sabato 23 luglio 2022

Intervista de Il Riformista a Mao Valpiana

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/il-riformista-ha-intervistato-il-nostro-presidente-mao-valpiana/

Il Riformista ha intervistato il nostro Presidente che rilancia la giornata di mobilitazione del 23 luglio; pubblichiamo di seguito il testo per renderlo noto anche ai nostri lettori. 

(Qui l’intervista sul sito de Il Riformista)

Intervista a Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento e dell’Esecutivo di Rete italiana Pace e Disarmo

Se i pacifisti fossero saliti al Quirinale per essere consultati dal Presidente Mattarella sulla crisi di governo, della delegazione avrebbe di sicuro fatto parte Mao Valpiana. Per la sua storia, per le battaglie condotte nel tempo. Presidente del Movimento Nonviolento, membro dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace e Disarmo, Valpiana è anche direttore della rivista Azione Nonviolenta, fondata nel 1964 da Aldo Capitini. In una lettera aperta a Gad Lerner, Luigi Manconi, Adriano Sofri ed Emma Bonino, sostenitori dell’invio di armi all’Ucraina, Valpiana ha affermato che “Tra l’arruolarsi per la guerra o predicare la resa, c’è la terza via della nonviolenza attiva”. Una pratica che ha caratterizzato la sua vita. E che Valpiana rilancia nell’intervista. Guardando alla mobilitazione pacifista del 23 luglio.

1) Se i pacifisti fossero saliti al quirinale per essere consultati dal Presidente Mattarella sulla crisi di governo, che avrebbero detto al Capo dello Stato?

Be’, intanto l’avremmo ringraziato, essendo la nostra prima volta al Colle per una consultazione, come invece avviene per i partiti e le parti sociali, nonostante il movimento pacifista rappresenti gran parte dell’opinione pubblica italiana e abbia sempre cercato l’interlocuzione con la politica e le istituzioni. Poi avremmo iniziato il dialogo partendo da due punti fermi della nostra Costituzione, senza tenere fede ai quali non è possibile risolvere nessuna delle crisi in cui siamo precipitati: politica, sociale, economica, ecologica, persino culturale (e qualcuno dice anche antropologica). Il primo punto è il ripudio della guerra, sancito dall’articolo 11 della Carta. Il governo ha il dovere di essere conseguente e non può avallare nessuna politica che giustifichi la guerra “come risoluzione delle controversie internazionali”, dunque nemmeno le guerre degli altri. Il ruolo dell’Italia previsto dai Costituenti dev’essere quello di una “potenza di pace”, quindi tutti gli sforzi (e i conseguenti finanziamenti) vanno indirizzati a sostenere gli organismi internazionali (a partire dall’ONU) preposti a rapporti pacifici tra le nazioni. Questo non è un “mondo dei sogni”, ma dovrebbe essere il timone del governo del nostro Paese. Il secondo punto fermo è scritto nell’articolo 52 della Carta, “la difesa è una sacro dovere”. Non dice “difesa armata”, ma parla solo di “difesa” che viene affidata ai cittadini, e non ai militari. Dunque la domanda legittima da porre al Capo dello Stato sarebbe: quali sono i pericoli reali dai quali dobbiamo difenderci? E con quali mezzi? Quale politica deve attuare il governo per difenderci dalla emergenza climatica, dalla recessione, dalla disoccupazione, dalla fragilità ambientale? I veri nemici oggi sono la povertà crescente e le emissioni di gas serra: questi nemici si battono con politiche economiche ed energetiche lungimiranti, non con le nuove produzioni dell’industria bellica.

2) Per essersi opposti all’invio di armi all’Ucraina, i pacifisti sono stati accusati di essere al servizio di Putin. La stessa accusa che Di Maio ha rivolto a Conte. Come la mettiamo?

La mettiamo che anche su questo punto il movimento per la pace italiano ha le carte in regola. Altri, arrivati all’ultimo momento a ricostruirsi una verginità, forse molto meno. Noi abbiamo sempre denunciato e condannato il fatto che l’Italia e l’Europa vendessero armi sia alla Ucraina che alla Russia. L’abbiamo fatto nei decenni, non da oggi; ci sono i nostri dossier e le campagne a testimoniarlo. Lo facevamo anche quando il nostro paese vendeva blindati Iveco alla Russia di Putin, nonostante l’embargo e le sanzioni in vigore dopo la guerra del Donbass del 2014. Altri, che oggi fanno finta di essere pacifisti, con la Russia ci facevano gli affari. Noi siamo pacifisti, ma non utopisti. Anzi, il nostro pacifismo è molto concreto e pragmatico; ci opponiamo all’invio di armi perché riteniamo che altri e più efficaci dovrebbe essere gli aiuti e la solidarietà verso una popolazione attaccata e invasa, ma anche perché lo dice la Legge 185/90 che prevede il divieto di esportazione verso i Paesi in stato di conflitto armato, tant’è che il Consiglio dei Ministri ha dovuto applicare una deroga per la cessione delle armi all’Ucraina. L’iper realismo dell’attuale Ministro degli Esteri, divenuto estremista dell’atlantismo, lo ha portato a barattare la solidarietà verso l’Ucraina con il tradimento del popolo Curdo sacrificato in cambio dell’unità della Nato. Questo realismo io lo chiamo cinismo.

3) Le spese militari hanno battuto ogni record con il governo Draghi che ha alla guida del ministero della Difesa un esponente, Lorenzo Guerini, del Partito Democratico…

In tema di spese militari, ormai ogni governo polverizza il record precedente. Quest’anno il Bilancio del Ministero della Difesa sfiorerà i 26 miliardi di euro, cioè un +5,4% rispetto al 2021. Al di là del colore dei vari governi, l’Italia non ha avuto una contrazione delle spese militari negli ultimi anni ma anzi abbiamo visto una crescita molto rilevante legata soprattutto all’acquisto di nuovi armamenti, cioè spendiamo tanto per comprare nuovi cacciabombardieri, nuove navi, nuovi carri armati. E così torniamo a quanto dicevo prima: sono questi gli strumenti che come popolo ci fanno sentire più sicuri? È più utile avere in garage un F35 a capacità nucleare, o un Canadair per spegnere gli incendi in Sardegna? Su questo tema penso che il Partito Democratico viva una certa schizofrenia … da una parte c’è chi come Rosy Bindi dice “Inaccettabile aumentare la spesa militare, la pace non si fa con le armi; bisogna ripensare la funzione della Nato”, mentre dall’altra il Ministro Guerini dice che “l’aumento delle spese militari è un impegno da rispettare perché l’Italia deve dimostrarsi affidabile nei confronti dei suoi alleati della Nato”; sono due visioni antitetiche, e su questo il PD non è ancora riuscito a fare sintesi.

4) I pacifisti insistono molto sul principio della “neutralità attiva”. L’accusa è che in questo modo mettete sullo stesso piano l’aggressore – la Russia – e l’aggredito – l’Ucraina.

Chi dice questo è in malafede. Non c’è bisogno di scomodare Gandhi per saper distinguere la violenza di oppressione dalla violenza degli oppressi, la violenza di chi attacca dalla violenza di chi si difende. Tuttavia, se la nonviolenza condanna e combatte la violenza del carnefice (la Russia di Putin), essa però viene a rimettere in questione anche la violenza della vittima (l’Ucraina di Zelensky). Solidarizzare con le vittime non obbliga ad assumere il loro punto di vista, ma significa anche aiutarle a liberarsi dalla loro violenza. Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni della nazione invasa non richiede automaticamente che si debba inviare armi o intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità come il popolo palestinese o quello curdo. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza e une escalation del conflitto. L’Ucraina ha deciso di intraprendere la via della difesa armata mobilitando tutti i cittadini maschi dai 18 ai 60 anni e, tra l’altro, imprigionando gli obiettori di coscienza. Crediamo che non sia questa la via da seguire, anche perché i risultati sul piano militare non si vedono … Occorre invece un salto di qualità che può essere fatto solo mettendo in atto la ratio della lotta nonviolenta che è quella di “fare per primi il primo passo”. In concreto ciò significa promuovere la de-escalation militare, ritirare tutte le bombe nucleari presenti nel territorio europeo smantellando la “nuclear sharing” e indire una Conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite. La “neutralità attiva” – che non è equidistanza – è ancorata al diritto internazionale con un effettivo impegno per la neutralità dell’Ucraina come parte del processo di distensione regionale e attivando un dialogo diretto tra le istituzioni europee, a partire dal Consiglio d’Europa, e la Federazione Russa, in una logica di sicurezza condivisa, di cooperazione e di promozione dei diritti umani e della democrazia.

5) Sabato prossimi i pacifisti saranno in tante piazze italiane. Con quali propositi?
Sono decine e decine le città che hanno aderito alla mobilitazione di Europe for Peace del 23 luglio, a 150 giorni dall’inizio della guerra: una mobilitazione nazionale per far tacere le armi e per aprire un serio negoziato che porti ad una conferenza internazionale di pace.
Noi ci impegniamo a lavorare insieme PER UN’EUROPA DI PACE, con l’obiettivo di costruire una proposta di cosa deve essere e cosa deve fare l’Europa di Pace, attraverso il lavoro comune di una grande alleanza della società civile europea, che si riconosce in questi cinque punti:

  • la condanna dell’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina e la difesa della sua indipendenza e sovranità, nonché la piena affermazione dei diritti umani delle minoranze e di tutti i gruppi linguistici presenti in Ucraina
  • la solidarietà con la popolazione ucraina, con i pacifisti russi che si oppongono alla guerra e con gli obiettori di coscienza di entrambe le parti
  • il rilancio della richiesta del cessate il fuoco per l’avvio di un immediato negoziato in cui sia protagonista l’organizzazione delle Nazioni Unite
  • l’impegno per la de-escalation militare in quanto leva fondamentale per l’iniziativa diplomatica e politica
  • la costruzione di un sistema di sicurezza condivisa in Europa, dall’Atlantico agli Urali, fondato sulla cooperazione e il disarmo per un futuro comune.

 

domenica 17 luglio 2022

Questa transizione energetica “non s’ha da fare”

dalla pagina Questa transizione energetica “non s'ha da fare” (pressenza.com) 

"[...] siamo entrati nell’era delle guerre per le materie prime dove primeggia il tema della transizione energetica che a sua volta è propedeutica alla IV rivoluzione industriale e, non a caso, l’Occidente (allargato a Giappone, Corea del Sud e Australia) ha già circondato militarmente Russia e Cina, deliberando, nel contempo, un aumento senza precedenti delle spese per gli armamenti. In tale contesto perseverare in un atteggiamento accelerazionista sulla transizione energetica senza richiedere un contestuale abbattimento nella produzione e consumo di merci, ci rende inconsapevoli complici di queste guerre con buona pace per le sorti del pianeta e, soprattutto, dell’umanità [...]"


(Foto di Aurora)

Ricordate lo slogan siamo ancora in tempo che qualche anno fa riassumeva la necessità, a livello globale, di modificare il paradigma energetico per attutire l’impatto dei cambiamenti climatici?

Beh, forse è il caso che l’insieme del mondo ambientalista e di quella parte della politica più sensibile alle sorti del pianeta, lo rivolga al proprio interno per rivedere l’approccio fin qui tenuto nei riguardi della transizione energetica. Lo dico anche a seguito dei commenti susseguiti alla ratifica della Tassonomia UE da parte del parlamento europeo, giudicata senza mezzi termini un tradimento, come se quanto fin qui prodotto sul tema della transizione non fosse anche frutto di uno strabismo concettuale di quelle componenti sopracitate, senza dubbio più avvedute di quanto dimostrino di essere i governi e lo stesso parlamento europeo.

In estrema sintesi a me pare che la differenza sostanziale tra le due posizioni, non stia tanto nella manifestazione di intenti, quanto nei tempi e nelle modalità di attuazione, ma onde evitare di concedere al diavolo che, come si dice, si nasconde nei “particolari” un qualsivoglia pretesto, bisogna essere assolutamente certi della validità dei “fondamentali”. Ed è su questi che, fuori da ogni intento polemico, vorrei sollecitare una riflessione.

Alla base di tutto c’è un cambio epocale di paradigma che risiede, sostanzialmente, nel passaggio da un mix energetico centrato sui combustibili fossili, ad un modello “tutto elettrico” esclusivamente alimentato da energie rinnovabili (con appendice parziale di idrogeno verde). Le tappe per realizzarlo, secondo le ultimissime decisioni UE, sono: -55% di emissioni entro il 2030 con conseguente aumento della quota rinnovabili dal 40 al 45%; zero emissioni per il 2050; divieto di produzione veicoli a combustibili fossili entro il 2035; aumento della produzione di idrogeno verde da 1 a 10 milioni di t entro il 2030 a cui vanno aggiunte altre 10 milioni di t di importazione.

Come si presenta, complessivamente il bilancio di questa operazione? Tralasciando, per il momento, i costi economici, mi soffermo su alcuni aspetti “tecnici”: secondo l’IEA per produrre 1 Mwe occorrono 700 Kg di minerali strategici se si impiega il gas, mentre ne occorrono 7 t per il solare fotovoltaico, 10 t per l’eolico onshore e 15 t per quello offshore. Analogamente un automobile tradizionale impiega 40 Kg di questi materiali contro i 200 Kg di un’automobile elettrica di cui buona parte dovuti alla batteria, componente quanto mai problematico dato che al suo ciclo di vita (dall’estrazione dei minerali allo smaltimento) sono associate emissioni di CO2 eq stimate in 150-200 Kg per ogni Kwh erogabile dalla batteria.

Considerate le quantità in gioco, lo scenario che ci si presenta è sconvolgente: secondo l’IEA da qui al 2040 sarà necessario estrarre circa 190 miliardi di t di minerali con un picco di 20 miliardi di t nel solo 2040 (stimando per quell’anno una percentuale di rinnovabili pari al 70%), che da sole produrranno il 21% delle emissioni globali.

Ciò comporta che la neutralità climatica prevista nel 2050 potrà, semmai, verificarsi solo per i processi di generazione dell’energia, ma non per quelli relativi all’estrazione di materie prime con l’aggravante che questi appesantiscono significativamente l’inquinamento del suolo causato dall’estrazione e raffinazione di questi materiali. A corollario di questi macro-parametri aggiungo qualche problematica applicativa la cui soluzione non è affatto scontata: le reti elettriche cresceranno a dismisura (vedere per credere gli sviluppi previsti in Germania) con conseguente occupazione di suolo utile e per quanto le si immagini “smart” queste reti presentano ancora complessi problemi di stabilità. La mobilità elettrica ha un vero e proprio collo di bottiglia nelle stazioni di ricarica che nelle situazioni urbane comporterà un nuovo cablaggio delle rete, mentre per il traffico extraurbano (specie il trasporto merci) gli studi più avanzati fanno rizzare i capelli dato che per una stazione media si prevedono fino a 10 Mwe di potenza erogabile, prodotta in via autonoma, per cui la soluzione che al momento appare più adatta è quella di impiegare dei microreattori nucleari. Tutto ciò con lo scopo evidente di consentire ricariche rapide (paragonabili a quelle assicurate dalle odierne stazioni di servizio) che però accorciano la vita utile delle batterie anticipandone la sostituzione con conseguenze negative sul bilancio delle emissioni. Quanto alla possibilità che le tecniche di riciclo possano attutire gli effetti dell’estrattivismo, uno studio recente (Metals for clean energy, della KU Leuven) stima che per i minerali strategici non ci saranno ricadute significative nel breve termine e che solo nel 2040 queste tecniche potranno risultare tecnicamente mature ed economicamente competitive. Infine il capitolo idrogeno: la UE vuole decuplicarne sia la produzione interna che le importazioni entro il 2030. Tenuto conto che per ogni Gw di elettrolisi occorrono da 1 a 4 Gwe di energie rinnovabili aggiuntive e considerate le perdite di trasformazione dell’intero ciclo, per centrare l’obiettivo di 10 milioni di t nel 2030, si stima che occorrano 163 Gwe di potenza rinnovabile aggiuntiva, l’equivalente di 20.000 turbine eoliche da 8 Mwe. Quanto all’importazione delle altre 10 milioni di t, non si fa mistero che queste provengano da paesi limitrofi, come l’Ucraina, ma soprattutto dall’Africa.

L’insieme di questi aspetti ha un costo inimmaginabile che forse, e sottolineo forse, potrà essere alla portata dei paesi più ricchi, ma certamente non è nelle disponibilità di tutti gli altri che, oltre ad essere esclusi dai relativi benefici, saranno considerati alla stregua di una servitù dove produrre energia a basso costo: basta guardare all’Africa dove si concentrano gli interessi di tutti i paesi UE per sviluppare enormi campi eolici e fotovoltaici per produrre elettricità o idrogeno verde da esportare in Europa, mentre 600 milioni di africani non dispongono ancora di elettricità!

In buona sostanza: si alleggerisce l’impatto sull’atmosfera (la neutralità climatica è una chimera) ma si aggrava quello sul suolo, nel mentre si aumenta la disuguaglianza sociale tra nord e sud del mondo verso cui si delinea un perverso neo-colonialismo green.

Rispetto a questo scenario, qual è l’atteggiamento dell’insieme del mondo ambientalista? Fatte salve le critiche (sacrosante) per l’imbroglio della Tassonomia UE, a me sembra che si risolva in un costante richiamo a fare di più (più rinnovabili) e presto, vale a dire un atteggiamento di tipo accelerazionista del tutto alieno dal prendere in esame le contraddizioni su esposte perché, in definitiva, incurante del fatto che senza un cambiamento sostanziale nel modo di produzione capitalistico (cosa assai diversa dal rivendicare l’economia circolare, il riciclo e/o altre pratiche virtuose) il cambio del solo paradigma energetico è foriero di incalcolabili costi sociali tra cui va incluso quello di incentivare nuovi conflitti.

Le energie rinnovabili infatti, in tutte le loro forme, si basano sull’utilizzo di un certo numero di minerali, non a caso definiti strategici, senza i quali la transizione energetica non è realizzabile. Molti di questi minerali non sono nelle disponibilità dell’Occidente, ma in quelle di paesi come Russia e Cina che ne detiene (è il caso delle terre rare, ma non solo) il monopolio. E’ dalla fine della guerra fredda che gli apparati militari della Nato, degli Usa, della Germania e della Gran Bretagna studiano il modo di affrontare minacce non convenzionali come quelle rappresentate dai cambiamenti climatici e, con diverse sfumature, le conclusioni convergono sulla inevitabilità di nuove guerre rivolte all’accaparramento delle materie prime, delle fonti di energia o per il controllo dell’acqua.

L’avvento della transizione energetica ha fatto precipitare la situazione mettendo in moto interessi giganteschi che vanno ben oltre quello di salvare il pianeta; interessi che non possono arrestarsi di fronte al fatto che le supply chain (linee di fornitura) di certi materiali non siano nelle piene disponibilità dei settori industriali interessati e a prezzi competitivi: ma è proprio questo che sta succedendo da qualche anno a questa parte provocando ritardi nella produzione (auto elettriche) ed aumento dei costi delle rinnovabili.

Occorre prendere atto che siamo entrati nell’era delle guerre per le materie prime dove primeggia il tema della transizione energetica che a sua volta è propedeutica alla IV rivoluzione industriale e, non a caso, l’Occidente (allargato a Giappone, Corea del Sud e Australia) ha già circondato militarmente Russia e Cina, deliberando, nel contempo, un aumento senza precedenti delle spese per gli armamenti. In tale contesto perseverare in un atteggiamento accelerazionista sulla transizione energetica senza richiedere un contestuale abbattimento nella produzione e consumo di merci, ci rende inconsapevoli complici di queste guerre con buona pace per le sorti del pianeta e, soprattutto, dell’umanità. Ripensiamoci, siamo ancora in tempo.

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Giorgio Ferrari

Giorgio Ferrari, classe 1944, si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1967 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza. Successivamente ha svolto altri impieghi nel settore esteri dell’Enel in diversi paesi dell’America Latina , medio ed estremo oriente. Nel 1972 entra a far parte del Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni inizia a sviluppare una critica del modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista “rossovivo” e, nel 1977, è tra i fondatori di “Radio Ondarossa”, con la quale collabora tutt’ora. Insieme a Dario Paccino ha scritto “La teppa all’assalto del cielo” i 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto “SCRAM: la fine del nucleare” edito da jaca Book -2011. Scrive sul manifesto ed altre riviste di ecologia ed è consulente scientifico di Isde.


giovedì 14 luglio 2022

Il collasso e la nostra inerzia

dalla pagina https://comune-info.net/il-collasso-e-la-nostra-inerzia/

Raúl Zibechi 

In giugno l’European Laboratory of Political Anticipation, think tank che, da una prospettiva indipendente, prova ad analizzare e anticipare gli sviluppi economici globali ha scritto che stiamo andando verso una crisi totale di una civiltà vecchia di 500 anni. Già quest’anno potrebbe prodursi una rottura, di fronte alla paralisi dei governi, a un impoverimento generalizzato senza precedenti, a carestie e disastri “naturali”, che configurano un collasso potenziato dalla crescita insostenibile delle disuguaglianze. Il problema, sostiene Raúl Zibechi, è che la transizione verso una nuova organizzazione sistemica non è stata preparata, quindi avverrà in modo incontrollato e probabilmente molto drammatico. Ciò che lo sconcerta e preoccupa di più è però la scarsa reazione dei settori più colpiti dal collasso in corso. Al di là di qualche caso isolato, scrive, la tendenza principale è verso l’inerzia, il ritorno a una normalità che, sotto sotto, tutti e tutte sembra proprio che vogliamo. Le ragioni sono molte e diverse. Una è che le vecchie forme di azione collettiva, coniate soprattutto dal movimento operaio, sono ormai insufficienti e obsolete di fronte alle sfide attuali. Una nuova cultura politica, però, non può nascere da un giorno all’altro, anche se ci sono esperienze territoriali promettenti. Decenni di democrazia e progresso hanno anestetizzato buona parte della popolazione, che continua a credere che lo Stato o i leader politici ci salveranno o che il denaro servirà a qualcosa nei momenti estremi del collasso. Sette anni fa gli zapatisti hanno segnalato l’imminenza di una tempesta sistemica, ma pochi hanno capito l’urgenza della chiamata a organizzarsi

Foto David F. Sabadell/El Salto

Che l’umanità stia cominciando a risentire della confluenza di crisi e pandemie che configurano una situazione di caos o collasso della vita sul pianeta, sembra fuori discussione. Che le classi dominanti facciano il loro gioco per rimanere nella loro posizione di privilegio e che i politici abbiano poca intenzione di muoversi, sembra altrettanto evidente a gran parte della popolazione.

Ciò che sconcerta e provoca angoscia è la scarsa reazione dei settori più colpiti dal collasso in corso. Stiamo assistendo a manifestazioni, scioperi e persino ad alcune rivolte di natura insurrezionale, come quella che ha di recente investito l’Ecuador, ma la tendenza principale è verso l’inerzia, verso il ritorno a una normalità che, sotto sotto, tutti e tutte vogliamo. Le ragioni dell’assenza di risposte all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte sono molto diverse. Una di queste è che le vecchie forme di azione collettiva, coniate soprattutto dal movimento operaio, sono ormai insufficienti di fronte alle sfide attuali. Una nuova cultura politica non può nascere da un giorno all’altro, anche se ci sono esperienze territoriali che sono assai promettenti.

Giorni fa l’European Laboratory of Political Anticipation [Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica], un think tank [centro di pensiero] europeo che si dedica ad analizzare e anticipare gli sviluppi economici globali da una prospettiva europea indipendente, ha messo in guardia su alcune questioni centrali nell’editoriale del suo bollettino del mese di giugno.

La prima è che siamo stiamo andando verso una crisi totale di una civiltà vecchia di 500 anni, che ci condurrà a capofitto in un nuovo medioevo globale («2023 – 2030 : Phase terminale de l’apocalypse “ennuyeuse”». Al di là del riferimento più che discutibile a quel periodo della storia presunto oscuro, il grande problema è che la transizione verso una nuova organizzazione sistemica non è stata preparata e, quindi, non avverrà in modo controllato.

In breve, gli anni che seguono possono essere drammatici. Il Laboratorio stima che già quest’anno può prodursi una rottura, di fronte alla paralisi dei governi, alla scarsità, a un impoverimento generalizzato senza precedenti, a carestie e disastri naturali, che configurano un collasso potenziato dalla crescita insostenibile della disuguaglianza.

La seconda è la questione centrale: crisi potenzialmente terrificanti e senza precedenti storici si susseguono senza avere un impatto irreversibile sulla nostra vita quotidiana, il che diminuisce la paura e fa sì che le persone finiscano per riprendere il normale corso della loro vita. Questo problema ci interpella in pieno come movimenti e come persone anticapitaliste. Il disastro a cui stiamo assistendo ci trova impreparati ad affrontarlo. Uno svantaggio che può essere superato con organizzazioni collettive territoriali, in grado di garantire la sopravvivenza e la vita in tempi di morte e distruzione. La crisi in Ucraina ci insegna che scommettere sugli Stati, come fanno le sinistre europee, è una cattiva strada. Se non ci prepariamo a questa situazione, i danni possono essere enormi.

Come sottolinea l’editoriale citato sopra, nemmeno i grandi Stati del Nord sono in grado di arrestare il collasso. Il sistema punta quindi sulla repressione e sulla militarizzazione. Il Laboratorio ritiene che l’irresistibile tentazione di intensificare il controllo sulle masse sia ora l’unico modo per mantenere ciò che rimane del sistema. Un controllo facilitato dalle nuove tecnologie, che offrono a chi comanda una gamma di poteri senza precedenti. Quelli che stanno ai vertici dispongono di una strategia ampiamente collaudata in altre transizioni: militarismo e guerra per ridisegnare il mondo che sta collassando. È la scelta degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma anche della Russia e della Cina, e di qualsiasi altra grande potenza, al di là del discorso che esibiscono.

Alcuni dicono che la Cina non agisce in questo modo, ma non vogliono ricordare come Pechino ha schiacciato la protesta popolare a Hong Kong, facendo appello alla violenza della polizia e alla brutalità armata, come qualsiasi altro paese che combatte per l’egemonia.

Decenni di democrazia e progresso hanno anestetizzato una buona parte della popolazione, che continua a credere che lo Stato o i leader politici ci salveranno o che il denaro servirà a qualcosa nei momenti estremi del collasso. L’individualismo ci condanna.

Sette anni fa gli zapatisti hanno segnalato l’imminenza di una tempesta sistemica, ma pochi hanno capito l’urgenza della chiamata a organizzarsi. Contro le comunità meglio organizzate, i poteri che stanno ai vertici lanciano bande armate che i media battezzano come narcotrafficanti per dissimulare che sono la punta di diamante del capitalismo.

Il mondo che conoscevamo è scomparso; il capitalismo crollerà nello stesso modo in cui è nato: grondando sangue e fango da tutti i pori (Marx). Possiamo solo creare forme collettive di potere, poteri dal basso, per sopravvivere come popoli al collasso e al caos.


Fonte: “La inercia que nos impide reaccionar al colapso”, in La Jornada, 01/07/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando


martedì 12 luglio 2022

La restaurazione europea su gas e nucleare

dalla pagina https://ilmanifesto.it/la-restaurazione-europea-su-gas-e-nucleare

TASSONOMIA DELLE FONTI ENERGETICHE. Il governo austriaco, quello lussemburghese, e Greenpeace chiederanno l’intervento della Corte di Giustizia della Ue per l'annullamento su gas e enucleare

Il Parlamento europeo ha respinto a maggioranza una mozione che puntava a capovolgere la decisione della Commissione europea di includere gas e nucleare nell’elenco delle fonti rinnovabili, riconoscendole quindi come attività finanziabili: ancora miliardi di euro alle fonti fossili come il gas e al pericoloso nucleare.

La maggioranza del Parlamento ha votato sotto la pressione dei potentati economici, finanziari e politici, sensibili ai propri interessi, senza riguardo alle conseguenze ambientali. Addirittura hanno fatto delle conseguenze della guerra in Ucraina l’occasione per rilanciare i loro affari, come dimostra anche il tentativo, purtroppo appoggiato dall’Italia, di rinviare di anni la dismissione della produzione di nuovi veicoli a motore basati sulle fonti fossili.

La tassonomia europea è l’elenco delle attività energetiche considerate sostenibili dal punto di vista ambientale con l’obiettivo di orientare gli investitori privati, la finanza europea e internazionale, gli interventi pubblici dell’Europa e nazionali. Gli impianti a gas avviati entro il 31 dicembre 2030 potranno di fatto aggirare le nuove restrizioni previste. I nuovi impianti nucleari potranno essere costruiti entro il 2045 ed entro il 2040 ampliati quelli esistenti, mentre gli Stati dovranno attivare un impianto di smaltimento dei rifiuti ad alta radioattività solo entro il 2050.

La Commissione europea consente a tutti i nuovi impianti e a quelli esistenti di operare da quando i permessi verranno rilasciati e i finanziamenti incassati. Di fatto un permesso al buio.

La maggioranza europea favorevole a gas e nucleare è composta anzitutto da gruppi politici tradizionalmente posizionati a destra dello schieramento politico e dai liberali di Renew Europe. A favore di gas e nucleare gli eurodeputati eletti in Italia di Lega, Fdi, FI e Italia Viva, mentre hanno votato contro M5S, Pd e Verdi, astenute le due elette oggi con Di Maio, assente Calenda.
Questo voto conservatore e contro il clima del Parlamento europeo, che ha perso l’occasione di ribaltare la decisione della Commissione, viene considerato molto grave dall’Osservatorio sulla Transizione Ecologica-Pnrr che insieme a tanti altri ha fatto di tutto per impedire questa decisione, compresa una petizione di 160.000 firme.

Solo il Parlamento poteva opporsi alla Commissione. La conferenza di Glasgow, gli impegni del G20 sono stati contraddetti clamorosamente proprio da chi solo alcuni mesi fa aveva affermato la priorità del clima. La guerra in Ucraina è stata l’occasione per passi indietro clamorosi.

Mentre il clima dimostra ogni giorno il suo impazzimento fuori controllo, le sedi politiche e istituzionali che si erano impegnate a metterlo al primo posto, hanno colto l’occasione della guerra per un clamoroso capovolgimento di posizioni.
Si poteva e doveva puntare tutto sulle energie rinnovabili, invece ora c’è la ricerca spasmodica del gas e il rilancio del carbone, dando vita ad una nuova epoca di attacco al clima, ignorando gli allarmi degli scienzati.

Per quanto riguarda il nucleare non solo è in vista una crisi del materiale fissile, ma adesso il parco nucleo-elettrico francese sta andando in tilt per la siccità, mentre la sicurezza delle centrali non ha fatto passi avanti perché la tecnologia di fondo resta la stessa e i depositi delle scorie, soprattutto di quelle pericolose, restano un problema non risolto.

Il governo lussemburghese, quello austriaco e Greenpeace, hanno annunciato di essere determinati a chiedere l’intervento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea per ottenere l’annullamento di questa decisione su gas e enucleare. L’Osservatorio plaude a questa determinazione ed è pronto a partecipare a questa iniziativa.

C’è un patto scellerato tra interessi finanziari ed economici, a partire dalle grandi compagnie che dominano il mercato dei fossili, contro il clima e una Commissione europea debole, incapace di resistere alle lobbies, e i governi nazionali che guardano solo al (presunto) interesse immediato, fingendo di ignorare gli effetti devastanti sul clima di questa tassonomia europea, di fatto alternativa agli investimenti a favore di nuove modalità energetiche compatibili con il clima.

Un folto gruppo di ragazze e ragazzi ha presidiato per giorni il parlamento a Strasburgo. Guardiamo a loro con speranza e ci auguriamo che siano l’avanguardia di una grande mobilitazione che deve ripartire prima possibile, perché è in gioco il futuro di tutti. Il voto del parlamento europeo è un colpo di coda della vecchia Europa degli interessi e del lobbismo, in gioco c’è il senso stesso dell’Unione europea.

Non bisogna arretrare. Non bisogna scoraggiarsi. Occorre rilanciare la mobilitazione. La crisi climatica, purtroppo, dimostrerà che avevamo ed abbiamo ragione e chi ha scelto gas e nucleare si è assunto gravi responsabilità.

venerdì 8 luglio 2022

Tacciano le armi, negoziato subito

dalla pagina https://ilmanifesto.it/tacciano-le-armi

L'APPELLO DELLA SOCIETÀ CIVILE . Le principali reti pacifiste e delle organizzazioni della società civile del nostro paese hanno deciso di raccogliersi nel cartello Europe for Peace. Con questo appello chiedono congiuntamente che l'Italia si impegni per un immediato cessate il fuoco nel conflitto russo/ucraino e affinché riprendano i negoziati

Europe for Peace 

Verso una conferenza internazionale di pace 23 luglio giornata nazionale di mobilitazione per la pace in tutte le città italiane

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze per la vita e il futuro delle popolazioni ucraine, ma anche per l’accesso al cibo e all’energia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per l’economia europea e globale.

Siamo e saremo sempre dalla parte della popolazione civile, delle vittime della guerra in Ucraina e dei pacifisti russi che si battono per porre fine all’aggressione militare. Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali che dimostrino la volontà di cercare una soluzione politica alla crisi.

Occorre invece che il nostro paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro.

Bisogna fermare l’escalation militare. Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c ‘è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace, facendo tacere le armi e portando al tavolo del negoziato i rappresentanti del governo ucraino, di quello russo, delle istituzioni internazionali.

La popolazione italiana, nonostante sia sottoposta a una massiccia propaganda, continua ad essere contraria al coinvolgimento italiano nella guerra e a chiedere che si facciano passi concreti da parte del nostro governo e dell’Unione Europea perché sia ripresa con urgenza la strada dei negoziati.

Questo sentimento maggioritario nel paese è offuscato dai media mainstream ed è non rappresentato nel Parlamento. Occorre dargli voce perché possa aiutare il Governo a cambiare politica ed imboccare una strada diversa da quella attuale.

Per questo – a 150 giorni dall’inizio della guerra – promuoviamo per il 23 luglio una giornata nazionale di mobilitazione per la pace con iniziative in tutto il paese per ribadire: TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!

Per adesioni: segreteria@retepacedisarmo.org

Per comunicare le iniziative: Sbilanciamoci – Europe for Peace

 

Prime Adesioni:

Rete Italiana Pace e Disarmo (con le sue aderenti Accademia apuana della pace – ACLI – AGESCI – ALTROMERCATO – Ambasciata democrazia locale – ANSPS – AOI – Associazione di cooperazione e di solidarietà internazionale – Archivio Disarmo – ARCI – ARCI Bassa Val di Cecina – ARCI Servizio Civile aps – ARCS – Associazione Papa Giovanni XXIII – Associazione per la pace – AssopacePalestina – AUSER – Beati i costruttori di Pace – Casa per la pace di Modena – CDMPI – Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale – Centro Studi Difesa Civile – Centro Studi Sereno Regis – CGIL – CGIL Padova – CGIL Verona – CIPAX – CNCA – Commissione globalizzazione e ambiente (GLAM) della FCEI – Conferenza degli Istituti Missionari in Italia – Coordinamento Comasco per la Pace – Coordinamento pace in comune Milano – Emmaus Italia – FIOM-Cgil – FOCSIV – Fondazione Angelo Frammartino – Fondazione Finanza Etica – Forum Trentino per la Pace e i diritti umani – Gruppo Abele – IPRI – rete CCP IPSIA – Lega per i diritti dei popoli – Legambiente – Libera – Link – coordinamento universitario – Link2007 cooperazione in rete – Lunaria – Movimento europeo – Movimento Internazionale della Riconciliazione – Movimento Nonviolento – Nexus Emilia Romagna – Noi Siamo Chiesa – Opal Brescia – Pax Christi Italia – Percorsi di pace – Rete degli studenti medi – Rete della conoscenza – Tavola sarda della pace – U.S. Acli – UDS – UDU – Un ponte per… – Ventiquattro marzo)

Campagna Sbilanciamoci ! 

ActionAid, ADI Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI–Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, ICS–Consorzio Italiano di Solidarietà, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA–Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Reorient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un ponte per…, WWF Italia

#StopTheWarNow

Comunità Papa Giovanni XXIII, Pro Civitate Christiana, FOCSVI, AOI Cooperazione e solidarietà internazionale, Rete Italiana Pace e Disarmo, Libera contro le Mafie, ARCI, ARCS, ARCI Solidarietà, Insieme verso Nuovi Orizzonti, Forum Terzo Settore, Paxchristi Italia, Beati i costruttori di pace, ACMOS, Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, Un ponte per, Fair Watch COSPE, Gruppo Abele, Terre des Hommes, Mediterranea, CEFA, AVIS, CGIL Nazionale, Fondazione RUT, G.A.V.C.I., CELIM, Per un nuovo welfare, RESQ – People saving people, Come Pensiamo – Etnografia e Formazione, Portico della Pace, M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione, 6000 Sardine, Movimento Nonviolento, Movimento dei Focolari – Italia, Nove Onlus, Centro Studi Sereno Regis, Emmaus Villafranca, CulturAmbiente, Agronomi Forestali Senza Frontiere, Serviens in spe, Associazione Iqbal Masih OdV, CEDEUAM – Università del Salento, Centro Pace, Ecologia, Diritti Umani – Rovereto, Extinction Rebellion, Albero di Cirene OdV, FMSI, Gioventù Federalista Europea, Casa dei Diritti sociali – Valle dell’Aniene, Associazione sulle Orme OdV, ECPAT Italia, Legambiente Airone APS, CIPAX, Associazione il Manifesto in rete, Hiroshima Mon Amour, IED, PACHAMAMA, Associazione Onlus Lumbe Lumbe, Comunità dell’Arca, CESC Project, Fondazione Arché, Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS), Comitato Riconversione Rwm, Italia che Cambia, IRIAD, Medicus Mundi Italia, New Humanity, Rete Welcoming Asti, APRED, Istituzione Teresiana Italia, Sale della Terra, Piccoli Comuni del Welcome, Fondazione Capodanno in Paradiso, Una Proposta Diversa, Manifattura Saltinbanco, Associazione Mare Aperto, Movimento di Volontariato Italiano, Slaves No More, ProgettoMondo, Raccontincontri, Radio Popolare, La Coperta di Yusuf – Ponente Ligure, Social Street fornaci, Terzo Millennio, Laici Missionari Comboniani, ASC Aps, Associazione Sentieri di Pace, Libera Voce, Vite in Transito – Associazione multiculturale Onlus, AFL, Comunità Cristiane di Base Italiane, Consiglio Nazionale dei Giovani, Mondo di Comunità e Famiglia, Vittoria, Associazione Giovanni Paolo II, Cooperativa sociale Terra dei Miti, Il Sogno Cooperativa Sociale, AMMP – Associazione Maria Madre della Provvidenza, Agency for Peacebuilding, Socie e Soci di Bancaetica Verona, MOCI, CSVnet, La Voce, Consorzio ONG Piemontesi, NOVA OdV, CNESC, UILDM, International Action, Giuristi Democratici, World Union of Catholic Women’s Organization (WUCWO), ADL Zavidovici, Altreconomia, Parco di Monte Menola Pontecorvo, Federazione Nazionale Pro Natura, I Ricostruttori nella Preghiera, UISP APS, Lucy Associazione, Marche Solidali, Rivolti ai Balcani, WWF Sicilia Centrale, Forum Antirazzista Palermo, Associazione Forneletti, Volontari nel Mondo RTM, Namasté, Amici dei Popoli, Gruppo Trans, AEres Venezia per l’altraeconomia, Popoli Insieme, CONSCOM, Fondazione Amore Libertà, Solidarietà Alpina, Nigrizia, Circolo Laudato Sì, Milazzo, Matumaini Speranza Onlus Associazione di Solidarietà, ForumSaD, AGESCI Zona Valdarno, Toscana, UniTwin, Cattedra UNESCO “Diritti Umani, Democrazia e Pace”, Università degli Studi di Padova, Sapori Reclusi, Centro di Ateneo per i diritti umani Antonio Papisca, Circolo Laudato Sì – Pontedera – Valdera, Solidarietà Vigolana, IR, Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Mani Tese – Vico Equense, Il Colibrì Monselice, Associazione di ricerca e sostegno alla società civile afgana, Tavolo della Pace – Carugate, CISV, Luce e Vita, Fondazione Romano Cagnoni, OK! Mugello, Il Tulipano Bianco, Forgat Odv, Pace Disarmo Coordinamento Provinciale di Belluno, AES-CCC Organismo di Cooperazione Internazionale, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Mondo di Comunità e Famiglia, Fair, Gruppo Solidarietà, 99 percento, NEXUS Emilia Romagna, Semi di Pace, Parallelo Associazione Culturale, Fondazione Ebbene, Mondo Roverso, To the border, MOCI Cosenza, Tavola della Pace e della Cooperazione, Fondazione Punto Missione ONLUS, Comune Info, MAG, Marco Mascagna, Benvenuti in Italia, Ukrainian Education Platform, Leadership and Ministry, Caritas-Lviv UGCC

ANPI,
Associazione Salviamo la Costituzione,
Casa Internazionale delle Donne,
Centro per la Riforma dello Stato,
Cospe,
Fondazione Lelio e Lisli Basso,
Movimento dei Focolari Italiani,
Associazione Paese Reale,
Baobab Experience,
UP – Su la testa,
Portico della Pace di Bologna,
Oltre il Pregiudizio per i Diritti Umani aps,
Campagna Oltre il Pregiudizio,
Liberacittadinanza,
La Casa dei Diritti Sociali della Valle dell’Aniene,
Arci Servizio Civile Pisa Aps,
ASC Pontedera,
Arci Servizio Civile Toscana APS,
WILPF Italia,
Anpi Vittorio Veneto,
Circolo Culturale ARCI Rossi da Brodo APS

 

martedì 5 luglio 2022

È scontro tra blocchi e la neutralità diventa movimento necessario

dalla pagina https://ilmanifesto.it/e-scontro-tra-blocchi-e-la-neutralita-diventa-movimento-necessario 

Tornano conflitti tra potenze, nostalgie imperiali, rilancio d’un impero in decadenza: tutto questo costringe molti Paesi a schierarsi. Eppure sono esistiti i Non-Allineati.  

Neutrale non significa non prendere parte, ma avere un ruolo attivo: il «neutro» come terza possibilità, come superamento del conflitto per dirla con Roland Barthes

Nehru, Nkrumah, Nasser, Sukarno and Tito in New York, Settembre 1960
 

Tonino Perna

Il ritorno della contrapposizione-scontro tra grandi blocchi, il riemergere di nostalgie imperiali, il rilancio di un impero in decadenza, sta costringendo diverse nazioni in tutto il mondo a schierarsi o con la Nato o con l’asse Russia-Cina e sue appendici. Paesi come Finlandia e Svezia che erano rimasti neutrali durante il periodo della cosiddetta «guerra fredda», hanno saltato il fosso e son finiti nella gabbia della Nato, rinunciando ad un loro, encomiabile e storico punto di riferimento: essere Paesi che accolgono i rifugiati politici e coloro che fuggono dalle guerre.

Come dimenticare il ruolo politico giocato dalla Svezia del premier Olof Palme, grande figura di costruttore di ponti di pace, leader prestigioso del partito socialdemocratico, fatto fuori in circostanze misteriose in cui non è escluso il ruolo di servizi segreti stranieri. Chi si ricorda della Jugoslavia di Tito, leader del Movimento dei Paesi non Allineati, che nasce a Belgrado nel settembre del 1961, e vede tra i fondatori l’India di Nehru, l’Egitto di Nasser, l’Indonesia di Sukarno.

Un Movimento che nasceva dichiarando la sua opposizione al colonialismo, imperialismo e neocolonialismo, rivendicando il diritto a non doversi schierare con un uno dei due blocchi.
Certo, esiste ancora il Non-Aligned Movement (Nam), conta sulla carta circa 120 Stati, ma chi lo sa? Chi se n’è accorto durante tutte le guerre che si sono succedute dopo la caduta del muro di Berlino? Che ruolo ha oggi in questa maledetta guerra in Ucraina? D’altra parte se il presidente del Nam è l’attuale premier dell’Azerbaigian, coinvolto in un conflitto estremamente rischioso come quello del Nagorno-Karabakh, che è ripreso proprio in questi mesi, come sperare che possa avere un ruolo di super partes, di leadership dei Non Allineati? La scomparsa nei fatti del Movimento dei Paesi non Allineati è una grave perdita per il futuro dell’umanità. Purtroppo, ne dobbiamo prendere atto.

La neutralità è diventata una condizione sempre più difficile da mantenere. Neutralità non significa solo non prendere parte, non schierarsi, ma può avere un ruolo attivo nel superamento dei conflitti. Il «Neutro come terza possibilità, come superamento del conflitto, per dirla con Roland Barthes che per un biennio ha tenuto un Corso su questa categoria al Collège de France (1977-78), edito in Francia nel 2002 ed oggi pubblicato in Italia da Mimesis. La neutralità, dunque, non è il Limbo, un non luogo sospeso nello spazio e nel tempo, ma un non accettare questo disordine mondiale, cercare ostinatamente un’altra strada che non passi dalla logica dei nazionalismi che si autoalimentano. Significa non interiorizzare una visione del mondo come lotta tra il Bene e il Male Assoluto, non vedere lo scontro attuale, come denuncia chiaramente papa Francesco, come uno scontro tra il demonio Vladimir Putin e l’arcangelo Joe Biden. Neutralità non vuol dire indifferenza, ma cercare di mantenere una lucidità di analisi e cercare ostinatamente di non farsi ingoiare da questa spirale dettata dallo scontro tra superpotenze.

In questo scontro, che si gioca a più livelli, l’Unione europea è schiacciata e la Sinistra non ha più voce in capitolo se non ritrova una alternativa visibile e credibile, a partire dalla difesa del diritto di asilo per i rifugiati politici. La stessa sinistra socialdemocratica che nei paesi scandinavi ha avuto il suo faro, verrà sotterrata da questa scelta infame che baratta la vita dei rifugiati politici curdi con l’entrata nella Nato. Come si fa ad accettare il ricatto di un dittatore come Erdogan e poi parlare di difesa dei valori democratici contro le dittature. Come si possa abbandonare il popolo curdo che ha combattuto in prima fila contro l’Isis indicato dall’Occidente per un lungo periodo come il Nemico numero Uno? Come si possa permettere che l’esercito turco entri in territorio siriano e massacri impunemente un popolo che vi abita secoli? L’inviolabilità delle frontiere vale solo per l’Ucraina?

Non dimentichiamoci mai che il fascismo nasce in Italia con la rottura della «neutralità» del Partito socialista che Mussolini, da direttore dell’Avanti, ruppe abbracciando il movimento «interventista» nella Prima guerra mondiale. Chi oggi pensa che non ci siano alternative alla continuazione della guerra in Ucraina, e rivendica il ruolo dell’Italia in questa guerra, si pone in continuità con quella cultura.

sabato 2 luglio 2022

primolunedìdelmese: La guerra glocale

dalla pagina https://ans21.org/semina-e-raccolto/primolunedidelmese

primolunedìdelmese
Anno XXV - Incontro n. 193 / 20° virtuale
 
lunedì 4 luglio  2022 ore 20:30

Diretta Facebook e YouTube

 

La guerra glocale
che dall'Ucraina investe il mondo:
la globalizzazione è finita?
Sì, forse, anzi no...
Dati, ipotesi e scenari
 
Ne parliamo con
Vincenzo Comito
economista, ha insegnato finanza aziendale all'Università di Urbino e lavorato per molti anni nei principali gruppi industriali italiani; autore di numerosi saggi in materia; tra i promotori di Finanza Solidale, collabora con la campagna Sbilanciamoci!

Discussant
Francesco Bochicchio

avvocato, esperto di sistemi finanziari

Vladimiro Soli
sociologo

Moderatore
Marco Cantarelli