lunedì 9 maggio 2022

L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/larsenale-della-democrazia-lo-scontro-tra-imperi-e-le-politiche-attive-di-pace/

 

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

La dottrina di Joe Biden illustrata alla Lockheed Martin

“Buon pomeriggio a tutti. E grazie, Jim, per l’invito a essere qui oggi (James Taiclet, presidente e Ceo di Lockheed Martin, ndr) e grazie a Linda, per il caloroso benvenuto di oggi (Linda Griffin, responsabile della produzione dei missili javelin, ndr). (…) Sentite, il popolo americano sa cosa fanno i lavoratori di questa struttura per sostenere la lotta dell’Ucraina per la libertà. E il punto è che sono venuto a ringraziarvi. Questo è il motivo per cui sono qui. Sono stato su quei campi di battaglia dove vengono lanciati questi missili, e ho passato molto tempo ad entrare e uscire dall’Iraq e dall’Afghanistan – forse un totale di 40 volte. E vi dico una cosa: io sono stato in Ucraina molto prima della guerra e sul confine dalla guerra. Ed è incredibile quello che hai fatto. (…). Quei giavellotti che ho visto – ce ne sono 10 per ogni carro armato che c’è in Ucraina adesso – sono stati così importanti che c’è anche una storia sui genitori ucraini che chiamano i loro figli “Javelin” o “Javelina.” Non è uno scherzo. (…). Gente, c’è una battaglia in corso nel mondo tra autocrazia e democrazia. Xi Jinping, il leader della Cina, è chiaro al riguardo. Dice che le democrazie non possono essere sostenute nel XXI secolo. Non è uno scherzo. Non possono essere sostenute – perché le cose si stanno muovendo così rapidamente, le democrazie richiedono consenso, ed è difficile ottenere consenso, quindi non possono tenere il passo con un’autocrazia. Ma non sarà così. (…) E grazie a voi – in questa prima, vera, battaglia – perché questo per determinare se ciò accadrà è perché lo state rendendo possibile. State rendendo possibile al popolo ucraino di difendersi senza che noi dobbiamo rischiare di entrare in una terza guerra mondiale inviando soldati americani a combattere soldati russi. Mio padre aveva un’espressione. Diceva: “L’unica guerra peggiore di quella che si vuole è quella non voluta.” Stai permettendo agli ucraini di difendersi. E, francamente, stanno prendendo in giro l’esercito russo in molti casi. (…) Prima che la Russia attaccasse, ci siamo assicurati che l’Ucraina avesse giavellotti e altre armi per rafforzare le proprie difese in modo che l’Ucraina fosse pronta per qualsiasi cosa accadesse. E negli ultimi due mesi, abbiamo continuato a spostare ancora più risorse e attrezzature a un ritmo rapido in Ucraina. Abbiamo fatto in modo che non ci siano interruzioni nel flusso di attrezzature verso l’Ucraina. (…) C’è qualcos’altro qui da capire: essere l’arsenale della democrazia significa anche posti di lavoro ben pagati per i lavoratori americani in Alabama e gli stati in tutta l’America, dove le attrezzature di difesa sono prodotti e assemblati. Le Forze Armate degli Stati Uniti d’America continueranno ad essere la forza di combattimento meglio armata e più capace nella storia del mondo. (…) E sto ancora una volta esortando il Congresso ad approvare rapidamente il disegno di legge per il finanziamento supplementare di oltre 30 miliardi di dollari per aiutare gli ucraini in modo che possano mantenere tutti voi molto, molto occupati per un po’ qui. Quindi, ancora una volta, lasciatemi finire dove ho iniziato. Sono venuto per un motivo fondamentale, dal profondo del mio cuore: dire grazie. Grazie, grazie, grazie per quello che fate. Che Dio vi benedica tutti. E che Dio protegga le nostre truppe. Grazie mille. (Applausi.)

La prima, vera, battaglia”. Benedetta da Dio

Da questo discorso di Joe Biden, si evincono, nell’ordine, alcuni punti fermi della sua “dottrina”, che spiega la continua escalation dei toni e della fornitura di armi per la guerra in Ucraina, anziché la de-escalation e la pressione alle parti per il “cessate il fuoco” e le trattative. Come conferma, per esempio, anche la repentina smentita della Nato al presidente Zelensky che il 7 maggio aveva aperto a possibili trattative di pace, con la disponibilità a rinunciare alla Crimea, contraddetto a strettissimo giro da Stoltenberg per il quale la NATO, della quale è segretario generale, “non accetterà mai l’annessione della Crimea alla Russia”. Eccone, dunque, i punti esplicitati da Biden:

1. la guerra in corso, almeno dal punto di vista dell’industria bellica statunitense – che in questi mesi sta moltiplicando i profitti – è in continuità con le guerre precedenti, da parte degli USA, in Afghanistan ed in Iraq (che hanno consentito di raddoppiare in venti anni le spese militari globali e, dunque, i guadagni dell’industria bellica internazionale, ndr).

2. Le massicce forniture di armi al governo ucraino avvengono da molto prima dell’invasione russa del 24 febbraio (ed è legittima, dunque, la domanda se ne sono state anche con-causa).

3. Quella in corso in Ucraina è “la prima, vera, battaglia” per la supremazia “tra autocrazia e democrazia”, che si sta conducendo con i corpi degli ucraini, senza che gli USA debbano “rischiare di entrare in una terza guerra mondiale inviando soldati americani a combattere soldati russi”.

4. Gli USA sono “l’arsenale della democrazia”, che significa continuare ad “essere la forza di combattimento meglio armata e più capace nella storia del mondo” (infatti spendono da soli il 38% degli oltre 2100 miliardi di dollari annui globali di spese militari, la Russia spende il 3,1 e la Cina il 14%: dati SIPRI 2022, ndr).

5. I 30 miliardi di dollari aggiuntivi chiesti al Congresso per “aiutare gli ucraini” servono anche per “mantenere molto, molto occupate” le industrie che producono armamenti (nello specifico la Lockheed Martin, la stessa azienda da cui il nostro Paese acquista da anni i famigerati 90 caccia F35, ndr).

6. Tutto ciò con l’invocazione – a cura del cattolico Biden – della benedizione divina per le fabbriche di armamenti, oltre che per le truppe, laddove papa Francesco – che dovrebbe essere la guida morale dei cattolici – ribadisce continuamente che “i fabbricanti di armi, che sono mercanti di morte, dovranno rendere conto a Dio”.

I renitenti alla guerra e l’accanimento bellicista

Questa vision strategica della guerra permanente delle democrazie contro le autocrazie, fondata sulla politica di potenza degli USA – anche religiosamente “legittimata” – di cui quelle in corso in Ucraina è la “prima, vera, battaglia” all’interno di un enorme scontro epocale, assolutamente da “vincere”, in Italia – nonostante l’accanimento bellicista di gran parte delle forze politiche e della maggioranza dei mezzi di comunicazione, allineati alla dottrina Biden – sembra trovare la maggioranza dei cittadini renitenti alla chiamata alle armi. Almeno così ci dicono le ricerche di opinione svolte nelle ultime settimane: l’ultima disponibile, del 6 maggio, a cura di EMG, evidenzia che il 58 % degli intervistati non è d’accordo con l’invio di ulteriori armi al governo ucraino, solo il 28% è d’accordo, mentre il restate 14% non risponde. Ciò significa che – nonostante decenni di ripudio della Costituzione anziché della guerra, attraverso le tante guerre fatte in giro per il mondo – la forza pedagogica dell’articolo 11, la lucidità profetica di papa Francesco e le campagne del movimento per la pace e il disarmo hanno costruito, nell’insieme, degli anticorpi dal basso rispetto al bellicismo dilagante dall’alto. Necessari, anche se ancora non sufficienti a modificare le scelte politiche. Ma che spiegano anche l’accanimento mediatico contro i “pacifisti”, accusati grottescamente di essere… putinisti!

Costruire la pace con mezzi pacifici, nel presente e per il futuro

La gravità della situazione attuale e della visione che la sostiene (“l’unica guerra peggiore di quella che si vuole è quella non voluta”) – che, come in una distopia, non sembra prevedere alcuna ipotesi di multilateralismo e di cooperazione internazionale fondata su politiche condivise di pace tra le potenze (che era la vision di Michail Gorbačëv, come ricordo qui) – necessita nell’immediato di azioni volte al cessare il fuoco in Ucraina, alla tregua duratura ed all’avvio di trattative di pace, attraverso azioni e mezzi volti a questo scopo, ossia coerenti con i fini da raggiungere, come abbiamo scritto più volte (per esempio, anche qui e qui). Ma questo è solo l’inizio: rispetto alla guerra globale in corso nel pianeta – “la guerra mondiale a pezzetti”, denunciata da anni da papa Francesco, e confermata dagli oltre 160 conflitti armati mappati dal Dipartimento di ricerca sulla pace e i conflitti dell’Università di Upssala – si tratta di riportare il tema della costruzione della pace con mezzi pacifici stabilmente al centro delle categorie della politica. Nazionale e internazionale. Non più in quanto elemento marginale, o del tutto secondario, così come è stato colpevolmente trattato fino ad ora da quasi tutte le forze politiche che, non a caso, si sono trovate spiazzate e impreparate nell’analisi e nella proposta, una volta investite pienamente dallo tsunami della guerra tornata in Europa sul terreno e in Italia sui media e al centro del confronto politico. Al punto da approvare a larghissima maggioranza in parlamento – sull’onda dell’emozione e non della ragione – l’aumento strutturale delle spese militari annue al 2%. Salvo qualche mugugno postumo.

Le politiche attive di pace come nuovo paradigma della politica

Ora è necessario che – analogamente a quanto sta avvenendo, seppur timidamente, rispetto alla catastrofe ambientale in corso – anche rispetto alla catastrofe bellica, in svolgimento sul terreno in Ucraina e in avanzamento, direttamente e indirettamente, nel mondo tra le potenze militari, è necessario che la politica esca da ambiguità e reticenze. O indossa l’elmetto, come in gran parte ha già fatto, e si arruola, contribuendo a preparare irresponsabilmente l’apocalisse nucleare che questa distopia bellica globale porta con se, oppure fa obiezione di coscienza alla guerra ed alla sua preparazione e imposta coerentemente politiche attive di pace. In modalità trasversale – ciascuno per il suo ruolo e la sua funzione – tra le organizzazioni politiche della sinistra, dell’ecologia e di ispirazione cattolica, in collaborazione con le organizzazioni della società civile impegnate nelle campagne nonviolente. Facendo della questione della pace e della costruzione di politiche internazionali di convivenza pacifica, il perno dei programmi politici, nazionali e internazionali: disarmo, riconversione sociale delle spese militari, riconversione civile dell’industria bellica, proibizione delle armi nucleari, costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta e dei corpi civili di pace, sono alcune delle proposte e dei progetti già sul tavolo, che vanno fatti propri e sostenuti in tutte le sedi. Dai consigli comunali al parlamento italiano a quello europeo. E devono diventare i punti cardine dei programmi politici dei partiti e delle agende di chi si candida a governare. Ed in base a questo essere votati o meno dai cittadini. Insomma, oggi più che mai, “se vuoi la pace, prepara la pace”, come ripeteva Aldo Capitini, perché “l’arsenale della democrazia” non può che essere fondato sul “ripudio della guerra” e sulla costruzione responsabile delle alternative etiche di gestione e risoluzione delle “controversie internazionali”, liberando contemporaneamente anche le enormi risorse pubbliche imprigionate nelle spese militari. L’alternativa a questo è contribuire, ciascuno per la sua parte, alla preparazione dell’apocalisse nucleare.


giovedì 5 maggio 2022

Il dovere di fare la pace

dalla pagina http://www.perlapace.it/dovere-la-pace/

Le proposte della Marcia PerugiAssisi. L’alternativa alla guerra esiste ma serve la volontà politica di realizzarla. Per spingere i governi sulla via della pace deve crescere dal basso un grande movimento di cittadini e istituzioni per la pace.

Con questo spirito, vi invitiamo a raccogliere queste proposte e a sostenerle con creatività, nei modi che riterrete più opportuni.

Foto di Roberto Brancolini

Condividiamo tutti una responsabilità

Il dovere di fare la pace

Proposte per orientare le nostre scelte prima che sia troppo tardi

 

Ci sono tanti modi per fare la pace, tranne uno: la guerra. La guerra è sempre un “omicidio in grande”, una lunga scia di sangue, sofferenze, distruzioni, odio, vendette. Sugli orrori e le macerie della guerra alcuni promettono di scrivere la parola pace ma è un grande imbroglio perché alla spirale distruttiva della guerra, della violenza, dell’odio, delle vendette e del dolore non c’è fine.

Dopo settanta milioni di morti e la fine della seconda guerra mondiale, alcune donne e uomini di paesi diversi hanno cercato di mettere al bando la guerra creando le Nazioni Unite, ideando una forza di polizia internazionale e promuovendo un nuovo diritto internazionale fondato sul principio della eguale dignità della persona umana e dei popoli. Allo stesso tempo, in Europa, altri leader politici, uniti nello sforzo di scongiurare altre catastrofi, convinti che la sovranità assoluta degli stati fosse all’origine della guerra, immaginarono un’Europa unita e solidale e avviarono la costruzione dell’Unione Europea dando vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

La realtà dei nostri giorni descrive, purtroppo, un mondo molto diverso: un mondo in guerra dominato dallo scontro tra i più diversi interessi personali, nazionali e economici. Anziché cogliere le straordinarie opportunità offerte dalla fine della guerra fredda e dalla caduta del Muro di Berlino, si è scelto di inseguire il disegno di un ordine mondiale gerarchico fondato sulla legge del più forte e sul presunto “diritto di fare la guerra”, sulla de-regulation istituzionale ed economica e sulla competizione selvaggia. L’aggressione russa dell’Ucraina è figlia di questo schema di guerra globale che ora ci minaccia sempre più da vicino.

Dal 24 febbraio è in corso una drammatica escalation militare che sta facendo strage di vite umane e che minaccia di condurci alla catastrofe nucleare. Dinnanzi a questa drammatica realtà, all’invasione russa, al legittimo diritto alla resistenza dell’Ucraina e alle sue richieste di aiuto, molti governanti si sono arresi allo schema della guerra continuando a fornire armi senza assumere alcuna seria iniziativa di pace. A nulla ancora sono valsi gli appelli ininterrotti di Papa Francesco e di tanti cittadini a fare ogni sforzo per fermare la follia della guerra. A prevalere oggi sembra essere la cieca volontà di continuarla inseguendo la tragica illusione, già smentita dalla storia più recente, di poterla vincere.

Le conseguenze dell’escalation militare sono terrificanti. In Ucraina la macchina della guerra continua a uccidere e distruggere senza pietà violando tutti i diritti umani. In Europa si sta scivolando verso la recessione e un’economia di guerra che toglierà il respiro a molti giovani e famiglie. In un mondo sempre più insicuro si accelera un cambio radicale delle relazioni internazionali, a scapito della libertà e della democrazia, che alimenta un groviglio di crisi, conflitti, ingiustizie e violazioni dei diritti umani.

E’ in questo contesto, foriero di violenze e sofferenze, divisioni e contrapposizioni a tutti i livelli, che siamo chiamati a riscoprire il dovere di fare la pace.

La pace è l’interesse primario di tutte le genti e le nazioni. La pace è la priorità. Abbiamo bisogno di pace come i polmoni hanno bisogno dell’ossigeno. Per questo, i governanti hanno la responsabilità primaria di lavorare incessantemente per fermare la guerra e creare le condizioni per ricostruire la pace. Se non lo fanno vengono meno alla loro stessa ragion d’essere.

Il momento è pericolosissimo. Se non sapremo opporre alla guerra una “decisa volontà della pace” saremo travolti. L’Unione Europea, insieme ai governi e parlamenti degli stati membri ha, più di ogni altro, il dovere politico, istituzionale e morale di prendere l’iniziativa per scongiurare il peggio che deve ancora venire, per salvare la vita degli ucraini e di tutti gli innocenti che stanno morendo sotto le bombe e per proteggere i propri cittadini dalle tragiche conseguenze della guerra. Sono loro che in questi giorni stanno decidendo se sarà la pace o la guerra a scrivere il futuro nostro e dell’Europa. A loro torniamo a dire: le sorti dell’Ucraina, dell’Europa, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della libertà, della democrazia e della pace nel mondo sono troppo importanti per essere lasciate nelle mani dei signori della guerra. L’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea stabilisce espressamente che “l’Unione promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite e opera al fine di preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, nonché ai principi dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi”.

Restituiamo la parola alla politica

Per spezzare la spirale mortifera dell’escalation, è necessario togliere la parola alle armi e restituirla alla politica. Non è vero che non si può fare niente.

Invece della corsa alle armi si può alimentare una lungimirante sequenza di iniziative politiche improntate alla ricerca delle condizioni di una pace giusta e duratura.

Invece dei propositi di vittoria, vendetta e umiliazione che stanno portando ad una guerra totale si possono ricreare le condizioni per la ripresa del dialogo politico.

Invece di coltivare il disegno impraticabile dell’isolamento della Russia si può proporre di riporre le armi per costruire assieme in Europa un sistema di sicurezza comune dall’Atlantico agli Urali basato sul disarmo, i diritti umani, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e i diritti delle minoranze. Così come nel 1975 la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con l’Atto finale di Helsinki rappresentò la risposta politico diplomatica all’esigenza di aprire canali di dialogo tra i paesi appartenenti ai due blocchi contrapposti dell’Est e dell’Ovest, oggi dobbiamo lavorare alla costruzione della Casa Comune Europea e dare vita ad un sistema di sicurezza paneuropeo nella prospettiva di una federazione europea che riunisca tutti gli stati del nostro continente.

Invece di continuare a svilire le Nazioni Unite si può impegnare il Segretario Generale dell’Onu e l’Assemblea Generale ad avviare un negoziato globale per la pace in cui tutti i governi del mondo, a cominciare dalle grandi potenze, siano chiamati ad affrontare i veri nodi globali dello scontro, assumendosi la responsabilità di scegliere la via della pace anziché la via della guerra (perché non lavorare ad una Conferenza mondiale della pace?). “Garantire la sicurezza e la pace è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Questa, tutta intera, può e deve essere la garante di una nuova pace.” “Se la voce delle Nazioni Unite è apparsa chiara nella denuncia e nella condanna ma, purtroppo, inefficace sul terreno, questo significa che la loro azione va rafforzata, non indebolita.”

Invece di continuare la corsa al riarmo e aumentare le spese militari possiamo investire sulla promozione della sicurezza umana perseguendo l’attuazione del diritto di tutti ad una esistenza e un lavoro dignitoso, alla salute, alla formazione, alla casa, a vivere in un ambiente sano e bello.

L’alternativa alla guerra esiste ma serve la volontà politica di realizzarla.

“La pace non si impone automaticamente, da sola, ma è frutto della volontà degli uomini.” Fare la pace è una cosa seria che va presa sul serio. “E’ una costruzione laboriosa, fatta di comportamenti e di scelte coerenti e continuative, non di un atto isolato” di qualcuno. La ricerca della pace deve essere perseguita, come ci ricordava Robert Schumann “con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.

“Alla comunità internazionale tocca ora un compito: ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale rispettoso e condiviso che conduca alla pace.”

Per spingere i governi sulla via della pace deve crescere dal basso un grande movimento di cittadini e istituzioni per la pace. La Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità, che il 24 aprile ha riunito decine di migliaia di persone, famiglie, associazioni e istituzioni di diverso orientamento culturale, politico e religioso, ha generato molte energie positive.

Chiediamo a gran voce la pace

Insieme con Papa Francesco, invitiamo tutte le donne e gli uomini di buona volontà a continuare a “chiedere a gran voce la pace, dai balconi e per le strade”. In ogni città, in ogni quartiere, in ogni scuola e università, in ogni luogo di lavoro nasca un gruppo, un comitato, un’iniziativa per la pace. Gli Enti Locali, richiamando gli statuti che riconoscono la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli, raccolgano la domanda di pace dei propri cittadini e facciano di ogni territorio un laboratorio della pace che vogliamo per il mondo.

Costruiamo un argine alla propaganda di guerra

Questo è il tempo in cui dobbiamo accrescere la capacità dei costruttori e delle costruttrici di pace di contrastare i discorsi di guerra che hanno invaso le televisioni con discorsi di pace sempre più competenti, approfonditi e credibili. Alla propaganda di guerra e alle campagne di persuasione dell’opinione pubblica che straripano nei grandi mezzi di comunicazione (già vietate dall’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici) contrapponiamo un capillare lavoro quotidiano di formazione e crescita culturale personale e collettiva che valorizzi le energie positive dei giovani. Ai piani di guerra fondati sulla legge del più forte contrapponiamo piani di pace fondati sul buon senso. Alla logica amico-nemico contrapponiamo la costruzione della fraternità universale.

Anche noi dobbiamo fare pace

Questo è anche il tempo in cui dobbiamo contrastare la diffusione di sentimenti di impotenza e di rassegnazione. La guerra si nutre del silenzio, della passività e quindi della complicità delle vittime. Al contrario, la pace abbisogna del contributo fattivo di tutti e di ciascuno.

Prendiamoci cura gli uni degli altri

In questi tempi di guerra, mentre cresce il dolore sociale e si aggravano le crisi economiche, ambientali, politiche e umanitarie, tutti siamo chiamati a fare la pace sviluppando la nostra capacità di cura degli altri, partendo dai più bisognosi, dai più fragili e dai più piccoli, allargando il nostro sguardo e la nostra preoccupazione all’intera famiglia umana e al pianeta che ci accoglie. Solo attraverso questo prezioso lavoro quotidiano, dal basso, con il contributo insostituibile di ogni persona, sarà possibile rispondere al bisogno umano primario della pace.

Facciamo crescere la società della cura

E’ la società della cura che deve crescere in ogni luogo: donne, uomini, giovani e anziani che si prendono a cuore gli altri anziché pensare solo a sé stessi, che praticano la cultura della solidarietà anziché la cultura dell’indifferenza, che cercano il bene comune anziché quello individuale, l’interesse generale anziché quello particolare, l’amicizia sociale anziché la competizione selvaggia. E’ così che le persone, con piccole e grandi responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, fanno la pace, tutti i giorni, in modo artigianale.

Oggi più che mai, a nulla vale invocare la pace se non si è disponibili a farla in prima persona.

* * *
Tu cosa scegli?

Ripetiamo. L’invasione russa dell’Ucraina è un crimine. Gli ucraini sono stati aggrediti, hanno il diritto di resistere e noi abbiamo il dovere di aiutarli. Ma nessuno si può permettere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Per questo dobbiamo decidere: continuiamo sulla via della guerra o scegliamo la via della pace?

La via della guerra La via della pace
Legge del più forte Legalità, diritto e democrazia internazionale
Volontà di potenza e di dominio Volontà di solidarietà e cooperazione
Pressione militare ed economica Dialogo e negoziato politico – Distensione – Ricerca di accordi
Escalation militare De-escalation militare
Fornitura di armi Iniziativa politica – Cessate il fuoco – Corridoi umanitari
Guerra totale globale Ripudio della guerra
Uso della bomba atomica Eliminazione delle armi di distruzione di massa
Guerra infinita Coesistenza pacifica
Yalta Helsinki
Strategie dello scontro Arte dell’incontro
Disumanesimo Dovere di proteggere ogni vita
Vittoria o morte Soluzione negoziata del conflitto
Corsa al riarmo Disarmo
Aumento delle spese militari Riduzione delle spese militari
Eserciti nazionali Polizia internazionale delle Nazioni Unite
Violenza Nonviolenza
Segreto militare Verità e trasparenza
Sicurezza armata Sicurezza comune – Divieto dell’uso della forza
Pace negativa Pace positiva
Ordine internazionale gerarchico / imperiale Ordine internazionale democratico
Alleanze militari Onu e organizzazioni internazionali democratiche regionali
Interesse nazionale – Nazionalismo Europeismo – Cosmopolitismo
Autoritarismo Diritti umani – Riconoscimento e rispetto delle minoranze
Società chiusa Società aperta
Costruzione di muri Costruzione di ponti
Economia di guerra Economia sociale e solidale – Economia della fraternità
Competizione globale Sviluppo Umano
Sfruttamento selvaggio delle risorse e dell’ambiente naturale Cura dell’ambiente e del pianeta – Conversione ecologica
Sicurezza nazionale armata Sicurezza umana
Controllo e manipolazione dell’informazione Libertà d’informazione
Propaganda di guerra Educazione alla pace, ai diritti umani e alla cittadinanza glocale
Respingimenti Cooperazione, condivisione e accoglienza
Odio e vendetta Perdono e riconciliazione

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Queste riflessioni e proposte, maturate nell’incontro “La via della pace” che si è svolto ad Assisi il 23 aprile scorso e curate da Flavio Lotti e Marco Mascia, sono un contributo alla ricerca fattiva della pace che ci deve vedere tutte e tutti coinvolti.

Invia la tua adesione, le tue idee e proposte al Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, via della Viola 1 (06122) Perugia – Tel. 075/5737266 – 335.6590356 – fax 075/5721234 – email adesioni@perlapace.it – www.perlapace.it – www.perugiassisi.org

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martedì 3 maggio 2022

Armi, guerra e narrazioni distorte

dalla pagina https://comune-info.net/magie-razionalita-e-narrazioni-distorte/ 

Pasquale Pugliese

Tre pubblicazioni dicono molto su quello che sta accadendo nel mondo: il Rapporto Sipri 2022, sull’incredibile aumento della spesa militare globale; Perché L’Ucraina, che raccoglie sette interviste a Noam Chomsky; I grandi discorsi che hanno cambiato la storia, antologia con in copertina un’inammissibile accostamento per fini commerciali, “Da Gandhi e Mandela a Martin Luther King a Zelensky le parole dei leader che hanno influenzato l’umanità” 

Tratta da pixabay.com

Nel giro di alcuni giorni sono uscite tre pubblicazioni importanti che aiutano a comprendere ciò che sta accadendo nel mondo e nel nostro paese, sia nella loro singolarità che nella possibile relazione reciproca fornita da una lettura incrociata. La prima delle tre pubblicazioni è il Rapporto SIPRI 2022, l’autorevole Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, relativo all’anno 2021, il quale dimostra con dati inoppugnabili come i governi nel loro complesso – anche nel secondo anno di pandemia – abbiano continuato inesorabilmente ad aumentare le spese militari dei bilanci pubblici, superando, per la prima volta nella storia, la soglia dei 2000 miliardi, giungendo fino a 2113 miliardi di dollari. Si tratta di una crescita dello 0,7 per cento rispetto al 2020 e di un aumento del 12 per cento in dieci anni, oltre che della conferma del raddoppio netto delle spese militari – sottratte agli investimenti civili – negli ultimi venti anni, ossia dall’avvio dell’aggressione militare guidata dagli Usa in Afghanistan nel 2001, conclusasi lo scorso agosto. Non a caso gli Stati Uniti da soli rappresentano il 38 per cento della spesa militare mondiale, mentre la spesa complessiva dei trenta Paesi della Nato equivale al 55 per cento del totale globale e quella della Russia al 3,1 per cento. In questo quadro l’Italia si conferma all’undicesimo posto al mondo per spesa in armamenti, con una crescita del 4,6 per cento rispetto al 2020 (maggiore della media dell’Europa occidentale che si assesta su un più 3,1 per cento). Naturalmente, questi dati sono precedenti alla decisione dei governi europei di portare al 2 per cento del PIL la propria spesa militare, su pressione della Nato. L’estrema gravità della situazione internazionale che ci vede – di fatto – dentro ad una guerra mondiale che si svolge, per il momento, all’interno del territorio ucraino con il rischio di divampare da un momento all’altro in tutta Europa, anche con l’uso delle armi nucleari (oltre alle diverse decine di altre guerre in corso nel pianeta sulle quali i media tacciono), dimostra – evidente/mente – che la crescita progressiva degli armamenti non porta più sicurezza e più pace, come viene millantato dai governi che la promuovono, ma esattamente il contrario: più insicurezza globale e più guerre ovunque. È solo la credenza diffusa in un pensiero magico, pre-razionale, ma funzionale al complesso militare-industriale internazionale – come abbiamo più volte spiegato, per esempio qui – che può consentire questa lucida follia che sta conducendo l’umanità sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Anziché i folli capi di molti governi a un Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

La seconda lettura, complementare alla prima, è il libro Perché L’Ucraina (Ponte alle Grazie, 2022) che contiene la traduzione italiana di sette interviste a Noam Chomsky – il noto linguista e intellettuale civile statunitense – fino alle più recenti sul precipitare della situazione ucraina. È una pubblicazione importante perché – di fronte al “punto critico della storia umana nel quale ci troviamo” – aiuta a compiere l’esercizio fondamentale per la comprensione di quanto sta avvenendo, cioè la presa di distanza storica e geografica dallo scorrere delle notizie quotidiane, per acquisire profondità di lettura e apertura di sguardo, operazioni indispensabili per trovare soluzioni alla guerra in corso, che non siano catastrofiche per tutti. Chomsky non fa nessuno sconto alle responsabilità di Vladimir Putin – “l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra, al pari dell’invasione statunitense dell’Iraq e di quella di Hitler-Stalin della Polonia del 1939, giusto per fare due esempi emblematici” – dopodiché, a partire dall’approfondimento di alcune delle con-cause che hanno preparato questo crimine, conduce il lettore verso la ricerca di possibili soluzioni razionali alla guerra in corso. A partire dalla chiara consapevolezza della complessità della situazione: “dobbiamo fare tutto il possibile per dare sostegno a coloro che difendono valorosamente la loro patria dai crudeli aggressori, a coloro che fuggono dagli orrori e alle migliaia di coraggiosi russi che si oppongono pubblicamente al crimine del loro Stato con grande rischio per se stessi: una lezione per tutti noi. Dobbiamo però anche trovare il modo per venire in soccorso di una categoria ben più ampia di vittime: tutti gli esseri viventi del pianeta”. In questo quadro – secondo Chomsky – “una risposta razionale alla reiterazione da parte di Putin del suo “vero obiettivo” sarebbe quello di offrire ciò che da lungo tempo è considerato il presupposto di base per una soluzione pacifica: una neutralità in stile austriaco per l’Ucraina, una qualche versione di federalismo sulla scorta del Protocollo di Minsk II che rispecchi degli effettivi impegni degli ucraini nel territorio. Un atteggiamento razionale implicherebbe anche fare questo senza adottare la patetica posizione dei diritti di sovranità che normalmente teniamo in totale spregio. (…). Sarebbe una strada percorribile, ma presupporrebbe un mondo razionale, un mondo, per giunta, in cui Washington non si rallegra per il meraviglioso dono che Putin le ha appena fatto: un’Europa pienamente subordinata senza sciocche fantasie sul fatto di sfuggire al controllo del Padrone”.

La terza pubblicazione, I grandi discorsi che hanno cambiato la storia (Newton Compton, 2022), è una nuova edizione di una precedente antologia a cura di Gianluca Lioni e Michele Fina, anch’essa appena pubblicata, che contiene in copertina un azzardato accostamento – Da Gandhi e Mandela a Martin Luther King a Zelensky le parole dei leader che hanno influenzato l’umanità” – il quale rappresenta un errore epistemologico che contribuisce a una narrazione distorta. Seppure all’interno siano contenuti molti altri discorsi (da Pericle ad Alessandro Magno, da Napoleone a J. F. Kennedy), l’errore – a fini commerciali – dell’accostamento di copertina tra Gandhi, Mandela, Martin Luther King e Zelensky è dato dal mettere insieme tre personaggi che hanno fatto del rifiuto intenzionale della violenza una scelta specifica del metodo di lotta contro l’oppressore, per quanto infinitamente sovrastante e violento – vincendo esattamente per questo motivo il premio Nobel per la pace, due su tre, e rimettendoci per questo la vita, due su tre e avviando tutti percorsi di riconciliazione con l’avversario, insieme alla lotta – con il quarto che, invece, sta portando avanti la scelta esattamente contraria di richiesta e uso di sempre più armi, sempre più potenti, per combattere un nemico nei confronti del quale non si intravede nessuna apertura possibile verso passi di pace e riconciliazione. Due scelte radicalmente opposte e affatto assimilabili. Questo errore epistemologico contribuisce così, di fatto, a una narrazione distorta sul piano culturale che – mettendo insieme il quarto con i primi tre – allude, come in una notte in cui tutte le vacche sono nere, a una continuità delle rispettive lotte, le quali invece non hanno nulla in comune. Perché la scelta nonviolenta dei primi è fondata sulla coerenza tra i mezzi usati e il fine da raggiungere, per la scelta violenta dell’altro invece il fine giustifica qualunque mezzo. Senza alcun limite. Peccato che questa operazione di marketing sia condotta da un editore che pure, in passato, aveva contribuito a divulgare l’opera gandhiana in Italia a prezzi popolari, dall’autobiografia del profeta della nonviolenza, La mia vita per la libertà (1973) all’antologia parole di pace, d’amore e di libertà dell’uomo che è diventato il simbolo della non violenza (Il mio credo, il mio pensiero, 1992), per esempio queste: “Rispondere alla brutalità con la brutalità è ammettere la propria bancarotta morale e questo non può che avviare un circolo vizioso…” (Harijan, 1 giugno 1947).


venerdì 29 aprile 2022

1° maggio. "La vera ricchezza è la persona"

Preghiera per il lavoro 1° maggio 2022
Centro Giovanile san Giuseppe, Vicenza ore 18.30
 

 
 

Domenica 1° Maggio 2022 alle ore 18.30 presso il salone del Centro Giovanile della Parrocchia di san Giuseppe (Vicenza) in viale Mercato Nuovo 43, ci incontreremo per un incontro di Riflessione e Preghiera per il Lavoro, preparato dalla Commissione diocesana di Pastorale Sociale e del Lavoro, Giustizia e Pace, Cura del Creato.

A partire dalle sollecitazioni del nostro tempo, alla luce del messaggio che i Vescovi Italiani hanno rivolto alla Chiesa circa l’attenzione al tema della sicurezza e alla drammatica serie di incidenti e morti sul lavoro, proporremo un momento di preghiera e riflessione per la Chiesa vicentina e per ogni uomo e donna di buona volontà. Cercheremo di dare uno sguardo alla situazione locale dando voce a chi si occupa di sicurezza e a chi si è trovato vittima di incidenti e delle conseguenze che questi comportano. Daremo spazio alla Parola di Dio per aiutarci a comprendere il progetto di Dio per l’uomo e così poter lavorare per vivere e non morire di lavoro.

Non mancherà l’invocazione al Signore per un mondo di Giustizia e di Pace.

«La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» (Papa Francesco, Udienza “Associazione nazionale dei costruttori edili” 20 Gennaio 2022)

La Chiesa che è in Italia non può distogliere lo sguardo dai contesti di elevato rischio per la salute e per la stessa vita alle quali sono esposti tanti lavoratori. I tanti, troppi, morti sul lavoro ce lo ricordano ogni giorno. È in discussione il valore dell’umano, l’unico capitale che sia vera ricchezza. (Messaggio dei Vescovi per la festa dei Lavoratori 1 Maggio 2022)

 

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dalla pagina https://lavoro.chiesacattolica.it/1-maggio-2022-giornata-per-il-lavoro/


«LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE» Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura 

Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna ad un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. ...

... «La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» ha ricordato Papa Francesco ricevendo in udienza l’Associazione nazionale dei costruttori edili (20 gennaio 2022).

 

 

Sussidio 1° maggio 2022

 

Notizie stampa


mercoledì 27 aprile 2022

primolunedìdelmese

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

primolunedìdelmese
Anno XXV - Incontro n. 191
 
lunedì 2 maggio  2022, ore 20:30
Sala Turchese del Centro "A. Onisto"
in Via Rodolfi 14, Vicenza

Il pldm torna in presenza!
Vi proporremo le nuove modalità e caratteristiche
degli incontri dal vivo, combinati con quelli virtuali.

Nella prima parte, discuteremo di come fare società civile,
tessere reti e costruire alternative 
in tempi di pandemia, guerra e crisi climatica;
alle prese con scenari da incubo;
in un mondo che non è più quello di ieri e dal futuro incerto;

in contesti sempre più difficili, contro venti e maree:
con Francesca LazzariVladimiro SoliPaolo Vidali

Nella seconda, ragioneremo di cose concrete da fare,
a partire dalla "questione migranti":
con Luciano Carpo 

 
moderatore
Marco Cantarelli

Il pldm è promosso, inoltre, dalle associazioni vicentine:
ANPI, Centro Astalli, CGIL, GIT Banca Etica, Ufficio Migrantes

 

giovedì 21 aprile 2022

I nostri popoli sono contro la guerra

CONFLITTO UCRAINO. I nonviolenti di Ucraina, Russia e Italia: «Non accettiamo le narrazioni russe e ucraine per cui i due popoli sono nemici esistenziali da fermare con la forza militare»
 
 
 
La guerra è il più grande crimine contro l’umanità. Non esiste guerra giusta. Ogni guerra è sacrilega. Per questo siamo obiettori di coscienza, rifiutiamo le armi e gli eserciti che sono gli strumenti che rendono possibili le guerre. Il conflitto tra Russia e Ucraina può e deve essere risolto con mezzi pacifici, salvando così molte vite. Sappiamo che l’invasione russa in corso in Ucraina viola il diritto internazionale e che l’Ucraina ha il diritto di difendersi dall’aggressione armata, ma non possiamo accettare alcuna giustificazione della guerra, perché siamo persuasi che l’azione nonviolenta sia la migliore forma di autodifesa. Non possiamo accettare le narrazioni russe e ucraine che ritraggono questi due popoli come nemici esistenziali che devono essere fermati con la forza militare. Le vittime di questo conflitto, civili di diverse nazionalità, muoiono e soffrono a causa delle azioni militari di tutti i combattenti. Ecco perché le armi e le voci dell’odio devono essere messe a tacere per cedere il passo alla verità e alla riconciliazione.
Facciamo parte dell’Internazionale dei Resistenti alla Guerra (W.R.I.) e dell’Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (EBCO), e lavoriamo insieme in un unico grande movimento per la pace. Ci rivolgiamo ai nostri governi (ucraino, russo, italiano) affinché attivino subito ogni strada diplomatica possibile per un tavolo delle trattative per il cessate il fuoco. I nostri popoli sono contro la guerra. I nostri popoli hanno già subito l’immenso dramma della seconda guerra mondiale, hanno conosciuto i totalitarismi, e vogliono un futuro di pace per le nuove generazioni.
Siamo per il disarmo, siamo contro le spese militari; vogliamo che i nostri governanti usino i soldi del popolo per combattere la povertà e per il benessere di tutti, non per nuove armi. Un inutile sforzo bellico non dovrebbe distrarci dalla risoluzione di urgenti problemi socioeconomici ed ecologici. Non possiamo permettere ai politici di gonfiare la loro popolarità e alle industrie militari di trarre profitto dall’infinito spargimento di sangue.
Conosciamo l’efficacia della nonviolenza come stile di vita e forza più potente dell’ingiustizia, della violenza e della guerra. Stiamo lavorando sia per la resistenza nonviolenta alla guerra che per le trasformazioni sociali, sviluppando una cultura di pace che riporterà i soldati ad essere civili e distruggerà tutte le armi. Crediamo nella libertà, nella democrazia, nei diritti umani e lavoriamo affinché i nostri paesi si rispettino a vicenda. La coscienza individuale è una tutela contro la propaganda di guerra e può salvaguardare dal coinvolgimento dei civili nella guerra. Faremo tutto il possibile per proteggere il diritto umano all’obiezione di coscienza al servizio militare nei nostri paesi.
Ci sentiamo come fratelli e sorelle, e siamo solidali con coloro che oggi soffrono a causa di questa guerra e di ogni altra guerra nel mondo.
 
Yurii Sheliazhenko, Ukrainian Pacifist Movement
Elena Popova, Russian Conscientious Objectors Movement
Mao Valpiana, Movimento Nonviolento italiano
 

martedì 19 aprile 2022

La trama della vita

dalla pagina https://comune-info.net/la-trama-della-vita/

Paolo Cacciari 

La cura della terra tramite il lavoro agricolo è il più importante presidio della “trama della vita”. Questa consapevolezza – radicata ancora oggi nelle culture indigene e contadine – è stata brutalmente offuscata dal sistema alimentare industrializzato che oggi punta al business del food-tech, la creazione nei laboratori di ingegneria genetica di nuove materie prime per produrre “falsi vegetali” e cibo artificiale. Nel suo ultimo straordinario libro, Dall’avidità alla cura, Vandana Shiva spiega come gli esseri umani sono “la nuova materia prima” da cui estrarre dati e geni per condizionarne i comportamenti. Uno scenario distopico, violento e transumano, le cui origini affondano nell’illusione della superiorità dell’uomo sulla natura, dell’intelletto sul corpo, del maschio sulla donna, degli europei su tutte le altre popolazioni. Tuttavia il pensiero di Shiva è tutt’altro che apocalittico: il suo messaggio è che “possiamo scegliere” tra la vera e la falsa conoscenza, tra la competizione e la cooperazione, tra la l’eterodirezione e l’autodeterminazione. Si tratta, prima di tutto, di imparare a guardare il mondo dal basso, da raso terra, lì dove la vita prende origine

Tratta da unsplash.com

Per Vandana Shiva “seminare semi di un altro futuro” non è una metafora.
Così come “coltivare giardini di speranza” e “intrecciare ghirlande d’amore” non sono attività ludiche, ma chiamate all’impegno comune per una “democrazia della Terra”, come spiega in Dall’avidità alla cura. L’economia necessaria per un’economia sostenibile (emi, 2022, pp. 215, euro 16).

La sua vita di scienziata e di attivista, da trentacinque anni, dalla fondazione del centro di ricerca e di formazione Nadvanya in India, è stata dedicata a dimostrare che la strada per cambiare il mondo inizia dalle pratiche agricole. Sono le foglie verdi delle piante che raccolgono le “benedizioni del sole”, catturano la anidride carbonica in eccesso dall’atmosfera e permettono di trasformare l’acqua e le altre sostanze del terreno assorbite dalle radici in carboidrati e proteine, restituendo al terreno “carbonio vivo”. Vale a dire: “Siamo vivi grazie alle piante” [p.155]. Le piante donano tutto il nutrimento primario necessario alla vita animale. La cura della terra tramite il lavoro agricolo è quindi il primo e più importante presidio della “trama della vita”. Ogni essere vivente è interconnesso e interdipendente. Siamo parte della natura e “membri di una unica famiglia”. Siamo vivi e sani fino a che la natura è viva, ricca di biodiversità, capace di auto-organizzarsi e di rigenerarsi. “La salute del pianeta e la nostra salute non sono separabili” [p.7].

Questa consapevolezza – ben radicata ancora oggi nelle culture indigene e contadine – è stata brutalmente offuscata dall’avvento di “un sistema alimentare industrializzato, militarizzato e globalizzato guidato dall’avidità” [p.147] che ha violato i limiti e l’integrità degli ecosistemi, interrompendo i cicli ecologici e nutrizionali della vita. Le riprove sono evidenti e non serve più nemmeno ricordarle: perdita di biodiversità e di fertilità dei suoli, estinzione delle specie animali, inquinamenti di ogni genere, malattie croniche e pandemie, surriscaldamento dei mari e dell’atmosfera, crisi idriche. Secondo le stime ritenute corrette da Vandana Shiva le emissioni di gas serra prodotte dal sistema agricolo e alimentare raggiungono il 50 per cento del totale.

Rifondare su basi totalmente diverse – agroecologiche – il sistema agricolo e alimentare è quindi una priorità assoluta per salvaguardare l’abitabilità del pianeta. I saperi, le tecniche, le esperienze necessarie per una conversione ecologica dell’agricoltura ci sarebbero già tutti e la loro efficacia è ampiamente dimostrata dal lavoro di un’infinità di fattorie ecologiche in ogni continente. La produzione alimentare misurata in capacità nutrizionale di un ettaro di terreno coltivato condotto seguendo i principi della agricoltura biologica, con coltivazioni miste, a piccola scala e ad altra occupazione, può essere maggiore fino a cinquecento volte rispetto alle monoculture industrializzate [p.190]. Per non parlare dei minori impatti ambientali, delle migliori condizioni di lavoro, della sovranità alimentare delle comunità locali, dell’eliminazione degli squilibri di potere che si creano nelle “ragioni di scambio” tra paesi esportatori e importatori di derrate alimentari.

Il “fallimento della rivoluzione verde” (cioè dell’introduzione massiva della chimica in agricoltura) è oramai chiaro anche alle grandi corporation del “cartello dei veleni” (IG Farber, Monsanto, Dupont, Union Cardibe, Standard Oil e poche altre) che dalla produzione di gas ed esplosivi a uso militare sono passate ai fertilizzanti e ai pesticidi. Ma la risposta che viene ora dal “grande capitale” costituito da “una manciata di miliardari” arricchitisi con le tecnologie digitali è ancora peggiore: il nuovo business si chiama food-tech. Ossia, la creazione nei laboratori di ingegneria genetica di nuove materie prime per produrre “falsi vegetali” e cibo artificiale. La Bill & Melinda Gates Agricultural Innovation, ad esempio, ha fondato l’impresa Impossible Burger [p.120]. Altri colossi della bioingegneria hanno lanciato Beyond Meat, Ginkgo Biowarks, Pivot Bio Food e altri marchi ancora. Ovviamente, promettono di sfamare il mondo con cibi a basso prezzo. In realtà lo affameranno ancora di più e, attraverso l’“agricoltura di precisione” programmata dagli algoritmi e controllata a distanza da droni e satelliti, renderanno i lavoratori agricoli ancora meno autonomi e più poveri, appendici delle macchine e pagati secondo le leggi del mercato. Ma non solo loro. Per Vandana Shiva l’idea che accomuna la fusione del grande capitale Big Ag, Big Tech, Big-Data, Big-Pharma e Big Finance è considerare “le nostre menti e i nostri corpi come la colonia finale. Siamo la miniera e la fogna. Siamo la materia prima e la discarica” [72]. Sono gli esseri umani “la nuova materia prima” da cui estrarre dati e geni (data e genetic mining) per condizionarne i comportamenti. Siamo entrati in una “nuova economia tecno-feudale” [184], scrive Vandana Shiva che non si discosta molto dalla definizione di “paleotecnica” che già Lewis Munford dette alla “megamacchina” termoindustriale delle prime rivoluzioni tecnologiche.

Uno scenario distopico e apocalittico, violento e transumano, le cui origini – indagate in alcuni tra i più interessanti capitoli del libro – vengono da lontano. Per Vandana Shiva la nostra civiltà occidentale è ancora prigioniera del paradigma baconiano-cartesiano del “dominio dell’uomo sull’universo” [p.59] e del “pregiudizio antropocentrico”. Vale a dire: l’illusione della superiorità dell’uomo sulla natura, dell’intelletto sul corpo, del maschio sulla donna, degli europei su tutte le altre popolazioni della terra. “Un progetto patriarcale violento che voleva schiavizzare la natura” [p.60], che ha accompagnato l’hibris di conquista dei colonizzatori e giustificato una economia politica basata su estrattivismo e crescita senza fine, trasformando la società in una “macchina da soldi”. Qui vanno ricercate le cause profonde del collasso ecologico e delle ingiustizie sociali, poiché: “In un mondo interconnesso dal punto di vista ecologico la negazione dei diritti della natura si traduce nella negazione di diritti umani” [p.12].

Ma il pensiero di Shiva è tutt’altro che apocalittico. Il suo messaggio è che “possiamo scegliere” [p.153] tra la vera e la falsa conoscenza, tra la competizione e la cooperazione, tra la l’eterodirezione e l’autodeterminazione, tra l’oikonomia e la crematistica, per tornare ad Aristotele. Possiamo scegliere di organizzare la cooperazione sociale attorno ad “economie vive”, capaci di cura, compassione e accudimento, rigenerative, circolari, plurali… una “vera green economy”. Per riuscirci, però, è necessario cambiare la visione delle cose, scendere dalla presunzione di essere al vertice della piramide evolutiva, ricomporre le divisioni che ci hanno separato gli uni dagli altri e dalla natura. Shiva dice: “Le piante possono insegnarci visioni del mondo e valori che ci aiutano a vivere in armonia con la natura, le altre specie e noi” [p.156]. Lo chiama “pensiero vegetale” e ricorda il filosofo Michael Marder: “Solo rifiutandoci di riconoscere l’intelligenza con un’eccezione nell’ordine della vita e nel processo evolutivo, potremmo addentrarci nel terreno inesplorato del pensiero vegetale” [176]. Ad esempio, pensiamo all’intelligenza dei fungi micorrizici che ricercano e forniscono ciò di cui le piante hanno bisogno. Insomma, dovremmo imparare a riconoscere quella intelligenza ecologica superiore, emotiva, compassionevole e premurosa che tiene assieme la rete della vita.

Con questo libro Vandana Shiva ci offre un affresco completo nella sua lunga ricerca e ci sprona a guardare il mondo dal basso, da raso terra, lì dove la vita prende origine.