domenica 9 gennaio 2022

Lettera aperta del MIR al Presidente della Repubblica

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2022/01/lettera-aperta-del-mir-al-presidente-della-repubblica/

(Foto di Giorgio Mancuso)

Ill.mo Signor Presidente,

alla scadenza del suo mandato di Presidente, nel ringraziarla per quanto ha fatto per tenere unita la nazione nella fedeltà alla Costituzione, le scrivo per chiederle di fare un significativo gesto a favore della pace. Di quella pace invocata da Papa Francesco, da lei giustamente stimato, che richiede un «impegno collettivo concreto a favore del disarmo integrale», come ha scritto il Santo Padre nel messaggio inviato lo scorso 30 ottobre al Forum di Parigi sulla pace, col quale chiedeva alle autorità mondiali di cambiare il sistema «fondato sull’equilibrio delle dotazioni di armamenti», che ha portato ad accrescere le spese militari senza offrire garanzie di pace, sottraendo invece risorse alle reali necessità dell’umanità e della natura.

Su questa linea, 50 premi Nobel hanno fatto il mese scorso un appello per ridurre le spese militari del due per cento all’anno. Penso che la maggioranza della popolazione italiana e mondiale condivida questo appello. Presidente, unisca la sua voce a quella di chi per la pace cred
e sia da preferire la via della nonviolenza e del disarmo!

Ora che è al termine del suo mandato, dica sinceramente se ritiene giusto avere in Italia armi nucleari pronte a distruggere intere città considerate nemiche, con i loro abitanti, dai neonati agli anziani.

Abbiamo apprezzato le sue parole dette il 15 novembre a Siena, a proposito del dramma dei migranti bloccati tra Bielorussia e Polonia: «E’ sconcertante il divario tra i grandi principi proclamati e non tenere conto della fame e del freddo cui sono esposti esseri umani ai confini dell’UE». Analogamente credo che dovremmo tutti, a partire dal Presidente dell’Italia, provare sconcerto vedendo il divario tra il principio proclamato nell’articolo 11 della Costituzione «L’Italia ripudia la guerra» e la presenza di armi nucleari nelle basi militari di Aviano e di Ghedi. Questo sconcerto lo prova la maggioranza degli italiani, che, secondo un sondaggio, all’87% sono favorevoli all’adesione dell’Italia al TPNW (Trattato dell’ONU di messa al bando delle armi nucleari), votato da 122 stati il 7 luglio 2017 e entrato in vigore il 22 gennaio 2021.

L’umanità non può rischiare una guerra atomica; il suo solo inizio, anche per errore, sarebbe un’ecatombe. Così il Papa a Hiroshima ha ripetuto: «L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche». L’inerzia di fronte all’enormità delle tragedie che le armi atomiche possono causare, è una colpa grave di cui l’Italia, il suo popolo e le sue Istituzioni, non devono più continuare a macchiarsi. Oggi bisogna agire per rendere impossibile un tale crimine contro l’umanità.

Presidente, in occasione del primo anniversario dell’entrata in vigore del TPNW, il 22 gennaio, faccia un appello al Governo, come Presidente della Repubblica e come Presidente del Consiglio​ supremo della difesa (anche civile non armata), affinché l’Italia aderisca al Trattato e intanto partecipi come Stato osservatore alla prima conferenza degli Stati Parti del TPNW, che si terrà a Vienna nel prossimo mese di marzo.

Nel ringraziarLa per l’attenzione che vorrà riservare a questa richiesta, Le porgo un cordiale augurio di pace.

Ivrea, 6 gennaio 2022

Pierangelo Monti – Presidente del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione)

 

venerdì 7 gennaio 2022

Bibbia News: donne, Parola di Dio, segni dei tempi

Al via un percorso in tre serate

Dopo le ottime esperienze delle prime due edizioni ritorna “Bibbia news. Donne, parola di Dio e segni dei tempi”, la proposta di Presenza Donna per leggere insieme la Scrittura e il mondo che oggi abitiamo, all’insegna del confronto e della condivisione. L’iniziativa si svilupperà nell’arco di tre incontri, mercoledì 26 gennaio, 2 febbraio e 9 febbraio 2022, secondo una particolare modalità di approccio al testo biblico e all’ordinarietà di ciò che viviamo. Interpellate e interpellati dalla realtà, come credenti che in una mano tengono la Bibbia e nell’altra il giornale, per rimandare alla celebre immagine di Karl Barth.

Il percorso accosterà alcune figure profetiche alle notizie che vengono dai differenti mondi (politico, culturale, ecclesiale) nei quali siamo immersi. I profeti propongono una lettura di fede della situazione del loro tempo, confrontandosi con l’attualità e pertanto incontreremo il profeta Amos, che a fronte dell’ingiustizia sociale pone la domanda su quale denuncia fare per un cambiamento. Il profeta Osea, che anche rispetto all’amore liquido dei nostri tempi chiede la verifica di quale stabilità ci sia negli affetti. Il profeta Malachia, che in tempi che fanno percepire l’irruzione della fine, interroga su quale speranza ci resta.

Ad accompagnare la proposta saranno Donatella Mottin, direttrice del CDS Presenza Donna, e tre professionisti dell’informazione del settimanale diocesano La Voce dei Berici: il direttore Lauro Paoletto e giornalisti Marta Randon e Andrea Frison. La conduzione delle serate è invece affidata al teologo don Dario Vivian.
Gli incontri si terranno tutti presso il Centro Culturale San Paolo (Viale Ferrarin 30, Vicenza) dalle 20.30 alle 22.00.


È possibile partecipare a una singola serata o all’intero percorso, ma i posti sono limitati e la prenotazione obbligatoria tramite e-mail a info@presdonna.it o messaggio WhatsApp al 371 4993198, comunicando il proprio nome e un contatto telefonico. Per partecipare è necessario il possesso del Green pass in osservanza alle norme anti Covid-19 in vigore. Il percorso è proposto dall’associazione Presenza Donna, in collaborazione con La Voce dei Berici e il Centro Culturale San Paolo, ed è realizzato con il contributo del progetto 8xmille della chiesa cattolica. Nella locandina qui sotto e in allegato, che vi invitiamo a diffondere, potete trovare il programma completo.

 

 

Associazione Presenza Donna
Centro Documentazione e Studi

 

mercoledì 5 gennaio 2022

Appello di Greenpeace, Wwf e Legambiente: posizione chiara sulla tassonomia Ue

dalla pagina https://ilmanifesto.it/litalia-batta-un-colpo-cingolani-esca-dal-fossile/

L’Italia non ha ancora preso posizione sull’inclusione di nucleare e gas nella nuova tassonomia verde europea, che garantirebbe l’accesso ai finanziamenti pubblici e privati per la transizione ecologica, così ieri le tre principali associazioni ambientaliste – Greenpeace, Legambiente e Wwf – sono tornare a bussare alla porta di Roberto Cingolani. «Invece di continuare ad alimentare un dibattito sterile sul nucleare, una tecnologia di produzione di energia superata dalla storia, sarebbe auspicabile che il ministro della Transizione Ecologica e tutto il governo si facessero portavoce di una posizione chiara e avanzata, che non ceda alle lobby del gas fossile e del nucleare, così come hanno fatto altri governi» si legge nell’appello.

Le associazioni ricordano che «da mesi è in corso in Italia un dibattito surreale sul cosiddetto nucleare di quarta generazione, favoleggiato da decenni senza nessuna reale novità tecnologica, e sui piccoli reattori modulari, ancora in fase sperimentale». Un dibattito mosso da dichiarazioni «inopportune» del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, indicato dal Movimento 5 Stelle nel governo Draghi. Dichiarazioni «che hanno distolto l’attenzione sulle tecnologie che usano le fonti rinnovabili già a disposizione sul mercato, che sono in grado di produrre elettricità a costi di gran lunga inferiori senza emettere anidride carbonica, né produrre scorie radioattive o aumentare i rischi di incidenti catastrofici».

In Italia ci sono stati due referendum contro il nucleare, nel 1987 e nel 2011, e siccome questo strumento serve solo per abrogare norme non ha senso annunciare un referendum per il nuclare, come ha fatto la Lega. Le associazione ambientaliste nell’appello ricordano al governo che i reattori di quarta generazione, al centro di programmi di ricerca in corso da 20 anni senza grandi risultati, sono del tutto fuori gioco rispetto alla data di riferimento del 2030, quando l’Italia dovrà aver tagliato del 55% delle emissioni di gas climalteranti (rispetto ai livelli del 1990). «Al netto di tutti i problemi irrisolti legati alla produzione di energia dall’atomo con la costruzione di centrali nucleari di terza generazione, l’unica attualmente disponibile (la sicurezza delle centrali, lo smaltimento definitivo delle scorie, il decomissioning degli impianti chiusi, il costo di produzione per kilowattora), investire in questa forma di produzione di energia sarebbe una scelta assolutamente contraddittoria con l’urgenza di ridurre le emissioni per contenere il riscaldamento globale a 1,5°C» sottolineano le associazioni.

In Europa, ormai, il peso del nucleare è caduto dal 17% al 10% dei soli impieghi elettrici, mentre i nuovi reattori di terza generazione faticano a vedere la luce nei paesi in cui sono in costruzione: l’esempio più indicativo è quello della centrale Flamanville 3, in Francia, che avrebbe dovuto entrare in funziona nel 2012 e forse lo farà nel 2022. Sul fronte dei costi della bolletta, puntare sul nucleare sarebbe un vero suicidio: secondo il World Nuclear Industry Status Report, nel 2020 produrre 1 kilowattora (kWh) di elettricità con il fotovoltaico è costato in media nel mondo 3,7 centesimi di dollaro, con l’eolico 4, con nuovi impianti nucleari 16,3.
«Spero vivamente che il nostro governo, che si definisce ambientalista, si esprima finalmente in modo chiaro contro questo imbroglio. L’esecutivo prenda spunto dalle posizioni avanzate già espresse da alcuni governi, come quello spagnolo, austriaco o lussemburghese, o come quella del ministro verde tedesco dell’Economia e del Clima Habeck, piuttosto che allinearsi agli interessi del blocco di Stati guidato dalla Francia e delle lobby di fossili e atomo» ha detto Rossella Muroni, deputata della componente del gruppo Misto FacciamoEco.

Apre invece al nucleare Italia Viva: secondo il presidente, Ettore Rosato, sui temi legati all’energia occorre «eliminare la demagogia». Tenta un’analisi più approfondita Salvini, ingegnere ambientale un tanto al chilo: «Bene l’Europa che vuole inserire gas e nucleare tra le energie pulite. È l’unico modo, anche per l’Italia, per limitare le emissioni da carbone e ottenere bollette meno care per famiglie e imprese» dice il leader della Lega.

_______________________________

 

dalla pagina https://comune-info.net/verde-nucleare/

Verde nucleare

Salvatore Palidda 

La Commissione europea si appresta a classificare il nucleare come energia verde. Nello stesso tempo definirà il gas “energia di transizione”, a seguito dei negoziati con Francia e Germania. Certo, il parco dei reattori francesi è vecchio e ad alto rischio e lo smaltimento delle scorie radioattive resta un problema ma, dice l’Europa, tutto sommato sono quisquilie  

Nel Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, i capi di Stato e dei governi europei avevano fatto pressione sulla Commissione per decidere, a fine novembre, della sorte che si sarebbe riservata al nucleare e al gas nella tassonomia, cioè nella classificazione delle attività economiche in funzione delle loro emissioni di CO2 e delle loro conseguenze sull’ambiente. Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo comunitario, aveva promesso che sarebbe stata cosa fatta prima del successivo incontro del 16 dicembre. Invece non è stato così; Angela Merkel, che aveva gestito il dossier dopo che i Ventisette l’hanno criticata non ha smesso di rimandare il suo arbitraggio, e ormai si deve aspettare gennaio. Se tutto va come previsto, la Commissione presenterà il suo progetto il 18 gennaio.

Ricordiamo che i paesi europei hanno deciso il raggiungimento dalla neutralità carbone nel 2050, mentre la dipendenza dal gas russo inquieta e i prezzi dell’energia esplodono; si tratta di una posta in gioco cruciale.

«Noi siamo assai vicini alla finalizzazione del nostro lavoro sulla tassonomia, che includerà sia il gas che il nucleare», ha detto il commissario al mercato interno, Thierry Breton, in una intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il 17 dicembre. A grandi linee, «l’arbitraggio politico è concluso», abbonda un diplomatico. Sembra, in effetti, acquisito che l’atomo sarà considerato come una energia verde e il gas come energia di transizione. Ma a certe condizioni, che, restano ancora a precisare e che si apparentano a un vero e proprio rompicapo cinese per Ursula von der Leyen.

Un affare strategico per la Francia

Come scrive Le Monde il 9 novembre 2021, il presidente Macron ha precisato la finalità della sua transizione energetica annunciando la decisa volontà di rilanciare il programma nucleare francese, facendone anche uno dei punti chiave per la sua rielezione a presidente della Francia. Questo paese vanta di essere il paese europeo più de-carbonizzato d’Europa poiché ha 56 centrali nucleari e 70 per cento d’elettricità è d’origine nucleare. Secondo la sua concezione di energia verde, che è la stessa che prevale in tutti i governi europei, il nucleare sarebbe per eccellenza energia verde (SIC!). E questo nonostante il parco dei reattori francesi sia assai vecchio e ad alto rischio, rischio che ovviamente riguarda anche tutta l’Europa. Si tratta infatti di centrali costruite fra il ‘70 e il ‘90, il secondo parco nucleare del mondo dopo quello degli Stati-Uniti, ma con un’età media di trentasei anni. I rischi di incidenti, cioè di esplosioni e fuoruscite di radioattività sono sempre più alti nonostante le autorità francesi li minimizzano e cercano sempre di occultarli come uno dei più importanti segreti di stato. Ricordiamo anche che l’annoso e irrisolvibile problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali diventa gravissimo per la Francai e per tutta l’Europa (e persino per l’Italia dove non ci facciamo mancare anche lo scandalo Sogin). E poiché quasi tutte le centrali francesi dovranno essere chiuse prima della metà di questo secolo, Macron ne propone appunto un rinnovo e rilancio che vorrebbe essere anche modello trainante per tutta l’Europa. Ricordiamo fra l’altro che la Francia non ha mai cessato di accumulare uranio facendo ricorso anche al traffico di quello estratto persino da ragazzini al soldo di criminali in Congo e altrove, non lesinando i suoi interventi militari neocoloniali nell’Africa subsahariana come in Libia a caccia delle cosiddette “terre rare” – fra cui l’uranio – in concorrenza con l’Italia e altri paesi. L’opera di madame Anne Lauvergeon, chiamata madame Areva (la società del nucleare creata da Mitterrand nel 2001) è stata ed è ancora scandalosamente impressionante (questa Madame già nel 2009 si vantava che la France era diventata il primo produttore mondiale di uranio e di averne accumulato abbastanza da poter costruire almeno 250 nuove centrali nucleari per … tutta l’Europa).

Ecco quindi perché la Francia è il paese che ha fatto più pressioni sulla Commissione europea per sancire il principio che “il nucleare è energia verde”. Ed ecco anche la solerzia di Macron nel firmare il nuovo trattato con l’Italia, cioè con Draghi e Cingolani che sono ferventi sostenitori di tale “energia verde” come tutti parlamentari (Pd in testa, tranne forse qualche decina) e quindi potenziali partner del nucleare francese classificato come verde per tutta l’Europa.

La Germania rosa-verde-arancione ci salverà dal nucleare «verde»?

Per evitare il conflitto con la Francia ma anche dentro la sua coalizione di governo con i verdi, Olaf Scholz, che ha da poco preso il posto della Merkel, ha detto che “la tassonomia è un argomento piccolissimo” (alla conferenza stampa congiunta con Emmanuel Macron, dopo il Consiglio europeo del 16 dicembre). Ma la Germania ha scelto di uscire dal nucleare e Olaf Scholz rischia perché i Verdi sono contro il nucleare e anche contro il gas. La Spd – il partito di Olaf Scholz – dice che si può vivere di gas, ma che è molto contraria all’atomo … Durante la riunione del consiglio del 16 dicembre Olaf Scholz è stato molto fermo sul suo rifiuto di includere l’energia nucleare nella tassonomia. Per soddisfare la sua maggioranza Olaf Scholz vuole che la parola transizione sia in qualche modo collegata al nucleare nel senso di definire il nucleare energia di transizione riferendosi agli impianti di terza generazione che sono una tecnologia di transizione. Così suggeriscono alcuni euroburocrati. Ma resta da stabilire sino a quando gli investimenti in questo tipo di impianto saranno ammissibili: per alcuni il 2040, per i francesi il 2050 che è la scadenza entro la quale l’Unione Europea s’è impegnata per la neutralità carbonio. La Commissione sta anche cercando di regolamentare la questione del trattamento delle scorie nucleari. I francesi dicono di riciclare già parte delle scorie nucleari presso l’impianto di La Hague. Ma resta alto il dubbio sulla possibilità di uno smaltimento effettivo ed efficace. Intanto il gas è definito «energia di transizione» e «rimpiazzo del carbone nel rispetto di certe norme tecniche». Si tratta quindi di definire, per le centrali, una soglia massima d’emissioni di CO2 e un numero massimo di ore d’attività e anche a cominciare da quando il gas non sarà più usato.

Un compromesso difficile

Oltre al dibattito in seno al governo tedesco e fra questo e gli altri, la classificazione del gas come energia di transizione suscita l’ostilità di diversi Stati membri dell’UE, in particolare fra i paesi dell’Europa dell’Est, Polonia e Ungheria in testa, perché pensano di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas e vorrebbero un’Europa meno dipendente dal gas russo.

Ecco perché il compromesso appare molto difficile e la celebre promessa del Green Deal da parte di Ursula von der Leyen, quando si insediò come presidente della Commissione, sembra quasi del tutto scomparsa. Sicuramente la Germania voterà contro il testo che la Commissione presenterà il 18 gennaio e lo stesso faranno l’Austria e il Lussemburgo. Ma «l’idea è che Berlino avrà quantomeno implicitamente validato la copia di Bruxelles. In altre parole Berlino continuerà a sostenere Ursula von der Leyen e la coalizione non sarà in pericolo».

 

martedì 4 gennaio 2022

Il mercato del lavoro non funziona. Ma non ditelo a Confindustria

dalla pagina Il mercato del lavoro non funziona. Ma non ditelo a Confindustria (altreconomia.it) 

L’Italia ha un basso numero di occupati (circa 27 milioni, incluso il “nero”), un infimo livello delle retribuzioni e una profonda disparità salariale tra donne e uomini. Eppure ci si racconta che il “problema” è la mancanza di lavoratori disposti a faticare. Che cosa fare per migliorare le condizioni reali della popolazione? L’analisi di Alessandro Volpi

© Umit Yildirim - Unsplash

Secondo gli ultimi dati dell’Inps, in Italia le persone che lavorano sono 23 milioni. Se anche si aggiungono i 3,5 milioni di lavoratori in nero, si arriva a poco meno di 27 milioni, ben 7 milioni in meno della Francia che ha un numero di abitanti non distante da quello del nostro Paese. Dietro questi numeri si pone uno dei problemi principali del contesto italiano. Non basta che cresca il Pil: se non si amplia il numero dei lavoratori e le loro retribuzioni -due elementi decisamente connessi tra loro- le condizioni reali della popolazione non miglioreranno.

Soprattutto non saranno sostenibili il sistema pensionistico e neppure quello del welfare che, peraltro, dovrà far fronte a una spesa crescente per gli ammortizzatori sociali. Alla luce di ciò, è evidente che l’attuale mercato del lavoro, frammentato, spesso de-contrattualizzato e con livelli retributivi molto bassi non funziona.

A questo dato se ne aggiunge un altro. Nel nostro Paese nonostante 2,3 milioni di disoccupati e un vero e proprio esercito di inoccupati, secondo le stime dell’Istat ci sarebbero 400mila posti di lavoro che non trovano profili professionali adeguati. Un simile tema merita, tuttavia, qualche considerazione in più, al di là del fin troppo ostentato stupore e delle lamentele “confindustriali”. In primo luogo, bisognerebbe legare, in tali statistiche, il posto da coprire alle condizioni salariali e contrattuali, alle sue localizzazioni geografiche e al sistema dei collegamenti infrastrutturali da utilizzare per raggiungerlo; dati che invece, spesso, non vengono riportati ma, al contrario, ritenuti irrilevanti. Esiste però un elemento ancora più decisivo. È ovvio infatti che la difficoltà ad avere profili qualificati dipende in larga parte da un mercato del lavoro dominato dal precariato, da contratti di brevissima durata, spesso non rinnovati, che lasciano i lavoratori in una condizione di costante incertezza. A lungo ha prevalso l’idea secondo cui era meglio qualunque lavoro piuttosto che nessun lavoro, ma questo ha finito per generare una dequalificazione e un demansionamento destinato a provocare poi la mancanza di lavoratori con adeguate competenze. In quest’ambito, la formazione è altrettanto di frequente uno strumento indefinito e indefinibile, non facilitata da un sistema universitario e da realtà associative che non hanno risorse e visione necessarie. Dunque la retorica costruita sulla mancanza di lavoratori disponibili a lavorare andrebbe largamente rivista.

Come già accennato in apertura, in Italia su circa 37 milioni di persone in età da lavoro, gli occupati con continuità sono solo 23 milioni. I cassaintegrati, i titolari di Naspi e di reddito di cittadinanza sono 5 milioni e i Neet, le persone che non lavorano e non studiano sono 2,1 milioni. È evidente che un Paese con una base di occupati così esigua e con un numero di sussidiati così ampio è estremamente fragile in termini sociali; occorre quindi davvero tornare a legare indissolubilmente cittadinanza e lavoro a partire da una sua vera riqualificazione.

L’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche ha preparato un rapporto su “Gender policies” da cui emerge che nei mesi successivi alla pandemia il 49,6% dei contratti delle donne è a tempo parziale contro il 26,6% degli uomini. Lo stesso rapporto sostiene che uno strumento per ridurre tale divario sarebbe quello del salario minimo, date le più basse retribuzioni femminili. Nel caso italiano, secondo l’Istituto, con un salario minimo di 9 euro l’ora, il 16,5% degli uomini impiegati avrebbe un adeguamento contro il 23,3% delle donne. Certo, bisognerebbe aggiungere che è indispensabile una più regolare contrattualizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Solo per citare un dato, eclatante, con il “superbonus” si sono iscritte alle Camere di commercio ben 11mila nuove società edili, gran parte delle quali non applica il contratto dell’edilizia, ma contratti ben più convenienti e magari con “costi” più bassi sulla sicurezza. È chiaro che un mutamento normativo, finalizzato a valorizzare il lavoro e non solo a cercare di crearlo ad ogni costo, sarebbe necessario. Forse sarebbe necessario, in primis, un Parlamento, ma così stiamo davvero chiedendo troppo.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

 

domenica 2 gennaio 2022

Il Papa: in un mondo lacerato dalle violenze, rimboccarsi le maniche e costruire la pace

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2022-01/papa-francesco-angelus-1-gennaio-2022.html

Francesco nel primo Angelus del 2022 per la solennità della Madre di Dio: “Guardando a Maria con in braccio suo Figlio, penso alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati”. L’appello per la Giornata Mondiale della Pace: “Il perdono spegne il fuoco dell’odio. Andiamo a casa pensando: pace, pace, pace!”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Rimboccarsi le maniche per “costruire la pace” e divenire così “artigiani di fraternità” in un mondo “lacerato da guerre e violenze”, in “tempi incerti e difficili a causa della pandemia” e in mezzo a tanti uomini e tante donne “intimoriti dal futuro e appesantiti da situazioni sociali, da problemi personali, dai pericoli che provengono dalla crisi ecologica, da ingiustizie e da squilibri economici planetari”. Nel primo Angelus del 2022, per la Solennità della Madre di Dio, Francesco dalla finestra del Palazzo Apostolico offre un'indicazione chiara per questo nuovo anno appena iniziato. [...]

continua


La fine del mondo allo specchio

dalla pagina https://jacobinitalia.it/la-fine-del-mondo-allo-specchio/

Lorenzo Zamponi 30 Dicembre 2021

«Don't look up» riflette il dibattito sulla scienza di questi anni. Ma la lezione più importante riguarda il capitalismo e la sua presa mortale su media e politica: è questa la vera minaccia per l’umanità. Le reazioni di questi giorni gli danno ragione

«Un gigantesco meteorite sta per colpire la Terra, moriremo tutti, ma non frega niente a nessuno. Questa è la premessa. Gli scienziati sono sempre più arrabbiati e urlano in tv ‘Moriremo tutti!’. E su internet li odiano perché continuano a dire questa cosa. E poi alla fine un’azienda scopre che il meteorite ha dei minerali di valore al suo interno. E allora vogliono che davvero colpisca la Terra!».

Così si chiudeva, due anni fa, l’intervista di Jacobin al regista Adam McKay, tradotta per il numero 5 di Jacobin Italia. Quel film è uscito nei cinema di tutto il mondo poche settimane fa, e oggi è in cima alla classifica globale di Netflix. Don’t look up, pensato come metafora della reazione del mondo di fronte all’emergenza climatica, parla di scienza, politica, media e capitalismo, e non poteva che far discutere dopo due anni di pandemia e le fratture profonde prodotte proprio dalla combinazione tra questi elementi nelle nostre società. Ed è proprio quella sul ruolo perverso del capitalismo nel rendere totalmente tossiche, e in ultima istanza dannose per la vita stessa dell’umanità, la politica, i media, e anche la scienza, la riflessione più importante che esce dal film. Il dibattito scatenatosi in questi giorni, purtroppo, lo conferma: quella che vediamo sullo schermo è la nostra realtà, riflessa da uno specchio che non la distorce se non in minimi dettagli.

Don’t look up è una parodia tragicomica del genere disaster, di film come Deep Impact, Armageddon, 2012 o The Day After Tomorrow, in cui catastrofi più o meno naturali minacciano l’umanità, non a caso di gran moda negli anni Novanta e Duemila, dopo la fine della Guerra Fredda, quando Hollywood cercava nuovi antagonisti per l’egemonia americana globale. Un tentativo ambizioso, da parte di McKay, di combinare le due parti della sua carriera: quella comico-demenziale di autore televisivo al Saturday Night Live e regista di commedie di culto con Will Ferrell come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e quella di filmmaker impegnato in progetti come La grande scommessa, sulla crisi finanziaria del 2008, e Vice, biografia dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney, che gli hanno fruttato cinque nomination all’Oscar, per non parlare di Succession, serie tv HBO da lui prodotta, che ritrae con sguardo spietato l’élite globale dei super-ricchi. Ambizioso anche nella scala: un film da 75 milioni di dollari, prodotto dallo stesso McKay, e infarcito di star, da Leonardo Di Caprio a Meryl Streep, da Jennifer Lawrence a Cate Blanchett, da Timothée Chalamet ad Ariana Grande. Un affollamento che forse non aiuta la tenuta del film: tanti temi, tante star, tanti registri diversi, dal sentimentale al grottesco passando per la commedia, forse in totale troppa roba tutta insieme perché la narrazione risulti lineare e non straniante a un pubblico educato alla perfetta sequenzialità disneyana dei film Marvel. Ma avrebbe senso un film come questo, così radicato nei drammi fondamentali della nostra epoca, e così grottescamente e paradossalmente realistico, senza un certo straniamento dello spettatore?

Il tema della scienza e dei suoi oppositori è al centro del film fin dalla premessa: cosa succederebbe se, nella scena iniziale di ogni disaster movie, gli scienziati autori di una scoperta terribile si trovassero di fronte, alla Casa Bianca, una presidente ossessionata dai sondaggi e priva di qualunque scrupolo nell’ingannare la sua base ultraconservatrice? Pur trattandosi di una storia scritta prima della pandemia, è difficile non vedere riflesse sullo schermo le battaglie negazioniste delle destre di Trump e Bolsonaro sul Covid-19, dietro allo slogan «Don’t look up!» («Non guardare in alto») lanciato dalla presidente quando la cometa destinata a colpire la Terra risulta visibile a occhio nudo. La tendenza diffusa delle destre più reazionarie a costruire violente campagne propagandistiche antiscientifiche per distogliere l’attenzione da realtà concrete e pericolosissime come la pandemia da Covid-19 e l’emergenza climatica è un tema centrale del film, che darebbe spesso la sensazione di calcare troppo la mano sugli aspetti parossistici e grotteschi della vicenda, se non si trattasse di scene che abbiamo visto tutti e tutte con i nostri occhi in questi anni.

Ma letture alla Idiocracy reggono poco. L’idea che la battaglia del nostro tempo sia quella tra la scienza «peer-reviewed», come ripetono spesso i protagonisti, e un popolo di zoticoni ignoranti che non accetta le verità ufficiali, è una lettura, per quanto diffusa tra i commentatori liberal anche in Italia, piuttosto superficiale di Don’t look up. Nel film la scienza è tutt’altro che una pura verità intoccabile difesa da scienziati-sacerdoti incorruttibili ed elitari, alla Roberto Burioni: dalle contraddizioni tra popolarità televisiva e rigore della ricerca ai tentativi di cooptazione da parte della politica, fino all’implicita ma evidente corruzione da parte di Big Tech, la vicenda è costellata di episodi che invitano a riflettere sulla scienza come campo soggetto a forze diverse e attraversato da violenti conflitti. Tanto che la stessa giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence, pur rappresentando nella vicenda la scienza «peer-reviewed», finisce accusata di complottismo dalle stesse narrazioni ufficiali. A sabotare le soluzioni proposte dai protagonisti per salvare il pianeta, del resto, non è l’ignoranza delle persone, o la loro incapacità di accedere alla scienza «peer-reviewed», ma, molto banalmente, il capitalismo. Nella distopia reale di Don’t look up, come in quella in cui viviamo, il vero problema della ricerca scientifica è chi la manovra e chi la finanzia, vedi Great Barrington Declaration, negazionismo climatico e molte altre questioni di cui ci siamo già occupati.

Le armi decisive contro ogni tentativo di prendere seriamente l’emergenza, in Don’t look up, sono la politica, con la sua capacità di dividere le persone in guerre culturali prive di contatto con la realtà concreta e materiale, e i media, che cavalcano queste guerre culturali per costruire nicchie di consumo da nutrire e mobilitare in un chiacchiericcio senza costrutto. Ma il supervillain del film non è la presidente trumpiana interpretata da Meryl Streep, né i due host televisivi rappresentati da Tyler Perry e Cate Blanchett: il vero antagonista è chi finanzia, compra e, in ultima istanza, manovra politica e media, e cioè il capitale, incarnato da un multimiliardario delle telecomunicazioni con l’aria da guru interpretato da Mark Rylance, una specie di somma vettoriale tra Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Gli interessi economici di Big Tech sovrastano tutto e tutto manovrano, compresa la scienza, in parte asservita, per amore o per forza, a quegli stessi interessi. Del resto, se la cometa rappresenta l’emergenza climatica, chi più dei miliardari della Silicon Valley sta investendo sulla creazione di fantasmagoriche soluzioni tecnologiche che le permettano di continuare a inquinare e fare profitti, invece di affrontare le contraddizioni del capitalismo fossile? A sconvolgere continuamente la giovane dottoranda interpretata da Jennifer Lawrence non è l’ignoranza degli americani o la loro presunta stupidità, ma l’arroganza meschina del potere. A tormentarla fino alla fine è il ricordo del generale che, durante una lunga attesa alla Casa Bianca, ha chiesto dei soldi per portare degli snack in realtà disponibili gratuitamente: pura espressione di potere e del modo gretto e miope con cui viene esercitato. Gli stupidi ignoranti che mettono in pericolo la vita sulla Terra sono i membri dell’élite, di cui la stessa dottoranda dirà: “Non sono abbastanza intelligenti per essere cattivi”.

Nel film, come nella distopia reale in cui viviamo, è il capitalismo a minacciare la vita sulla Terra, con una forza d’impatto su media, politica e scienza che ricorda, più che Burioni o l’élite liberal, il pessimismo critico di Noam Chomsky, o, più classicamente, il marxismo. Adam McKay, del resto, è un socialista convinto, militante dei Democratic Socialists of America e sostenitore di Bernie Sanders, così come il coautore della sceneggiatura è David Sirota, giornalista investigativo, firma di Jacobin e tra i più stretti collaboratori di Sanders durante la campagna presidenziale del 2020. Più che un’allegoria hanno firmato una rappresentazione grottescamente speculare della realtà in cui viviamo. Chiedersi se convincerà o meno il pubblico a fare qualcosa rispetto all’emergenza climatica ha senso fino a un certo punto: se parlasse anche solo a uno zoomer disincantato come quello interpretato da Chalamet, convincendolo a scambiare il cinismo con l’azione, avrebbe fatto molto più del dovuto. Nel frattempo, ha messo in scena una distopia talmente identica al nostro mondo che è difficile non risultarne inquietati. 

Il quadro spietato del ruolo tossico dei media che Don’t look up tratteggia, oltre che l’ostilità che McKay con Vice e Sirota con il suo lavoro per Sanders si sono attirati nel commentariato liberal, spiegano in parte le critiche raccolte dal film negli Stati uniti e altrove, nonostante il successo di pubblico. E del resto il dibattito scatenatosi in questi giorni conferma in gran parte la diagnosi del film: tra chi liquida il film come fazioso, chi si concentra su dettagli insignificanti come la pettinatura di Di Caprio, chi si sdilinquisce per Ariana Grande senza dedicare un attimo al resto, chi tuona contro le star hollywoodiane che si permettono di farci la morale, chi dice che è troppo arrogante e non convincerà nessuno, le reazioni social sono molto simili a quelle che vediamo nel film stesso. Nella realtà come nella narrazione cinematografica, meccanismi politici e mediatici strutturalmente costruiti per segmentare la popolazione in nicchie culturali autoreferenziali che si concentrano su aspetti totalmente marginali della realtà impediscono alle persone di fare i conti con la realtà stessa, anche quando ha la forma di una gigantesca cometa diretta verso il nostro pianeta. 

Anche di fronte al film che ci racconta questo, reagiamo riproponendo in maniera pavloviana ciò che la nostra bolla si aspetta, o ciò che ci distingue, o ciò che tira acqua al mulino di una o dell’altra delle nicchie della guerra culturale del ventunesimo secolo, cercando in Don’t look up una conferma o meno del nostro posizionamento rispetto alla gestione della pandemia, ai vaccini, alla politica americana, al populismo, o al ruolo di Netflix nell’industria dell’intrattenimento. E, come i personaggi del film, ignoriamo il punto, cioè la gigantesca cometa che si sta fiondando verso di noi. Il capitalismo mette a rischio la nostra vita, come persone e come specie. Il giorno in cui decideremo di guardare in alto e prendere atto di questa semplice realtà non sarà mai troppo presto.

*Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

 

 

lunedì 27 dicembre 2021

Vicenza, sabato 1º gennaio 2022, 13º Cammino diocesano di Pace

Parole e Passi di Pace, sabato 1º Gennaio 2022 

Il Cammino di Pace 2022 torna in presenza, dopo l’esperienza on line del 1 Gennaio 2021. 

Ci troveremo presso la Chiesa di San Lorenzo alle ore 15.00 per un primo momento di riflessione biblica mentre alle 16.15 il secondo momento si terrà presso la Chiesa Cattedrale. Non ci saranno manifestazioni e cortei pubblici all'aperto in quanto espressamente vietati in questo periodo. Nel caso fossero promulgate nuove normative più restrittive cercheremo di informare il più presto possibile gli eventuali necessari cambiamenti di programma, in modo da poter proporre e vivere al megli l’esperienza del camminodi  Pace.

La tappa in Cattedrale sarà trasmessa in diretta da Radio Oreb.

don Matteo Zorzanello


martedì 21 dicembre 2021

Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale Della Pace 2022

dalla pagina https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/20211208-messaggio-55giornatamondiale-pace2022.html

 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO

PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2022

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

 

1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, [1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021


Francesco

________________________________

 

[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.

[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49 .

[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.

[5] Ibid., 199.

[6] Ibid., 179.

[7] Cfr ibid., 180.

[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.

[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.

[10] Cfr ibid., 163; 202.

[11] Cfr ibid., 139.

[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.

[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).

[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.

[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).

[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).

[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.

[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.

 

 

lunedì 20 dicembre 2021

Come evitare lo scontro tra operai e ambientalisti

dalla pagina https://ilmanifesto.it/come-evitare-lo-scontro-tra-operai-e-ambientalisti/ 

Transizione ecologica. Un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani


Una reale transizione ecologica, ha ragione sul piano teorico Guido Viale, si può realizzare solo attraverso il coinvolgimento di tutta la società. Ma, ci domandiamo, perché la maggioranza dei cittadini dovrebbe farsi coinvolgere se questo richiede dei sacrifici, in termini di comodità, sobrietà, cambiamenti radicali negli stili di vita? Rinunciare a stare in pieno inverno con la t-shirt in casa, o tenere accesso tutto il giorno il climatizzatore nelle torride giornate estive. Perché dovrei farlo proprio io, e che cosa cambia se i miei consumi energetici o alimentari (a base di carne) diminuiscono, dato che rappresentano una quota assolutamente infinitesimale dell’impatto ambientale globale. Ma, ammettiamo pure che questo accada, che la stragrande maggioranza dei cittadini cambi stile di vita, quali ripercussioni avrà sulla crescita economica, sull’occupazione?

Partiamo da un fatto: la società dello spreco è funzionale alla crescita del Pil, ma rema contro la conversione ecologica. La società dell’obsolescenza programmata per i beni di consumo non alimentari è funzionale alla crescita economica, ma è assolutamente contro la conversione ecologica. Se, ad esempio il nostro frigorifero durasse (come avveniva fino agli anni ’70) mediamente 30-40 anni, o la nostra lavatrice/lavapiatti durasse vent’anni e non 5-8 di oggi, le imprese che lavorano in questo settore subirebbero un crollo della domanda, i lavoratori messi in cassa integrazione diventerebbero nemici della conversione ecologica se non avessero delle alternative.

Ugualmente nella filiera della plastica, dove il governo italiano, grazie anche a Renzi, si è opposto a una messa al bando dei prodotti monouso di plastica. Pensiamo solo all’industria legata all’auto tradizionale con motore a scoppio. Con il passaggio all’auto elettrica, ormai inevitabile, solo in Italia secondo stime attendibili salterebbero intorno a 170mila posti di lavoro. Non è un caso che Confindustria e sindacati dei lavoratori abbiano insieme protestato e chiesto che l’impegno preso dall’Italia per l’eliminazione delle auto tradizionali che usano combustibili fossili venga procrastinato.

Se non vogliamo un ritorno allo scontro tra classe operaia e movimenti ecologisti, come è avvenuto più volte in passato, dobbiamo immaginare un intervento pubblico che promuova una domanda alternativa. Questo significa che il governo dovrebbe avere una strategia di medio-lungo periodo, con un quadro complessivo dei settori che devono essere ristrutturati per ridurre il nostro impatto ambientale, i nuovi settori che devono essere promossi e hanno bisogno di una domanda pubblica iniziale, e infine un cronoprogramma che dichiari tempi e modalità di realizzazione. Ovviamente oggi di tutto questo non c’è niente. Si procede a tentoni e si pensa di utilizzare le risorse finanziarie del Pnrr per rilanciare le strutture economiche esistenti o ampliarle, a partire dalle infrastrutture per l’alta velocità.

Richiedere un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani. Se Keynes negli anni ’30 del secolo scorso aveva rovesciato l’approccio classico che affidava all’offerta, e quindi alle imprese private, il compito di trovare l’equilibrio macroeconomico, oggi non è più sufficiente una generica politica della domanda per tendere alla piena occupazione.

La crisi ecologica ci impone di qualificare questa domanda pubblica orientandola verso settori ad alto valore aggiunto e basso impatto ambientale. Un importante ruolo potranno giocare gli investimenti nella cura del territorio, nella ricerca teorica e applicata, nell’economia circolare, nei materiali ecosostenibili, nella cultura (questa reietta, ultima ruota del carro di tutti i governi), nell’elevare il livello medio di istruzione, nella telemedicina, nella sanità territorializzata, ecc.

Un grande sforzo andrà fatto per trasformare l’agro-industria e zootecnia, dove gli allevamenti intensivi andranno aboliti, senza fare aumentare sensibilmente il costo degli alimenti. Per questo non si può lasciare che il libero gioco della domanda e dell’offerta trovi un nuovo equilibrio, ma trasformare la struttura del mercato agro-alimentare con un ridimensionamento del ruolo della grande distribuzione a favore di filiere corte e un’alleanza, che già esiste in tanti rivoli territoriali, tra consumatori e aziende agricole.

La transizione ecologica se presa sul serio è una sfida gigantesca che non può essere gestita da nani, ma richiede la presa di coscienza della maggioranza della popolazione insieme a un governo che faccia una scelta coraggiosa e coerente in questa direzione.