato messaggio: «Il fatto che oggigiorno si consideri l’acqua come un bene preminentemente materiale, non deve far dimenticare — sottolinea infatti Benedetto XVI — i significati religiosi che l’umanità credente, e soprattutto il cristianesimo, ha sviluppato a partire da essa, dandole un grande valore come un prezioso bene immateriale, che arricchisce sempre la vita dell’uomo su questa terra. Come non ricordare in questa circostanza il suggestivo messaggio che ci giunge dalle Sacre Scritture, dove si tratta l’acqua come simbolo di purificazione? Il pieno recupero di questa dimensione spirituale è garanzia e presupposto per un’adeguata impostazione dei problemi etici, politici ed economici che condizionano la complessa gestione dell’acqua da parte di tanti soggetti interessati, nell’ambito sia nazionale sia internazionale».
I credenti sono dunque chiamati a contribuire a trovare una soluzione ai problemi legati alla gestione delle risorse idriche. A partire dalle campagne di sensibilizzazione. Come «Seven weeks for water: water, conflict and just peace» avviata per la quaresima dalla Rete ecumenica per l’acqua, un’organizzazione di rappresentanza di varie comunità cristiane e di ong, coordinata dal Consiglio ecumenico delle Chiese. Ma sono anche sollecitati a lavorare sul terreno. Ed è ciò che avviene in molte missioni e nei centri attivati da organizzazioni di volontariato, per affrontare emergenze concrete nelle situazioni più critiche del pianeta. In quei luoghi abbandonati — in attesa di decisioni che rendano finalmente giustizia ai poveri ed effettivo un diritto — uomini e donne, religiosi e laici, operano accanto alle popolazioni locali per costruire pozzi e piccoli acquedotti. Perché sanno che lì anche un solo, preziosissimo bicchiere d’acqua in più può fare la differenza tra la vita e la morte.

(©L'Osservatore Romano – 22 marzo 2011)

martedì 22 marzo 2011

Odissea dalla politica


Comunicato stampa del presidente di Pax Christi Italia
Odissea dalla politica
Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi ha denunciato le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi, anche dopo la sua visita in Italia, sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico.
Mentre parlano solo le armi, si resta senza parole. Ammutoliti, sconcertati. Anche noi di Pax Christi, come tante altre persone di buona volontà.
Il regime di Gheddafi ha sempre mostrato il suo volto tirannico. Pax Christi, con altri, ha denunciando le connivenze di chi, Italia in testa, gli forniva una quantità enormi di armi senza dire nulla, anche dopo la sua visita in Italia “sui diritti umani violati in Libia, sulla tragica sorte delle vittime dei respingimenti, su chi muore nel deserto o nelle prigioni libiche. Il dio interesse è un dio assoluto, totalitario, a cui tutto va immolato. Anche a costo di imprigionare innocenti, torturarli, privarli di ogni diritto, purché accada lontano da qui. In Libia.” (Pax Christi 2 settembre 2010).
Il Colonnello era già in guerra con la sua gente anche quando era nostro alleato e amico!
Non possiamo tacere la triste verità di un’operazione militare che, per quanto legittimata dal voto di una incerta e divisa comunità internazionale, porterà ulteriore dolore in un’area così delicata ed esplosiva, piena di incognite ma anche di speranze. Le operazioni militari contro la Libia non ci avvicinano all’alba, come si dice, ma costituiscono un’uscita dalla razionalità, un’ “odissea” perchè viaggio dalla meta incerta e dalle tappe contraddittorie a causa di una debolezza della politica.
Di fronte a questi fatti, vogliamo proporre cinque passi di speranza e uno sguardo di fede.
1) Constatiamo l’assenza della politica e la fretta della guerra. E’ evidente a tutti che non si sono messe in opera tutte le misure diplomatiche, non sono state chiamate in azione tutte le possibili forze di interposizione. L’opinione pubblica deve esserne consapevole e deve chiedere un cambiamento della gestione della politica internazionale.
2) Si avverte la mancanza di una polizia internazionale che garantisca il Diritto dei popoli alla autodeterminazione.
3) Non vogliamo arrenderci alla logica delle armi. Non possiamo accettare che i conflitti diventino guerre. Teniamo desto il dibattito a proposito delle azioni militari, chiediamo che esse siano il più possibile limitate e siano accompagnate da seri impegni di mediazione. Perchè si sceglie sempre e solo la strada della guerra? Ce lo hanno chiesto più volte in questi anni i tanti amici che abbiamo in Bosnia, in Serbia, in Kosovo, in Iraq.
4) Operiamo in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l’attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione. In particolare vogliamo rivolgerci al mondo musulmano e insieme, a partire dall’Italia, invocare il Dio della Pace e dell’Amore, non dell’odio e della guerra. Ce lo insegnano tanti testimoni che vivono in molte zone di guerra.
5) Come Pax Christi continuiamo con rinnovata consapevolezza la campagna per il disarmo contro la produzione costosissima di cacciabombardieri F-35. Inoltre invitiamo tutti a mobilitarsi per la difesa della attuale legge sul commercio delle armi, ricordiamo anche le parole accorate di d.Tonino Bello: “dovremmo protenderci nel Mediterraneo non come “arco di guerra” ma come “arca di pace”.
Giovanni Paolo II per molti anni ha parlato dei fenomeni bellici contemporanei come “avventura senza ritorno”, “ spirale di lutto e di violenza”, “abisso del male”, “suicidio dell’umanità”, “crimine”, “tragedia umana e catastrofe religiosa”. Per lui “le esigenze dell’umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati” (12 gennaio 1991).
In questa prospettiva Pax Cristi ricorda ai suoi aderenti che il credente riconosce nei mali collettivi, o strutture di peccato, quel mistero dell’iniquità che sfugge all’atto dell’intelligenza e tuttavia è osservabile nei suoi effetti storici. Nella fede comprendiamo che di questi mali sono complici anche l’acquiescenza dei buoni, la pigrizia di massa, il rifiuto di pensare. Chi è discepolo del Vangelo non smette mai di cercare di comprendere quali sono state le complicità, le omissioni, le colpe. E allo stesso tempo con ogni mezzo dell’azione culturale tende a mettere a fuoco la verità su Dio e sull’uomo.
Sua Ecc.za Mons. Giovanni Giudici
presidente di Pax Christi Italia
Pavia, 21 marzo 2011

domenica 20 marzo 2011

Honduras, il golpe dimenticato...


Domenica 20 marzo, ore 20.30, presso l'EquoBar: 
"Honduras, il golpe dimenticato" 
con Padre Andres Tamayo...

leggi o scarica il file pdf

martedì 15 marzo 2011

Pace in corso (di formazione)

http://www.ans21.org/

 Pace in corso (di formazione) - 2° edizione

Progetto Lavori in corso: Pace, Ecologia, Intercultura

 Capire la guerra moderna

 per non regalarle cuori e menti


  Promuovere cultura di pace

  perché un altro mondo sia possibile 

________________________________________________

Vicenza, Marzo / Giugno 2011


leggi o scarica il "volantone"

sabato 12 marzo 2011

Il lavoro ha perso l’uomo?

Art. 1: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro?

Il lavoro ha perso l’uomo?

con:
Gilda Zazzara: ricercatrice in storia contemporanea, Università Ca’ Foscari
Paola Stradi: sociologa, consulente per l’orientamento al lavoro

giovedì 29 luglio 2010

Il nucleare: interrogativi etici.


Il nucleare: interrogativi etici.

La recente decisione governativa di soprassedere al risultato del referendum del 1987 e di riproporre la costruzione di centrali nucleari, ha rinnovato la discussione su questa forma di approvvigionamento energetico. Qui non si discutono gli aspetti tecnici, economici, giuridici, sociali del problema, ma vengono presentate alcune perplessità di carattere etico.

1.      Il vincolo morale del futuro: scorie e limitatezza
Il futuro si pone sempre più come orizzonte etico imprescindibile: non siamo responsabili solo delle conseguenze immediate del nostro agire, ma anche degli oneri che scarichiamo sulle generazioni future. L’industria nucleare lascerà quantità enormi di scorie radioattive da sistemare (dove non si sa), un gran numero di centrali a fine vita da demolire, l’impossibilità di costruirne di nuove per l’esaurimento del minerale sufficientemente ricco d’uranio da rendere conveniente l’estrazione che è molto energivora.

2.      L’etica della complessità e la virtù della prudenza
Una centrale nucleare è un impianto molto complicato e quindi molto vulnerabile. Aumentando la complessità, cresce anche il rischio di errore, di guasto, di imprevisti. Nessuna tecnologia è al riparo da cedimenti impensati. Si ricordino i disastri petroliferi (Exxon Valdez 1989, Prestige 2002, Golfo del Messico 2010) o gli incidenti nucleari molto frequenti anche dopo Cernobyl (1986), ma sottaciuti dalle aziende e dai governi per evitare (così si dice) allarmismi. Ci occorre più umiltà e più prudenza. Le tecnologie sono utili, ma fragili. La complessità è sempre un rischio, da correre solo se necessario. Non conosciamo e non dominiamo tutto.

3.      La concentrazione del potere
Chi produce energia ha in mano i destini di una società. Una produzione energetica massiccia e concentrata mette a repentaglio la democrazia. Già oggi le multinazionali del petrolio condizionano governi e politiche. Già oggi l’industria nucleare, anche civile, è controllata dai militari che ne usano i prodotti per costruire armi convenzionali (uranio impoverito) o bombe atomiche ed è coperta da segreti che ne rendono poco trasparente la gestione. Dovremmo sfruttare fonti di energia diffuse e a disposizione di tutti, come il sole o il vento o l’acqua o la geotermia. Lo Stato deve assicurare una rete elettrica (pure complessa, ricordiamo l’oscuramento del settembre 2003, ma questa sì necessaria) adatta alla distribuzione e allo scambio di infiniti punti produttivi. La democrazia reale passa anche attraverso questo.

4.      La colpevole pigrizia di passare ad un nuovo modello economico
L’energia nucleare ci illude ancora una volta che sia possibile uno sviluppo materiale infinito. Più ritarderemo il maturare di una coscienza collettiva circa i limiti del mondo, più procureremo infelicità a noi e ai nostri discendenti. L’acqua, l’aria, i minerali, l’energia, tutto è presente sulla terra in quantità finita e quindi necessita di lucidità programmatica e di giustizia distributiva. In caso contrario sarà la guerra e la fame: il nucleare serve forse a ritardare un po’ lo scontro (tra chi ha e chi non ha), ma non a scongiurarlo. Occorre una economia nuova: non più fondata sul falso presupposto dell’abbondanza, ma sulla realistica constatazione del limite. Una economia non più fondata sul liberismo-individualista, ma fraterna e frugale: tutta da inventare, ma per la quale merita di spendere intelligenza, amore e, per chi crede, fede.

5. Il principio di precauzione

Laddove c’è l’esigenza di prendere decisioni difficili in condizioni di incertezza scientifica e in presenza di rischi occorre applicare il “principio di precauzione”. “Ogni decisione deve essere presa in modo per quanto possibile trasparente e deve essere provvisoria e modificabile in base  a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte”. Si tratta, cioè, di un’istanza cautelativa, che si affianca peraltro anche all’esigenza di “promuovere ogni sforzo per acquisire conoscenze più approfondite” (469 CDSC). Per quanto riguarda l’energia nucleare, si sottolinea soprattutto l’esigenza di “elevare i livelli di sicurezza” (470 CDSC). Produrre energia deve essere sicuro ed al servizio di tutti. Alla luce del principio di  precauzione, come possiamo valutare l’opportunità del nucleare se gli accordi internazionali in vigore evidenziano la dipendenza dell’Oms (organizzazione mondiale della sanità) all’Aiea (l’agenzia Internazionale per l’Energia Atomica)? Vi è, infatti, il sostanziale divieto di produrre indagini autonome sugli effetti sanitari delle radiazioni ionizzanti. Questo ha prodotto uno spaventoso vuoto di conoscenze in qualsiasi istituzione pubblica.


Gabriele Scalmana, Silvio Piccoli e Antonio De Lellis