sabato 12 settembre 2020

Un orientamento per il voto referendario

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/un-orientamento-per-il-voto-referendario/

Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari: il contributo del Movimento Nonviolento.

Il referendum impone una scelta secca: o sì, o no. Non ci sono le mezze misure, i distinguo, le sfumature. La decisione cui siamo chiamati riguarda solo il numero, non la qualità, non le mansioni, non il modo di eleggere deputati e senatori. Se vuoi tagliarne circa un terzo, voti Sì; se vuoi mantenere il numero stabilito dalla Costituzione, voti No. O 945 parlamentari, o solo 600.

Noi abbiamo un’idea più complessa e articolata della politica, della rappresentanza, delle funzioni istituzionali, del rapporto tra elettori ed eletti. Ci piacerebbe discutere di questo nella campagna referendaria, ma la proposta di riforma costituzionale si è concentrata solo sul taglio lineare e numerico dei parlamentari, per ridurne i costi, per snellire le camere, per sveltire i processi legislativi. Una concessione ad un diffuso sentimento antipolitico “contro la casta”.

I principi costituzionali che riguardano l’ordinamento della Repubblica (articoli 55-69) a noi paiono ancora validi, anche nel rapporto numerico elettori-eletti stabilito. Sappiamo che la democrazia è sempre perfettibile, e che molti sono i limiti che vanno superati. Per orientarci in questo dibattito, ci piace richiamare le idee-cardine del pensiero nonviolento di Aldo Capitini sui temi della democrazia, del potere di tutti, dell’omnicrazia, che costituiscono ancor oggi un riferimento fondamentale, un orizzonte ampio di ispirazione.

La necessità di un rinnovamento era già presente in Capitini: “C’è un’esigenza reale e diffusa di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani di pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi“. Questa tensione, naturalmente, porta ad una sensibilità estrema alla questione delle minoranze: “La democrazia attuale attribuisce alla maggioranza un potere che qualche volta è eccessivo rispetto ai diritti delle minoranze“.

Un allargamento del potere dai pochi ai molti, e poi a tutti, è decisivo nel pensiero capitiniano, nella sua idea di ampliare la democrazia, fino a trasformarla in omnicrazia, potere di tutti, appunto: “L’omnicrazia progredisce tutte le volte che il potere di uno si esplica strettamente connesso con il potere di ogni altro“. La riflessione di Capitini si è concentrata anche, e forse soprattutto, sugli strumenti di lavoro: “Per trasformare la democrazia in omnicrazia vi sono due elementi: le assemblee e l’opinione pubblica“. Ed è proprio sul tema dell’assemblea (dunque anche l’assemblea legislativa) che Capitini ha insistito molto: “Non sono d’accordo con i distruttori del sistema rappresentativo; bisogna essere vissuti sotto una dittatura per capire che il libero funzionamento della rappresentanza parlamentare è qualche cosa di positivo, pur con i suoi difetti (…). Considero utile il Parlamento, ma mi preme dire che esso ha bisogno di essere integrato da moltissimi centri sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutte le periferie. Questa integrazione è dal basso“. Infatti “Il controllo dal basso può essere esercitato solo da organismi democratici eletti (…) Il Parlamento viene dal basso, per la sua derivazione dall’elezione“.

C’è quindi la necessità di rinforzare il Parlamento, non di mutilarlo: “Nell’ipotesi migliore il centro formato da chi è persuaso dell’apertura nonviolenta si presenta come integrazione delle istituzioni”. Integrare, non tagliare. Non distruggere quel che c’è ma migliorarlo per il bene comune.

Con queste poche piste di lavoro non vogliamo far dire a Capitini quel che non ha detto. Vogliamo solo offrire alcuni spunti di riflessione, perché ognuno, in coscienza, possa farsi un’opinione da tradurre poi in una scelta, nella ricerca della verità.

Movimento Nonviolento

www.azionenonviolenta.org

azionenonviolenta@sis.it

P.S. Le citazioni di Aldo Capitini sono tratte dal libro Il potere di tutti (La Nuova Italia Ed., 1969)

____________________________________

leggi anche: 

Taglio dei parlamentari: un’analisi numerica

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2020/08/taglio-dei-parlamentari-unanalisi-numerica/


venerdì 11 settembre 2020

11 settembre 2001

 

Per ricordare la quasi tremila persone uccise quel giorno


Cosa sai o pensi di sapere degli eventi di quel giorno?
youtube.com/watch?v=8r30BwB7YGo




giovedì 10 settembre 2020

TerraFutura: il Papa dialoga sull’ecologia integrale con Petrini di "Slow food"

dalla pagina https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-09/papa-francesco-carlo-petrini-libro-terrafutura-laudato-si-creato.html

Negli incontri con il gastronomo-scrittore, Francesco racconta la sua “conversione ecologica”: dall'incomprensione, ad Aparecida 2007, per l’insistenza dei vescovi brasiliani in difesa dell’Amazzonia, fino alla preparazione dell’Enciclica “Laudato si’”. Bisogna cambiare in fretta i nostri paradigmi, spiega, “se vogliamo avere un futuro”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Un Papa, come Francesco, che da cardinale non capiva “la forza con cui i vescovi brasiliani parlavano dei grandi problemi dell’Amazzonia” nella conferenza di Aparecida, né che cosa c’entrasse col suo ruolo di vescovo “la salute del polmone verde del mondo”. E un agnostico, ex comunista e gastronomo, come Carlo Petrini, fondatore di “Slow food”. Uniti entrambi dalle comuni radici piemontesi. Dal loro incontro  nasce “TerraFutura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale”, libro in uscita il 9 settembre che Petrini, anche promotore della rete internazionale ecologista “Terra Madre”, pubblica con Giunti-Slow Food Editore.

Il Papa oggi 83.enne, padre e nonno materno astigiani, e il 71.enne gastronomo e scrittore della cuneese Bra, amico del vescovo di Rieti Domenico Pompili - col quale ha creato le Comunità Laudato si’ per “dare gambe” a quanto proposto da Francesco nella sua Enciclica - si sono incontrati la prima volta proprio insieme a monsignor Pompili.

Petrini colpito dal primo viaggio a Lampedusa

Il vescovo, che firma la prefazione, ricorda che Francesco e "Carlin" (così Petrini è più conosciuto), “sono interessati alla Terra e al suo futuro” e che dal loro confronto emergono le vie “per una ecologia che cessi di essere una bandiera e diventi una scelta”. Il punto di partenza è il pensiero di Papa Francesco, che colpisce l’agnostico Petrini fin dalla scelta di compiere il primo viaggio da Pontefice a Lampedusa, “in segno di solidarietà con i migranti”.

Genesi della Laudato si’

Nel primo dialogo, il 30 maggio 2018, a tre anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, che l’ospite Carlo definisce di “potenza straordinaria”, che “ha cambiato lo scenario del discorso ecologico e sociale”, Francesco parla della genesi della Laudato si’. Ricorda che è frutto del lavoro di tante persone, scienziati, teologi e filosofi, che “mi hanno aiutato molto a fare chiarezza”, e che con il loro materiale ha lavorato “alla composizione finale del testo”.

L'attesa della ministra Ségolené

E spiega di aver capito per la prima volta “la centralità” del documento e “la sua importanza per i temi che toccava”, a fine novembre del 2014, incontrando all’arrivo a Strasburgo, per la sua visita al Parlamento europeo, l’allora ministra dell’ambiente francese Ségòlene Royal. Che, racconta il Papa, manifestava “molto interesse” per il testo, di cui si conosceva solo il riferimento “ai temi della casa comune e della giustizia sociale”. “E’ importantissimo”, disse la ministra al Pontefice, predicendo che sarebbe stato “di grande impatto, lo aspettiamo in molti”.

Si aspettava una voce forte, ora penso sia accettata

Fino ad allora, confessa Papa Francesco a Petrini, “non sapevo che avrebbe fatto tanto scalpore”.

Lì mi sono reso conto che l’attesa cresceva e che ci si aspettava una voce forte in questa direzione. Poi è andata bene: dopo la sua uscita, ho visto che la maggioranza della gente, di quelli che hanno a cuore il bene dell’umanità, l’ha letta e apprezzata, la utilizza, la commenta, la cita. Penso sia stata quasi universalmente accettata.

La “conversione ecologica” di Jorge Mario Bergoglio

A Carlo che gli chiede conferma del fatto che la sua attenzione ai temi dell’ambiente “è maturata nel tempo”, Francesco confida che “è stato un percorso lungo”, iniziato nel 2007 ad Aparecida, in Brasile, dove da cardinale arcivescovo di Buenos Aires era presidente della Commissione di redazione del documento finale della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi. Ricorda bene “di aver provato fastidio” per l’atteggiamento dei vescovi brasiliani che in ogni occasione “parlavano dei grandi problemi dell’Amazzonia”, delle loro “implicazioni ambientali e sociali”, e “non capiva questa urgenza e insistenza”. Eppure arrivavano sollecitazioni continue, anche da colombiani ed ecuadoriani, per inserire questi temi nel documento finale. Da allora, commenta il Pontefice, “molto tempo è passato, e io ho cambiato completamente la percezione del problema ambientale”.

“All’inizio non comprendevo nemmeno io questi temi. Poi, quando mi sono messo a studiare ho preso coscienza, ho tolto il velo. Penso sia giusto lasciare a tutti il tempo di capire. Nello stesso tempo però bisogna anche fare in fretta a cambiare i nostri paradigmi, se vogliamo avere un futuro.”

Un’Enciclica per tutti

Se Petrin fa notare che trova ancora difficoltà nel costruire ponti di dialogo tra il mondo “credente” e quello “laico”, Francesco sottolinea che “la Laudato si’ è un punto comune di ambedue le parti, perché è stata scritta per tutti”. Il dialogo, ribatte il gastronomo-scrittore, “non è un’opzione morale”, ma “un metodo vero e proprio”. E il Papa aggiunge che “è un metodo prima di tutto umano”. Non si tratta, ribadisce, “di appiattire le differenze e i conflitti, ma al contrario di esaltarle e nello stesso tempo superarle per un bene superiore”.

Cambiare noi per primi

Nella lettura dell’Enciclica, il fondatore di “Slow food” è rimasto affascinato dal valore dato alle “buone pratiche individuali” nel “generare cambiamenti virtuosi”. Il cambiamento parte da noi, conferma Francesco, ricordando che “il vizio del parroco è spegnere la luce, sempre”, perché deve “custodire le offerte per poterle poi utilizzare in beneficenza”. E invece, fa notare, la terza voce di spesa delle famiglie del mondo, dopo cibo e vestiario, è la cura del corpo, della bellezza e la chirurgia estetica, e la quarta gli animali domestici. “Non compare l’educazione”, lamenta, e così “è difficile parlare di un nuovo approccio ecologico e di una nuova armonia con l’ambiente”.

No all’egoismo di chiedere troppo alla Terra

Per stimolare gli uomini ad agire in prima persona per il cambiamento, il Pontefice cerca le parole giuste:

Va combattuto l’egoismo, il pensiero per cui io sfrutto la Madre Terra perché la Madre Terra è grande e deve darmi quello che io voglio, punto. È un pensiero del tutto malato, non potrà che portarci al collasso.

Non è un’Enciclica ambientalista, ma sociale

E’ qui che Papa Francesco torna sul concetto di ecologia integrale, per spiegare che “la Laudato si’ non è un’enciclica verde, non è un testo ambientalista. È piuttosto un’enciclica sociale”. Perché noi uomini, “siamo i primi a far parte dell’ecologia”, uomo e ambiente non sono separabili.

Biodiversità è pregare Dio con la propria cultura

L’ospite gli ricorda anche il grande valore che l’Enciclica dà alla biodiversità, e il Papa chiarisce che “è il patrimonio che ci consente di vivere su questo pianeta”, una ricchezza inestimabile, “ma noi con il nostro modello produttivo ed economico, la distruggiamo come se non ci interessasse”. Giacimento di biodiversità è l’Amazzonia: a Carlo che gli rammenta il discorso pronunciato a Puerto Maldonado e il valore riconosciuto alla spiritualità e alla cultura dei popoli indigeni, Francesco parla di “inculturazione”.

Noi possiamo pregare tutti alla stessa maniera, ma questo distrugge la biodiversità umana, che è anzitutto culturale. No! Ognuno preghi secondo la propria cultura! E celebri i sacramenti secondo la propria cultura: nella Chiesa ci sono più di venticinque riti liturgici differenti, che sono nati in culture diverse.

Portare il Vangelo nel mondo significa inculturarlo

Il Pontefice ricorda le critiche ricevute dalla sua affermazione “abbiamo bisogno di una Chiesa Amazzonica” e poi quelle scandalizzate dei teologi romani a Matteo Ricci, il missionario gesuita che voleva “inculturare” il Vangelo in Cina, “accettando anche qualche rituale cinese”.  “La Chiesa non lo capì – spiega con disappunto – chiudendo di fatto le porte al Vangelo in Cina”.

“Benedetto XVI, un rivoluzionario”

Il primo dialogo si chiude con Carlo Petrini che elogia i Missionari della Consolata e la loro testimonianza del Vangelo attraverso un ospedale per gli Indios Yanomani, nell’Amazzonia brasiliana, senza fare proselitismo, e Papa Francesco che ricorda come sia stato Benedetto XVI, ad Aparecida, ad affermare che “la Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza”, condannando così il proselitismo.

Perciò mi arrabbio quando dicono che Benedetto è un conservatore, Benedetto è stato un rivoluzionario! In tante cose che ha fatto, in tante cose che ha detto, è stato un rivoluzionario.

Verso il Sinodo panamazzonico

Il secondo incontro avviene il 2 luglio 2019, quando mancano tre mesi al Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia. Il padre di “Slow food”, che il quella occasione riceverà l’invito a partecipare all’assemblea come uditore, chiede al Papa cosa si aspetti, e Francesco risponde: “Che abbia un impatto dirompente”. Perché “c’è bisogno di accendere discussioni fertili e proficue”, “di mettere in circolo energie e idee”. Smentisce che sia organizzato per “consentire ai preti amazzonici di sposarsi”. Vescovi ed esperti di tutto il mondo, e rappresentanti dell’Amazzonia, spiega, si confronteranno “sui grandi temi dei nostri giorni”: “ambiente, biodiversità, inculturazione, rapporti sociali, migrazioni, equità e uguaglianza”. Il Pontefice rivela di aver voluto “invitare anche qualche prete e vescovo un po’ conservatore”, perché “se non ci sono opinioni diverse il dibattito è sterile e si rischia di non fare alcun passo avanti”. C’è bisogno, spiega, “del pensiero e delle risorse di tutti”.

Non basta l’ambientalismo, serve giustizia sociale

I grandi temi da discutere, ricorda Papa Francesco, sono tutti affrontati nella Laudato si’

Non si tratta di ambientalismo, che per quanto nobile non è sufficiente. Qui stiamo parlando di quale modello di convivenza e di futuro abbiamo e di come costruirlo: in gioco c’è l’enorme questione della giustizia sociale che ancora oggi, nel mondo interconnesso e apparentemente prospero in cui viviamo, è ben lontana dall’essere realizzata.

Greta e la mobilitazione dei giovani, “anche per il presente”

Petrini, promotore di “Terra Madre”, rete ecologista “di contadini, pescatori, artigiani, cuochi, ricercatori, indigeni, pastori”, chiede al Papa come vede il movimento dei giovani nato dalla ragazzina svedese Greta Thunberg. Francesco approva, e cita gli slogan dei giovani, come “il futuro è nostro e non vostro”. Gli interessa poco sapere se Greta sia “spinta da altri”: se il suo attivismo consente a milioni di giovani di mobilitarsi “non c’è che da gioire”. “Mi interessa la reazione dei ragazzi – chiarisce – oltre che il futuro, loro devono prendersi il presente”.

Loro sono coscienti che questa civiltà e questo modello stanno lasciando loro solo le briciole e che se non agiscono ora in prima persona rischiano di trovarsi nei guai.

No al populismo, che usa gli istinti di chi è in difficoltà

Il dialogo si sposta sulle accuse di “buonismo” rivolte a Papa Francesco per il suo impegno su accoglienza e integrazione dei migranti. Il Papa cita don Chisciotte di Cervantes e spiega che “non bisogna rispondere né lasciarsi intimidire, perché gli attacchi sono il segnale che si sta facendo la cosa giusta”. A chi dice che “sto perdendo la rotta perché ho accolto i rom in Vaticano”, chiede: “Ma questa chiusura dove porta, che cosa ci aspetta? Viviamo in un’Europa che non fa più figli, che si chiude violentemente all’immigrazione e si dimentica della sua storia fatta di migrazioni durate secoli”.

“In questi tempi vanno forte i populismi, che sono la strada più comoda per non far emergere il popolarismo, l’anima vera del popolo. Il populismo non c’entra nulla col popolo, al contrario ne opprime l’anima, ne ingabbia lo spirito più positivo e nobile. (…) Il populismo lavora sul popolo ma senza il popolo, usa gli istinti delle persone in difficoltà indicando un nemico da combattere esclusivamente per un tornaconto di potere.”

L’egoismo anti-migranti respinto con carità e gentilezza

Da dove viene allora, chiede Petrini, questo nuovo rigurgito di razzismo anche verso giovani atleti, figli di migranti, con insulti e diffidenza? Non siamo più capaci di empatia e vicinanza? Per Papa Francesco è una tendenza momentanea, ma comunque preoccupante…

Una corrente di egoismo che fa male e va respinta con la carità e la gentilezza. (…) Oggi le priorità sono cambiate. Vogliamo prima viaggiare, vogliamo comprarci la casa, dobbiamo fare altre cose che nella cultura di oggi sono più importanti e hanno la precedenza. (…)  Che cosa ci aspetta in futuro? Senza figli e senza migrazioni che cosa ci aspetta?

La globalizzazione buona è poliedrica e salva le identità

Eppure, prosegue il Pontefice, in Italia sono spesso le donne filippine, bambinaie e governanti, “quelle che trasmettono la fede e la mantengono viva” con l’esempio. Una diversità che va mantenuta, allora. Papa Francesco ribadisce la sua contrarietà a quella che chiama “globalizzazione sferica”.

La globalizzazione è buona se è poliedrica, cioè se ogni popolo è unico e mantiene la propria identità. Appiattire le differenze fa solo male e non serve a nulla, è una gigantesca perdita per tutti.

Il cibo, costruttore di ponti e amicizie

Petrini sposta l’attenzione sul cibo, “strumento per la costruzione di ponti”, e Francesco ricorda che per creare un rapporto di amicizia “bisogna mangiare insieme molte volte”, perché il mangiare, se non si spettacolarizza l’atto e non si mette al centro il cibo per il cibo, ma la relazione tra le persone, “fa da tramite di valori e culture”. Segue uno scambio di battute sul matrimonio tra cucina piemontese e argentina nella famiglia Bergoglio negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, con Jorge Mario adolescente, che mescolava cappelletti e asado, e poi bagna cauda e tanta polenta.

Chiesa e piacere: un bene che viene da Dio

A favore di un piacere del cibo che “non è abbondanza ma morigeratezza”, l’agnostico ospite stuzzica il Pontefice sostenendo che “la Chiesa cattolica ha sempre un po’ mortificato il piacere, come se fosse qualcosa da evitare”. Papa Francesco non è d’accordo, e ricorda che la Chiesa ha condannato “il piacere inumano, volgare”, ma ha accettato quello “umano, sobrio”.

Il piacere arriva direttamente da Dio, non è cattolico né cristiano né altro, è semplicemente divino. Il piacere di mangiare serve per far sì che mangiando ci si mantenga in buona salute, così come il piacere sessuale è fatto per rendere più bello l’amore e garantire la prosecuzione della specie.

Dal cibo al cinema: il pranzo di Babette

Dal cibo al cinema il “trait d’union” è “Il pranzo di Babette”, film amato da entrambi. “E’ uno dei più belli che abbia visto” conferma il Papa, “un inno alla carità cristiana, all’amore”, che “riesce a far percepire quel piacere divino troppo a lungo erroneamente soffocato”. “Sono un appassionato” di cinema, confida, e ricorda che da ragazzo è cresciuto a neorealismo italiano, tre pellicole alla volta viste con la famiglia.

Riflessioni sulla pandemia

L’ultimo incontro a Casa Santa Marta tra Papa Francesco e Carlo Petrini è del 9 luglio di questo 2020, e dal Sinodo panamazzonico si passa alla pandemia di Covid-19. Il gastronomo-scrittore parla della sua partecipazione all’assemblea dei vescovi come di “un’esperienza straordinaria”. “Ho visto una Chiesa diversa da come me la immaginavo: una Chiesa coi piedi per terra, molto viva”. Ma ad un’umanità prostrata da questa emergenza sanitaria, aggiunge, servono ora parole di speranza. E il Papa ricorda che l’umanità è “calpestata da questo virus e da tanti virus che noi abbiamo fatto crescere”, “virus ingiusti: un’economia di mercato selvaggia, un’ingiustizia sociale violenta”.

Una nuova economia, nuovo protagonismo dei popoli

Per trovare speranza, per uscire migliori da questa crisi, guardiamo alle periferie, è il suo invito, “dove si gioca il futuro”. Decentrandosi. Per Francesco ora serve…

Una politica che dica mai a un’economia selvaggia di mercato, mai alla mistica delle finanze a cui non ci si può aggrappare perché sono aria. Un nuovo modo di intendere l’economia, un nuovo protagonismo dei popoli.

E’ cresciuta la coscienza della Laudato si’

Si torna a parlare della Laudato si’, con Petrini convinto che con questo “sconquasso” l’Enciclica “è ancora più attuale di prima”. Sì, conferma il Pontefice, “è cresciuta la coscienza della Laudato si’'". I pescatori di San Benedetto del Tronto che l’anno scorso “mi hanno detto” di aver raccolto in mare “sei tonnellate di plastica in una sola barca”, ricorda, “hanno preso coscienza e hanno capito che dovevano pulire il mare”. E ai petrolieri ricevuti nel 2019 che gli spiegavano che se si mette da parte ora il petrolio “ci sarà una seconda crisi” degli anni Trenta, risponde che è vero, ma “ci vuole la saggezza di fare le cose lentamente, senza togliere il lavoro. Perché il lavoro è come l’aria della nostra cultura, senza il lavoro l’uomo diminuisce...”

Tempo di cambiare

L’ospite gli ricorda che se tutti “auspicano un cambiamento”, dopo la pandemia, purtroppo invece si tende a tornare “agli stessi valori di prima”.

“E’ vero che alcuni stanno lavorando a questo ritorno. Ma noi dobbiamo preparare altro! L’alternativa! E vincere con questa alternativa. (…) Sì, perché in molti si stanno preparando con tre pennellate di vernice per dire poi «Ah, tutto è cambiato!», ma invece niente è cambiato.”

Il Concilio da accettare e la "Teologia della Prosperità"

Il fondatore di “Slow food” sposta l’attenzione sui grandi profeti italiani del secolo scorso, da don Milani a don Mazzolari, da don Tonino Bello ad Arturo Paoli, che “adesso, per fortuna – commenta Papa Francesco - vengono recuperati”, anche grazie al Concilio Vaticano II. Che, lamenta, “non è stato ancora accettato cinquant’anni dopo, da tanta gente che cerca di andare indietro”. Siamo a metà strada, le reazioni più forti, spiega, vengono “da una concezione del liberalismo economico”, simile a quello “del Cristianesimo della Teologia della Prosperità. Quella non è la strada. Anzi, la strada è quella della Teologia della Povertà!”

Vecchi con i giovani, i genitori di oggi sono deboli

Francesco giustifica il suo insistere tanto sul “dialogo fra i vecchi e i giovani” con il fatto che “la generazione dei genitori di oggi”, “con questa cultura del benessere, ha perso la memoria delle radici, ma i vecchi ce l’hanno ancora”. Se questi genitori sono indeboliti da “benessere e consumismo”, alla scuola e all’università spetta il compito di “riprendere i tre linguaggi umani: quello della mente, quello del cuore e quello delle mani. Ma in armonia!”. Altrimenti “formerà tecnici che forse con lo sviluppo saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale che non ha cuore e non sa accarezzare”.

L’uomo maturo è quello che gioca coi figli

La chiusura è dedicata ancora all’educazione. Il Pontefice ricorda che un suo “grande professore di filosofia” diceva che “se un uomo non sa giocare con i bambini, non è maturo”. E che lui, da confessore, domandava sempre ai genitori: “Ma lei gioca con i suoi figli?”.

E’ quella, la vera poesia! Se un papà non è poeta, non saprà educare bene il figlio, ma con questa poesia della gratuità, sì.





domenica 6 settembre 2020

Epidemia di crimini contro i popoli

dalla pagina https://comune-info.net/epidemia-di-crimini-contro-i-popoli/

Raúl Zibechi


Lo stato d’eccezione decretato un po’ ovunque con il dilagare del virus in America Latina ha fornito una straordinaria occasione ai governi dell’America Latina – ancora una volta di ogni colore politico – e ai loro alleati per una violenta offensiva criminale contro la resistenza dei popoli all’estrattivismo. Dai paramilitari del Chiapas e della Patagonia cilena alle forze di polizia dal grilletto facile delle periferie argentine, dai massacri nella regione colombiana del Cauca alla violenza senza freni della polizia militare brasiliana, la repressione sistemica necessaria all’imposizione costante del modello estrattivo fondato sui mega-progetti si sta scatenando con nuova tremenda intensità. La resistenza al saccheggio dei territori deve affrontare ora una nuova escalation della militarizzazione che utilizza, a seconda delle circostanze, forze regolari, paramilitari e anche narcos, ma non può scegliere la strada della violenza simmetrica accettando le continue provocazioni e il terreno di uno scontro militare comunque perdente e rovinoso. Per difendersi, i popoli indigeni e i movimenti non possono che resistere facendo affidamento solo sulle proprie forze e ragioni, rafforzando l’autonomia già assai radicata dei mondi nuovi che stanno costruendo. Si tratta di una lotta durissima, con alterne fortune e di lungo periodo, ma quei popoli ne sono coscienti perché la praticano da tempo immemorabile

Repressione in Cile. Foto tratta da twitter

I cattivi governi che amministrano stati polizieschi stanno lanciando in tutta l’America Latina una fenomenale offensiva militare contro i popoli. Nelle favelas del Brasile, nelle periferie urbane dell’Argentina, nelle aree rurali della Colombia, nei territori in resistenza mapuche e nel Chiapas zapatista.

È proprio dove la dignità di quelli in basso rimane intatta, dove la forza collettiva dei popoli resiste e costruisce altri mondi che quelli in alto stanno approfittando delle quarantene che si autoimpongono quelli per contenere la pandemia, per cercare di distruggere le resistenze ai megaprogetti estrattivi.

Il 22 agosto dei paramilitari dell’Organizzazione Regionale dei Coltivatori di Caffè di Ocosingo (Orcao) hanno saccheggiato e incendiato case e magazzini del Centro di Commercio Nuevo Amanecer del Arcoiris, nella località crocevia di Cuxuljá, nella comunità ribelle di Moisés Ghandi, municipio di Ocosingo, Chiapas (https://bit.ly/3lj4qB5).

Come dichiara il comunicato del Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo, i paramilitari operano insieme al partito Morena e al governo regionale, facendo parte della “guerra che, dall’alto, si sta dispiegando contro l’organizzazione delle comunità zapatiste.

In Colombia, l’offensiva paramilitare ha assassinato 33 persone in appena 11 giorni, in quattro massacri “per mano di gruppi finanziati dal narcotraffico”  (https://bit.ly/3aWQaJw). Quest’anno sono stati effettuati 33 massacri. Uno dei dipartimenti più colpiti è il Cauca, dove i popoli riuniti nel Consiglio Regionale Indigeno del Cauca offrono una tenace resistenza al modello di morte.

Nel Cauca, il Processo di Liberazione della Madre Terra ha recuperato 16 proprietà agricole in quasi cinque anni, dove seminano vita e si prendono cura di 26 mila e 200 pozze d’acqua e 123 lagune naturali (https://bit.ly/3jfhAgB). In un quarto del Cauca si cerca petrolio e nel 40 per cento della superficie si esplora in cerca di metalli. Inoltre si vogliono costruire due grandi strade e un porto in acque profonde nel Pacifico.

In Argentina, il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale ha registrato, dal 20 marzo al 6 agosto, 92 morti per mano di membri delle forze statali, quando “non c’era una reale situazione di pericolo per ‘l’uccisore’ o terzi”. Di questo totale, 34 sono state fucilazioni per “grilletto facile”, 45 morti sotto custodia in carceri o commissariati, quattro sono stati femminicidi e tre scomparse forzate (https://bit.ly/2QmFmLi).

Nel medesimo periodo denunciano, inoltre, circa 100 casi di uso abusivo della forza da parte della polizia, con “bastonate, torture, assassinii, stupri e persone fatte scomparire”. Tutto questo succede sotto un governo che si autoproclama “progressista”.

In Brasile, le morti per mano della polizia durante la pandemia sono cresciute del 26 per cento, “nonostante la riduzione di gente nelle strade”, secondo un’inchiesta realizzata dal quotidiano O Globo (https://glo.bo/3gvBZvP). Meno persone nelle strade, significa “minor controllo sociale sull’attività di polizia”, fatto che finisce con una maggiore impunità, giacché si constata “una polizia senza controllo”.

Un rapporto dell’Università Federale Fluminense segnala che “il numero di morti nelle favelas di Río de Janeiro è caduto del 72,5 per cento nel mese in cui sono state sospese le operazioni di polizia in queste comunità” (https://bit.ly/31onaH8). Il pattugliamento militare nelle favelas è stato sospeso a maggio dal Tribunale Supremo Federale, dopo un massacro di 12 persone nel Complexo do Alemão (https://bit.ly/3hnTYpo).

Nei territori mapuche, del Cile, è aumentata la repressione, con l’attivazione da parte dello stato di gruppi paramilitari composti da agricoltori, che occupano terre usurpate alle comunità  (https://bit.ly/31njy8w).

Tre considerazioni finali:

La prima è che la violenza contro quelli in basso è aumentata in tutta la regione, con governi di destra, come in Colombia, Cile e Brasile, e con governi “progressisti”, come in Argentina e Messico. È, pertanto, una violenza strutturale e sistemica.

La seconda è che le classi dominanti stanno approfittando della pandemia per rompere le resistenze al saccheggio che rappresentano i popoli in movimento. Per ottenere questo obiettivo, accelerano la militarizzazione e la guerra contro le comunità.

La terza è che solo l’autodifesa collettiva dei popoli può frenare questa offensiva. Dobbiamo aver chiaro che siamo nelle prime fasi di una vasta guerra contro i popoli originari destinata a ridisegnare la mappa del mondo, espellendo le comunità dalle loro terre per aumentare l’estrattivismo.

In questa guerra quelli in alto utilizzano eserciti statali, paramilitari, narcos e una brutale disinformazione. Noi non resistiamo alla morte con la morte. Non agiamo in modo simmetrico. La reazione dell’EZLN di fronte all’assassinio del maestro Galeano, nel maggio del 2014, ci ispira: continuare a costruire i nostri mondi, mentre resistiamo.

Fonte: La Jornada

L’articolo è stato tradotto e pubblicato in italiano dal Comitato Fonseca


venerdì 4 settembre 2020

Capitalismo sull’orlo della crisi: è giunta l’ora di ripensare l’economia

dalla pagina https://valori.it/crisi-capitalismo-ripensare-economia/

Al contrario dell'opinione diffusa nell'economia mainstream, profitti e crescita non sono correlati. E la crescita economica è in calo in tutti i Paesi avanzati

Giovanni Di Corato*

Il profitto è il motore del capitalismo e della crescita economica. È questa l’opinione prevalente. Solo un abbondante profitto – si ritiene – permette di mobilitare i capitali necessari per nuovi investimenti e di finanziarne “internamente” una parte. Ma, analizzando i dati macroeconomici e guardando alla lunga durata, la realtà appare un po’ diversa.

Profitti e crescita non risultano affatto correlati. Anzi, negli ultimi anni la crescita è rallentata in tutto il mondo, nonostante i profitti fossero elevati.

Un’analisi che porta a prefigurare una crisi del capitalismo. Un’occasione per ripensare i fondamenti della nostra economia, il ruolo del profitto e dell’impresa.

Il caso Usa: profitti e investimenti dal Dopoguerra 

Analizziamo l’esperienza statunitense, quella della più importante economia avanzata, e prendiamo, da un lato, il rapporto tra profitti aziendali e Pil (prodotto interno lordo) e, dall’altro, quello fra profitti e investimenti (normalizzando tali variabili per la durata media di un ciclo economico). Dal dopoguerra possiamo individuare tre fasi:

  • La prima, terminata alla fine del ’69, è caratterizzata da un’incidenza dei profitti sul Pil molto elevata e da un elevato rapporto fra profitti e investimenti. 
  • La seconda, tra il ‘69 e il ’93, durante la quale entrambi i rapporti si sono progressivamente e significativamente ridotti. 
  • La terza, successiva al crollo del Muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda, coincidente con il prevalere dell’economia globalizzata, figlia della piena liberalizzazione dei movimenti di capitali ed ancor più di merci. In questa fase si è tornati ad un rapporto profitti/Pil prossimo ai massimi storici e ad una significativa ripresa del finanziamento “interno” degli investimenti, soprattutto a partire dalla crisi globale del 2008.

Crescita non correlata a profitti e investimenti

In nessuna delle tre fasi, però, risulta un nesso con la crescita economica (vedi grafico qui sotto).

Idealmente, se ci fosse una correlazione  si dovrebbe registrare una crescita elevata nelle fasi di profitti alti e di intenso finanziamento interno degli investimenti. E, al contrario, dati deludenti nel caso di profitti ridotti rispetto al Pil e di debole capacità di autofinanziamento degli investimenti da parte delle imprese. 

La crescita economica nella fase precedente al ‘69 dovrebbe risultare simile a quella successiva al ‘93. Ma non è così. Nella prima fase la crescita economica reale è stata negli Stati Uniti in media del 4,2% all’anno, mentre dopo il ‘93 si è praticamente dimezzata posizionandosi al 2,2%. Nella fase intermedia, caratterizzata da profitti in compressione la crescita del Pil ha espresso una dinamica compresa fra i valori registrati nelle altre due fasi.

Calo della crescita, crisi del capitalismo

Ciò che si registra, contrariamente alle opinioni prevalenti, è invece una progressiva ed uniformemente orientata riduzione della crescita economica reale, del tutto indipendente dalla dinamica dei profitti e degli investimenti privati.

È ragionevole pensare che ciò accada in tutti i principali Paesi avanzati. E che una crescita economica, nella lunga durata, in progressiva e inesorabile riduzione pressoché ovunque (dinamica potentemente accelerata dalla pandemia in atto) sia sintomatica di una crisi strutturale del capitalismo, quantomeno per come lo abbiamo conosciuto e qualificato finora.

È il momento di ripensare al concetto di profitto e di impresa

Se così fosse, forse bisognerebbe cominciare a guardare con occhio sempre più critico alle forme di “santificazione” dei profitti privati e della connessa funzione prometeica dell’imprenditore (una sorta di eroe, che sfida ogni difficoltà per far progredire la sua impresa e la società). Concetti che sottendono a tutte le dottrine mainstreamche ispirano, ancora oggi, la quasi totalità delle politiche economiche messe in atto in Occidente. 

Forse meriterebbe cominciare a prendere atto, almeno per chi cerca di esprimere una lettura del reale minimamente critica rispetto al mainstream, che nell’attuale fase storica, oltre al tema del senso e del ruolo della moneta a valle del Quantitative  Easing e alla ripresa del deficit spending come leva della crescita economica, meriterebbe ricominciare a parlare di assetti proprietari. E possibili interventi diretti o indiretti da parte del policy maker per modificarli in funzione il più possibile growth oriented (orientato alla crescita). 

È il momento, insomma, di abbandonare interpretazioni idealizzate e per alcuni rassicuranti del ruolo del profitto privato, dell’impresa privata e del connesso imprenditore.

Perché i profitti aumentano e la crescita no?

Meriterebbe altresì interrogarsi sui perché e su quali fattori negli ultimi decenni hanno facilitato una fase caratterizzata da alti profitti e bassa crescita. 

Gran parte di questo fenomeno è molto probabilmente un prodotto della cosiddetta “svalutazione del lavoro”, che ha guidato le politiche economiche in un quadro di egemonia della globalizzazione neoliberale. 

Ciononostante, un significativo impulso è giunto anche dal prevalere di fenomeni connessi alla struttura degli assetti proprietari. Solo a titolo di esempio, tre pratiche che hanno guidato le scelte di politica industriale in tutto il mondo e che molto probabilmente hanno contribuito al materializzarsi dell’attuale fasea privatizzazione dei monopoli naturali ed in particolare delle reti ci sono: 

  • La pratica del downsizing (ridimensionamento) e della connessa spasmodica attenzione ed incentivazione della piccola media impresa, sicuramente vitale, ma spesso incapace di ricerca e sviluppo oltre che di innovazione ed internazionalizzazione. 
  • I processi di aggregazione aziendale a valle di una crisi ove come prassi consolidata il “grande ed in salute” acquisisce, razionalizza e spesso, una volta acquisito, dismette il “debole e malato”.
  • La ri-pubblicizzazione dei monopoli naturali ed in particolare delle reti, politiche volte ad una forte incentivazione all’aggregazione delle piccole medie imprese “sane” in una chiave volta a favorire un rapido salto di scala e la connessa entrata nell’azionariato di imprenditori istituzionali ed il supporto pubblico ad operazioni di workers buy out di piccole medie imprese in crisi destinate alla chiusura.

Sono questi i tre temi che meriterebbero un grande attenzione in questa fase, oltre che un’allocazione di risorse importante nel quadro del prefigurato European Recovery Fund come chiave di azione per favorire la ripresa di una crescita sostenuta.

*Amministratore Delegato Amundi RE Italia SGR. Quanto illustrato nel testo rappresenta le opinioni dell’autore espresse a titolo puramente personale


giovedì 3 settembre 2020

martedì 1 settembre 2020

Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato

dalla pagina https://www.lagone.it/2020/09/01/papa-messaggio-per-giornata-mondiale-cura-del-creato/


MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO
1° SETTEMBRE 2020

 

«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lv 25,10)

 

CARI FRATELLI E SORELLE,

Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune.

Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra.

Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

1. UN TEMPO PER RICORDARE

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici.

Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92).

Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

2. UN TEMPO PER RITORNARE

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita.

Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008).

Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile.

Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi.

Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

3. UN TEMPO PER RIPOSARE

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme!

Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono.

L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

4. UN TEMPO PER RIPARARE

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi.

Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti.

È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summitsul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni.

Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore.

Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

5. UN TEMPO PER RALLEGRARSI

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13).

C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti.

Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia!

Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova.

“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).

Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020

FRANCESCO

(Vatican.va)