lunedì 12 luglio 2021

Le testimonianze di ciò che avvenne a Genova nel 2001

dalla pagina https://www.peacelink.it/storia/a/48596.html

Noi gridiamo: "Ma siamo pacifisti, non potete prendervela con noi!". E loro: "Ma che pacifisti di merda!". E giù manganellate. Qui vengono riportate le testimonianze che furono inviate a PeaceLink in quei drammatici giorni di luglio del 2001.

Fonte:

https://web.archive.org/web/20030225051349/http://www.peacelink.it/genova/testimonianze/t1.html

All'altezza di piazzale Kennedy

Venerdì 20 luglio, poco dopo le 13, mi trovavo all'altezza di piazzale Kennedy, all'entrata delle strutture del Genoa Social Forum, ormai pressoché deserto. A circa 100 metri a levante (via Rimassa) arrivava la testa del corteo provveniente da Piazza Paolo da Novi che aveva già percorso via Torino "accompagnato" dalle azioni dei cosiddetti Bleck Block. Mentre il corteo, con in testa i Cobas, si fermava e in parte rientrava nell'area del GSF non più di VENTI persone vestite di nero spaccavano sistematicamente tutte le vetrine dei portici immediatamente a levante di Piazza Rossetti. La polizia, schierata a circa 200 metri di distanza (subito a ponente di Piazza Rossetti) assisteva assolutamente immobile e senza muovere i mezzi blindati che aveva alle spalle. Il corteo era fermo, non partecipava alla distruzione, le persone con cui ho parlato erano allibite. La scena si è protratta per una decina di minuti. Non si sapeva ancora che in altri punti della città ci sarebbero state cariche su persone pacifiche ed inermi.
E.G. Imperia

Pacifisti picchiati dalla polizia

Quelle che seguono sono alcune considerazioni e una breve cronaca di una parte del corteo dello spezzone della Rete di Lilliput Trentino basate su quanto gli occhi hanno potuto vedere, e il corpo toccare.

Innanzitutto due parole sul cosidetto 'black bloc', nome mediatico così simile a uno snack e, come gli snack, non sai mai quello che contiene: gruppucoli di chasseurs D.O.C., ma, secondo molte testimonianze, ci dicono anche filmate, veri e propri infiltrati al servizio delle forze dell'ordine, con l'ovvio scopo di dividere i manifestanti, creare incidenti allo scopo di giustificare una brutale repressione poliziesca su tutto il corteo (come è accaduto), screditare il movimento globale fatto di centinaia di migliaia di persone venuto a Genova per manifestare contro una politica economica, in gran parte USA, che nel mondo provoca milioni di vittime e disastri ecologici. Ed in effetti alcuni tic di questi disfattivisti rivelavano per lo meno qualcosa di strano: a cominciare dal look mediatico così troppo preciso e omologato a un luogo comune: berrettino similana nero, fazzoletto tipo bandana che da metà naso scendeva fino alla gola, camicia o maglioncino rigorosamente nero, un po' di libertà lasciata ai pantaloni, scarpe o tipo anfibio o agili nikers, tra le quali perfino qualche paio di Nike. In mano, come da copione, bastoni, assi di legno. Un rigoroso cliché estetico che prendeva poi forma nell'infrangimento di auto e qualche vetrina di banca, come se i crimini di queste (speculazione sulle spalle dei paesi più poveri, amplissimi finanziamenti al mercato delle armi, eccetera) si potessero annientare distruggendo loro un vetro uno sportello bancomat, tutte cose tra l'altro coperte dalle assicurazioni che queste banche sicuramente avranno.

Ma anche dando per buona la genuinità di questi folkloristici personaggi, nulla giustifica la violenza delle forze dell'ordine su TUTTI i manifestanti, dai più pacifici dei pacifisti agli autonomi, agli anarchici, passando per partiti politici, i sindacati, i lavoratori curdi, greci, i gruppi tematici italiani e stranieri, e tutte le centinaia di realtà diverse che animavano il corteo. E così, non si possono che pensare due cose: o le forze dell'ordine erano impreparate, inesperte, emotivamente fragili, disordinate e scoordinate, o, cosa più probabile, hanno seguito un preciso progetto politico all'(illusorio) scopo di fermare un movimento globale sempre più numeroso, motivato, forte, appoggiato nelle critiche e nelle proposte da gran parte dell'opinione pubblica. Ed è così che si possono spiegare le due situazioni di cui siamo stati testimoni fisici.

La prima c'è stata quando il lunghissimo corteo stava percorrendo il lungomare.
In testa al corteo si vedevano fumi di cassonetti bruciati e molti lacrimogeni che disegnavano in cielo linee curve di fumo, per poi ricadere sui manifestanti in prima linea. Il corteo si ferma, aspetta che gli scontri finiscano prima di ripartire. Qualche passo in avanti, poi molti indietro perché i lacrimogeni sparati dalle forze del (dis)ordine sembrano avvicinarsi. Si indietreggia
lentamente, per evitare la calca, perché la situazione sembra governabile: nelle prime linee ci sono scontri, la polizia vuol far desistere i facinorosi coi lacrimogeni, basta indietreggiare un po', aspettando che i tafferugli finiscano.
Del resto il corteo, decine, centinaia di migliaia di persone, era lontano da queste zone di crisi, sul lungomare, incolonnato. Il nostro spezzone era circa a metà di questo corteo, in un blocco compatto di trentini. Improvvisamente i lacrimogeni sparati sembrano avvicinarsi, si avverte il loro odore, la loro presenza, e s'indietreggia in modo più rapido, finché la situazione degenera in una calca generale, provocata dalle forze dell'ordine che continuavano a lanciare i candelotti sul pacifico corteo che stava indietreggiando per allontanarsi.

E' il caos, la fiumana di persone rende vano ogni tentativo di spostamento incontrollato, i lacrimogeni cadono dal cielo sempre più numerosi, sempre più vicini, indietro, avanti, in mezzo a noi. La pelle brucia, gli occhi bruciano, il fumo blocca il respiro, qualcuno cade a terra, non si sa che fare, dove andare. Una decina di minuti d'inferno. Usciti non so come da quel chaos , siamo rimasti in due, in attesa della prossima sventura nella terra di Colombo. E l'uovo della violenza premeditata delle forze dell'ordine arriva poco dopo, quando parte del gruppo si era ritrovata e attraverso una piccola stradina tremendamente in salita, tipica del paesaggio urbano di Genova, stava cercando di raggiungere gli altri compagni attraverso una via apparentemente sicura.
Giunti in cima alla salita, vediamo arrivare correndo un paio di giovani con caschetto in mano che gridano 'Sparano! Sparano!' dopo qualche indecisione, iniziamo a correre, ma dopo qualche istante arrivano a pericolosa velocità due camionette della polizia che inchiodano davanti a noi. Da esse balzano fuori un gruppo di Rambo armati e imbottiti d'ogni genere di protezione che ci fanno inginocchiare.

Uno di loro grida (ogni cosa che dicevano era un grido animalesco, invasato) in una sorta di romanesco 'Adesso vi facciamo vede' quanto siamo fascisti!'. Molti di noi gridano 'Ma siamo pacifisti, non potete prendervela con noi', o cose inutilmente simili. 'Ma che pacifisti di merda!' è una delle risposte, ci accusano di aver distrutto la città, ci gridano che il compagno morto il giorno precedente l'avevamo ucciso noi. La loro maschia cavalleria risparmia per fortuna le donne, dalle quali ci fanno separare, anche se uno di loro stava iniziando a porgere fiori manganellanti al gentilsesso. 'No, le donne NO!', lo ferma il meno peggio del gruppo. Il che ci fa capire che per noi estremisti violenti di Lilliput la sorte era segnata. A turno ci manganellano ordinatamente sulle braccia, qual che democratico calcio con gli anfibi sulle costole, giustizievoli colpi col parabraccio. Qualche ragazza piange, ma per chi si gira la manganellante democrazia è più solida. Le bandiere multicolori con la scritta 'PACE', sullo sfondo, sembrano guardarci grottescamente.

Ci perquisiscono gli zaini, chiedono i documenti ma poi neanche li guardano.
Intanto arriva un altro gruppo inseguito da un'altra camionetta. Questi, ahimè, erano per giunta stranieri, e subiscono sorta ben peggiore della nostra, perché tentano di scappare. Li buttano sul muro, facce sbattute sul cemento calci che non si contano. A uno di loro viene trovata una maschera antigas (ce l'avessimo avuta anche noi, quando i lacrimogeni piovevano in mezzo al corteo!), i calci lo colpiscono in faccia, il manganello sembra un battipanni sui capi che a Genova non si potevano stendere. Un ragazzo reo di avere i capelli rasta viene sollevato per i capelli e preso a calci da tre di questi robocop statali, al grido di 'Questo è da parte di Genova'. Un altro viene trovato con un oggetto atto ad offendere, ovvero una maglietta di Che Guevara: 'Hai la maglietta del Che, eh?' e giù altre prove di democrazia e di controllo della situazione.
Ringrazio l'ignoranza di questi bambocci che non si sono accorti che la mia maglietta, in inglese, era contro McDonald's.

E così, sotto la minaccia di un'altra carica, e forse grazie alle grida di alcuni abitanti ('Bastardi picchiatori!', simili) accorsi al balcone, ci lasciano fuggire. E chissà quante situazioni simili o peggiori in giro per la città, pensiamo. Al di là delle manganellate d'occorrenza, la cosa che più ci ha lasciato stupefatti, era l'odio che portavano dentro, la rabbia, gli occhi fuori dalle orbite con le pupille ristrette, in una situazione non certo di guerriglia urbana. Ci piacerebbe sapere qual è il training di questi personaggi così simili a cocainomani, a buttafuori di discoteca imbottiti di anfetamine. Ci piacerebbe sapere come lo stato, le forze dell'ordine, li addestrano, li istigano a simili stati alterati di coscienza. Speriamo che qualcuno, da qualche parte, abbia documentato queste gratuite violenze. Ad alcuni di noi, pur non avendo fatto fotografie, è stata presa la macchina fotografica, tolto il rullino, gettato via l'apparecchio.

Ma cosa rimane, dopo aver fatto questo rendez-vous con la democrazia del governo Berlusconi fatta di lacrimogeni e manganellate? Da una parte amarezza, perché sia che si sia trattato d'imprudenza, esaltazione, impreparazione, che di astuta e vigliacca premeditazione, si tratta comunque di una sconfitta per la democrazia. D'altra parte, la certezza che non sarà qualche livido color mare o un po' di bruciore agli occhi a cambiarci la testa. La manifestazione di Genova ci ha fatto capire due cose: che siamo in tanti e che da parte degli stati non c'è volontà di dialogo, al di là di un nauseante buonismo di facciata fatto di vuote parole o sterili discorsi sui poveri. I lacrimogeni disperdono un corteo, ma le idee e la determinazione sono sempre al loro posto. I morti e gli sfruttati nel sud del mondo, la distruzione di natura e cultura sono sempre in atto, e vivono nei sorrisi inebetiti degli 'otto grandi' inebriati dai flash e dei grandi , e unici, interessi economici che difendono. A loro la triste constatazione che per tutti noi (tranne ovviamente che per i finti black bloc visti dare ordini alle forze del (dis)ordine ) il controvertice non era che un appuntamento. Il nostro terreno, imbattibile, è l'azione quotidiana. Ad essa brindiamo.

"Animali" spinti verso i manifestanti

La mia modesta testimonianza su quello che ho vissuto in prima persona a Genova: ad ognuno le sue conclusioni.

Ore 11.30, arriviamo a Nervi con qualche preoccupazione dopo quello che era successo il giorno prima, ma determinati a manifestare pacificamente le nostre idee. Da Pisa una carovana di 15 autobus, ma sull'autostrada una carovana senza fine di autobus da ogni parte di Italia.
C'è il sole, una giornata splendida, tantissima gente si mette in fila per raggiungere il punto di partenza della manifestazione in piazza Sturla, ma in realtà siamo già in corteo tanta è la gente che si mette in marcia dal punto di sbarco dagli autobus.
Una mezz'oretta e siamo in piazza Sturla: davanti a noi un serpentone di cui non si vede la testa, dietro noi un serpentone di cui non si vede la coda. La preoccupazione non c'è più: siamo tanti, nessun casco, nessuna spranga, niente di niente. Un elicottero dei carabinieri volteggia ininterrottamente su di noi a vegliare che tutto proceda senza disordini, i pochi genovesi rimasti si affacciano alle finestre e ci salutano simpaticamente, l'atmosfera è rilassata e gioiosa. Come può succedere qualcosa in questo contesto?
Ad un certo punto vediamo un camioncino un centinaio di metri avanti a noi, fermo in mezzo al serpentone. Intorno tanti 'punti' gialli, rossi e blu... sono caschi; Marco borbotta la sua perplessità, non gli piace. Ci avviciniamo, loro sono fermi (forse 100-150 persone?), il corteo gli sfila davanti ai lati. Gli elicotteri della polizia (se n'è aggiunto uno) continuano a volteggiare. Ci avviciniamo ancora, diventa chiaro che da quel camioncino si stanno scaricando altri caschi, spranghe, brandine da utilizzare come scudi, maschere anti-gas. La nostra preoccupazione aumenta, così come quella di tutti i gruppi che continuano a sfilare ai lati cercando di mettere quanto più spazio possibile fra il corteo pacifico e chi assai evidentemente è qua con ben altre intenzioni. Ci guardiamo intorno, gli elicotteri continuano a volteggiare e filmare, ma non si vede né polizia, né carabinieri, niente di niente; e intanto il camioncino ha finito di scaricare e sta facendo manovra per tornare indietro e dileguarsi; la sera apprenderemo dal TG3 che quel camioncino è stato fermato e sequestrato (lo riconosciamo perché il TG3 mostra le immagini filmate da uno degli elicotteri che volteggiava sopra di noi), ma quando ormai vuoto ha già fatto il suo dovere di rifornire gli 'animali'. Qualcuno apostrofa gli 'animali', qualcun altro si chiede se non sarebbe il caso di intervenire noi corteo pacifico visto che le forze dell'ordine a quanto pare hanno deciso di non intervenire. Ma che possibilità abbiamo noi pacificamente disarmati e completamente impreparati a qualsiasi tipo di violenza? Ci sono vecchi, giovanissimi, qualche handicappato in carrozzina; con che coraggio possiamo pensare di fermare 100-150 'animali' pronti a dare battaglia? E se scoppia il casino qua chi interviene a difenderci? La preoccupazione comincia ad aumentare e con essa la rabbia verso gli 'animali' ma anche verso chi dovrebbe difendere il diritto democratico di manifestare pacificamente, e invece ha deciso di limitarsi ad osservare dall'alto.
Cerchiamo di allontanarci più possibile, ma ad un certo punto non è più possibile andare avanti, siamo in coda al corteo; qualcosa dobbiamo fare; e allora organizziamo un cordone umano che isoli il corteo pacifico da infiltrazioni probabilissime di 'animali' provocatori da dietro e riusciamo a mantenerci ad una ventina di metri dagli 'animali'.
Cerchiamo di ritrovare tranquillità; dei simpaticissimi anziani genovesi ci gettano acqua da un balcone; è caldissimo e dal corteo parte un applauso; dalla strade laterali sulla destra (a sinistra abbiamo un muro che con un salto di 6/7 metri ci divide dalla spiaggia) vediamo muraglie di poliziotti a qualche centinaio di metri. Allora ci sono!
Passiamo davanti ad una caserma dei carabinieri: qualcuno abbozza un 'assassini, assassini', ma niente più; e allora di nuovo la preoccupazione comincia a lasciare spazio all'ottimismo e alla soddisfazione di essere in tantissimi a manifestare pacificamente le nostre idee.
Cominciamo a non preoccuparci più di tanto degli animali alle nostre spalle: in fondo il cordone funziona, infiltrati non ce ne sono e la distanza fra noi e loro è tale da permettere agli elicotteri che ininterrottamente (e giustamente!) continuano a volteggiare e filmare sopra di noi di vedere chiaramente la differenza fra gli 'animali' dotati di caschi colorati, spranghe, brandine e noi corteo pacifico.
Si canta, si prende il sole, si procede lentamente, di tanto in tanto si sbircia in coda e ci si tranquillizza; qualcuno comincia a parlare di tafferugli in piazza Kennedy, un paio di chilometri davanti a noi, ma rimaniamo ottimisti e fiduciosi. Certamente altri gruppi di animali, ma
certamente isolati dal resto del corteo, quindi facilmente identificabili e attaccabili dalla polizia.
Il corteo si arresta (evidentemente ritardato dai tafferugli in testa), ci sediamo.
Intanto alla nostre spalle qualcosa succede: la polizia si è finalmente schierata scendendo da una strada laterale. Ovviamente si posizionerà fra la coda del corteo pacifico e gli animali isolandoli e disperdendoli; tanto più che gli elicotteri sono ora molto bassi sopra gli animali e certamente stanno dirigendo le operazioni dall'alto.
Davanti a noi vediamo solo gente seduta, almeno fin dove possiamo arrivare con lo sguardo, dal momento che qualche centinaio di metri più in avanti la strada curva leggermente sulla destra, o almeno così pare.
Inspiegabilmente (almeno fino a quel momento…) qualche organizzatore del GSF comincia a parlare con il corteo dai lati, in modo che tutti sentano: dicono di come comportarsi in caso di lacrimogeni, di non farsi prendere dal panico, di come respirare, di come ridurne l'effetto, ecc. ecc.
Molti si guardano pensando: ma che cavolo ci viene a raccontare? Gli 'animali' sono dietro isolati, noi siamo seduti tranquilli e pacifici (e d'altra parte anche se fossimo in piedi ben difficilmente dagli elicotteri potrebbero pensare che abbiamo intenzioni bellicose), quindi si tratta di aspettare che in piazza Kennedy la polizia disperda gli 'animali' e la marcia riprenderà. Unica preoccupazione, il sole a picco e l'acqua che comincia a scarseggiare, ma sopravviveremo! 
Poi, improvvisamente del fumo qualche centinaio di metri avanti a noi; restiamo seduti, non realizziamo, ma qualcuno comincia ad urlare 'alzate le mani, alzate le mani'. Le alziamo capendone fino ad un certo punto il motivo: a chi dovremmo arrenderci e per cosa?
Però comincio a guardarmi intorno; a sinistra il muro a picco sul mare, a destra un muro a picco verso case qualche metro più in alto; davanti non si può procedere, dietro la polizia che isola gli animali (o almeno è quello che pensavamo); non gli verrà mica in mente di lanciare lacrimogeni?
Ma perché poi dovrebbero? Però il fatto che ormai sia chiaro che qualche centinaio di metri davanti a noi stiano gettando lacrimogeni non ci lascia completamente tranquilli; ma piazza Kennedy non è qualche chilometro distante da noi?
Ad un certo punto uno scoppio. Penso: ecco che quelli stronzi 'animali' dietro di noi cercano lo scontro con la polizia gettando un petardo. Poi un altro scoppio, e un altro, e un altro. Il fumo dei lacrimogeni ci avvolge, altri scoppi, uno a qualche centimetro dai miei piedi, fuggi fuggi, non si respira, impossibile tenere gli occhi aperti, urla, non si capisce più niente, non si sa quale direzione prendere; la mia unica preoccupazione tenere Francesca per mano e cercare in tutti i modi di non cadere per non rischiare di finire calpestati. Incredulità, rabbia, paura, sforzo di razionalità per salvare la pelle. Altri scoppi, altro fumo. Corriamo indietro, si urtano altre persone, si rischia di cadere, ma si cerca di correre, sperando di aver preso una direzione sensata.

Altri scoppi, altro fumo, si sente piangere, urlare 'basta, basta', sgomento perché non si sa quanto durerà ancora, gli occhi scoppiano, la pelle brucia da matti, si respira affannosamente. Poi ad un certo punto gli scoppi cessano. Si smette di correre, ci si guarda intorno. Gente che piange, gente che si tiene la testa grondante sangue (i candelotti dei lacrimogeni fanno molto male, specialmente quando te li sparano dagli elicotteri!), gente che urla 'un medico, un medico', gente stesa per terra, un paio di handicappati in carrozzella che si stringono al muro verso il mare piegati tentando di proteggersi in qualche modo. Poi piano piano la testa comincia di nuovo a pensare, e allora ci accorgiamo che ormai i pacifici e gli animali sono lì mischiati, si rivedono di nuovo caschi e bastoni e allora realizzi che la polizia non aveva isolato il corteo dagli animali, ma li aveva spinti verso il corteo! E allora tutte le certezze si sfasciano e lasciano posto all'amarezza e ad una rabbia indicibile ma silenziosa, perché troppo intima per essere espressa, e una miriade di dubbi cominciano ad affacciarsi. Ti riviene in mente il camioncino, ti riviene in mente che te eri lì a manifestare pacificamente, ti riviene in mente che eri lì ad esercitare un diritto democratico garantito dalla Costituzione, ti riviene in mente che per collaborare con le forze dell'ordine hai fatto il massimo che ti si poteva chiedere (isolare il gruppo di animali), ti riviene in mente che in una frazione di secondo ti sei ritrovato da seduto con le braccia alzate a fuggitivo con il gas negli occhi, sulla pelle, nei polmoni ridotto a dover 'animalescamente' ridurti a pensare egoisticamente solo a te stesso per non fare la fine del topo.
Tralascio il seguito della mia giornata, fra cui il fatto che dopo tutto quello che era stato fatto per disperdere il corteo, senza nessuna distinzione fra pacifici e non, gli animali si siano tranquillamente riorganizzati (tanto loro avevano le loro belle mascherine anti-gas,
scaricate da quel fottuto camioncino nella mattinata!) avviandosi su via Zara (in direzione Marassi), dove di nuovo fatti bersaglio di lacrimogeni dagli elicotteri e caricati dal basso dalla polizia hanno sfasciato tutto quello che gli si parava davanti, ma di nuovo con un varco davanti a loro verso cui proseguire nella loro folle marcia violenta con gli elicotteri della polizia a controllare e filmare dall'alto, e i poliziotti dal basso preoccupati di mantenerli incanalati e ormai isolati da un corteo che ormai era sciolto e disperatamente sulla via del ritorno ognuno nell'intimo della propria rabbia e frustrazione.
Mi sono sforzato di riportare quello che ho vissuto: ad ognuno le sue convinzioni.
Personalmente ora più che mai scenderò di nuovo in piazza.
Un abbraccio a tutti quelli che a loro volta l'hanno vissuto sulla loro pelle!

I preparativi del Blocco Nero

Mi chiamo P., scrivo da Perugia. Sono tornato da Genova nella notte dell'infamia, dopo due giorni pieni di esperienze e incontri belli e interessanti, e altri due passati a scappare su e giù per la città, e l'angoscia che ho provato in quei due giorni non mi ha ancora lasciato.
Ero arrivato alle 9 del 18 luglio, perché oltre alle manifestazioni mi interessava molto il Global
Forum; sono arrivato senza problemi all'info point di piazzale Kennedy, dove ho chiesto indicazioni per piazzare la tenda in un posto possibilmente tranquillo
e non troppo distante, a causa delle mie condizioni di salute: ginocchia malandate al punto da non poter più correre, e il morbo di Werlhof, a causa del quale ho valori di piastrine nel sangue tanto bassi che un colpo in testa (per es. una manganellata) ha ottime probabilità di causarmi un'emorragia cerebrale. Di sicuro non sono andato a Genova per fare casino, ma perché, anche se con paura e preoccupazione lo sentivo come un
dovere civico, un imperativo morale.
Sono stato mandato a Valletta Cambiaso, un parco vicino al lungo mare a circa tre km da piazzale Kennedy: appena arrivato mi sono subito reso conto che il campo era autogestito, nessun rappresentante del GSF, e quasi nessuno che parlasse italiano; ho messo la
tenda in uno dei pochi posti rimasti, nel viale centrale del parco, in mezzo a tende e furgoni di
quelli che sembravano i soliti campeggiatori tedeschi, attrezzatissimi e organizzatissimi. Tra di loro il colore dominante era il nero. Erano tranquilli, alcuni di loro mi hanno anche prestato attrezzi per montare la tenda e mi ha un pò stupito il fatto che, mentre io avevo lasciato a casa il martello di gomma per piantare i picchetti per non dare pretesti alla polizia in caso di controlli, loro erano forniti di martelli da carpentiere molto grossi...
Il 19 ho cominciato a chiedermi come mai nessuno di loro usciva dall'accampamento, nessuno partecipava alle attività del Forum, né ne avevo visti ai concerti del 18; poi uno dei miei amici che erano appena arrivati mi ha spiegato che era meglio cambiare posto, che lì in mezzo ci poteva essere gente pericolosa: purtroppo quella sera è venuto giù il diluvio, e ho dovuto rimandare alla mattina. Alle 8 del 20 mi ha svegliato un gran trambusto: intorno a me
iniziavano i preparativi alla battaglia, un centinaio di tute nere intente a prepare protezioni artigianali ma efficaci e leggere per arti e tronco, bastoni, spranghe, tubi, bottiglie; parecchi di loro erano molto giovani, c'erano anche molte ragazze, tutti con una calma incredibile si stavano scrivendo sugli arti i numeri di telefono. Intanto altri Black Bloc affluivano nel campo dall'ingresso nord, credo che in totale fossero un duecento. Ho buttato la tenda com'era
in macchina, ho chiesto a una trentina di loro di spostarsi, e me ne sono andato pensando con tristezza a quanti di loro sarebbero stati massacrati al confine della zona rossa. Ancora non avevo capito che quella gente non era interessata alla zona rossa, e che la gente massacrata sarebbe stata quella pacifica.
Da notare che il 18,il 19 e il 20 i genovesi passavano tranquillamente in mezzo all'accampamento (dove comunque c'era anche tanta gente pacifica, molti di
Attac-France), molti con i cani al guinzaglio, inoltre sono passati quelli del comune e della nettezza urbana, e la mattina del 20 hanno visto quello che ho visto io; infatti il TG2 domenica ha detto chiaramente che i cittadini in questione avevano tempestivamente riferito alle forze dell'ordine dei preparativi alla battaglia, MA NIENTE! Già la mattina del 19 c'era stata una prima scaramuccia all'ingresso nord del parco, e la sera sotto la pioggia un attacco, credo con molotov, alla grossa caserma di polizia che stava a non più di cento metri (!!) da Valletta Cambiaso. A100 metri.
COME MAI LE COSIDDETTE FORZE DELL'ORDINE HANNO FATTO FINTA DI NIENTE? COME HANNO FATTO LE TUTE NERE A USCIRE DAL CAMPO SENZA ESSERE INTERCETTATE? CHE CAZZO FACEVANO GLI ELICOTTERI CHE CI HANNO SORVOLATO CONTINUAMENTE PER TRE GIORNI DORMIVANO TUTTI?
Nemmeno la sera del 20, con tutto quello che era successo, si è pensato di andare a stanare i neri, a quel punto noti a tutti. Ma forse le forze dell'ordine (ah ah) stavano risparmiando le forze per le infamità del giorno e della notte successivi. 

La rabbia di un fotografo

Ciao a tutti! Vi racconto tutto quello che ho vissuto a Genova in questi giorni.
Non ci sono nomi di persone ma solo iniziali: qualcuno di voi si riconoscerà all'interno del racconto.

18/07/2001. Sono circa le 21 quando arriviamo alla stazione di Brignole, sembra tutto molto tranquillo, c'è solo da decidere se andare a dormire al campo sportivo Carlini o allo Sciorba, il primo pare indubbiamente più 'vivace', ci sono le tute bianche, il secondo più tranquillo. Decido con P. di provare a dormire la prima sera nel secondo e in caso passare al Carlini il giorno seguente, per vivere più 'da dentro' la contestazione. Il campeggio non sembra male, ci sono pure le docce e dormire sull'erba mi sta più che bene.
Ma c'è da fare in fretta, a piazza Kennedy ci aspetta il concerto di Manu Chao, l'ho visto solo sei giorni prima, ma non vedo l'ora di essere ancora sotto al palco. Finito il concerto tutti verso i campi sportivi con autobus speciali, ripenso al concerto, se l'inizio è questo mi aspettano 4 giorni favolosi.

19/07/2001. Giovedì, al GSF, si tengono degli interventi sulla globalizzazione, parlano Bovè, Agnoletto e tanti altri, mando un sms ad un'amica: "Qui è fantastico!" Ma ho già quasi finito l'unico rullino che mi ero portato, andiamo con P. a zonzo per la città alla disperata ricerca di un rullino di riserva, durante la caccia riusciamo a trovare un supermercato aperto e facciamo rifornimento di limoni: non si sa mai. Quando oramai non ho più speranze, trovo un piccolo studio fotografico gestito da un simpaticissimo rifondarolo che ci racconta le sue impressioni di genovese sulla città; non ha mai avuto, in 50 anni, il marciapiede di fronte al negozio senza nessuna macchina. Ci dice che il Duce (come chiama lui Berlusconi) toglie addirittura il gas alla zona rossa in certe ore. Ora che abbiamo il rullino ci avviamo verso l'inizio della marcia dei migranti, ci accodiamo ad un gruppo di Attac e conosciamo F. un simpatico siciliano. Sembra che siamo in 50 mila in corteo, vedo la Francescato in testa con i Verdi. Verso la coda vedo Diliberto, preso un po' di mira da qualcuno per il suo appoggio ad un governo complice della 'guerra umanitaria' in Kosovo. La polizia è schierata nelle strade secondarie. Ma non succede niente, è una marcia pacifica al grido di 'Genova libera', 'mutande, mutande' o 'hasta la victoria siempre'. Qualcuno sente sussurrare da qualche forza dell'ordine annoiata 'peccato che siano così pacifici, speravo di rompere qualche ossa'. La sera piove, quindi niente festa e a nanna presto, tutti un po' umidicci.

20/07/2001. E' il giorno delle diverse forme di manifestazione nelle diverse piazze di Genova. Sono impegnato fino all'una con Greenpeace, poi corro verso il centro di Genova. Appena sceso dall'autobus vedo del fumo nero; mi precipito lì con un pass stampa e la mia macchina fotografica, è un auto data alle fiamme. Mi dirigo verso la zona degli scontri, c'è la polizia che lancia lacrimogeni verso un gruppo di circa 500 persone, vestite in nero; poi scoprirò chi sono: i Black Block. Alla carica della polizia questi scappano e al loro passaggio distruggono tutto ciò che trovano (una signora impreca mentre osserva la sua auto rovesciata e data alle fiamme), giungo in una piazza e non riesco più a vederli, chiedo a dei giornalisti, 'si sono divisi', decido di seguire uno dei due gruppi, quello che si infila sotto la galleria che conclude corso Torino e erige barricate al termine di questa, l'altro gruppo, capirò in seguito.. si dirige verso il corteo che proviene dal Carlini. In questi frangenti un poliziotto con una faccia da boia spruzza me ed altri giornalisti con lo spray irritante al peperoncino.. passo 10 minuti di inferno, non respiro, non ci vedo: il limone serve a ben poco. Riesco a raggiungere una fontana ma con l'acqua mi brucia ancora di più. E' facile vedere da dove sono passate le 'tute nere' lasciano una scia riconoscibilissima; riesco ad intrufolarmi tra le barricate alla fine della galleria e a raggiungerli, sono preoccupato di una possibile carica della polizia alle mie spalle ma non succede niente. Uscito dalla galleria comincio a fotografarli mentre si sfogano con i simboli del capitalismo, soprattutto banche e macchine costose, rischio anche un po' perché ad un certo punto mi si avvicina una 'tuta nera' con aria minacciosa 'NO FOTO!!' Obbedisco, per un po'. Continuo a seguirli. Arrivano ad un supermercato, un discount, lo scassinano, entrano e prendono tutto quello che possono, soprattutto da bere e yogurt, molti mi sorridono o mi offrono da bere. Una donna li spinge uno per uno, li picchia, 'è questa la vostra pace?', chiede. Osservo una ragazza, mi sembra faccia parte anche lei del Black Block, ma con lei c'è la madre ad accompagnarla, un normalissimo genitore vestito in modo normale (poteva essere la mia di madre) e che sembra fare solo una smorfia quando osserva la figlia di ritorno dal rifornimento. Molti sono stranieri, ma tanti sono italiani e non vestiti di nero, sembrano quasi gente giunta lì per caso e aggregatasi ai Black Block, altri sembrano lì per caso. Tra i tanti a fare rifornimento nel supermercato ci sono pure dei passanti, un signore sulla cinquantina con due litri di rosso appena presi mi chiede: 'Posso?'. Proseguono passando un ponte e arrivando ad una specie di piazza; qui si fermano, al mio fianco riconosco Ghezzi di Blob con una telecamera in mano e una faccia sconcertata, per tutto questo tempo non c'è un solo poliziotto a seguirli, possono fare tutto ciò che credono. Trovo degli amici anche loro attirati dai disastri del Black Block, mentre le tute nere si disperdono (credo che a questo punto un gruppo si diriga verso la manifestazione di Lilliput e Legambiente, un altro verso il Marassi) decidiamo di raggiungere il corteo delle tute bianche e partecipare alla loro manifestazione. Arriviamo all'incrocio tra corso Torino e corso Buenos Aires, l'inferno. C'è un continuo tira e molla tra forze dell'ordine e manifestanti (che provengono da due vie convergenti e ogni tanto riescono a ricongiungersi, prima di dover indietreggiare e poi tentare di nuovo l'assalto), ho assistito (e subìto) ad altre cariche della polizia contro manifestanti, ma mai niente del genere. I lacrimogeni il più delle volte vengono sparati ad altezza uomo, le cariche sono disordinate e senza senso. Tento di aiutare più manifestanti posso offrendo limone, ad uno anche un elastico per capelli 'con tutti quei lacrimogeni mi stanno diventando zizza'. Anche qui mi sembra che ci sia gente che non c'entra niente con la manifestazione ma che ha solo voglia di fare casino, è li che salta e ride mentre rovescia qualche cassonetto, qualcuno che ha colto l'occasione del G8 per fare un po' di casino e divertirsi con gli amici, ma questi non sono nel vivo degli scontri: ad affrontare la polizia sono altri. Ad un certo punto un cellulare resta isolato e viene preso d'assedio dai manifestanti, ci sono ancora carabinieri al suo interno, che riescono comunque a fuggire, ma quel cellulare è un piccolo trofeo. Mi sposto nelle retrovie delle forze dell'ordine, passa qualche carabiniere che non respira molto bene per tutti i lacrimogeni che ha lanciato, qualcun altro che zoppica per qualche botta. Uno si toglie il casco, avrà si e no la mia età, 21 anni, torna verso gli scontri; poi ci ripensa e torna sui suoi passi. Ad un certo punto acchiappano una tuta bianca, in sei la scaraventano su un portone e cominciano a picchiarla, calci, manganellate, pugni, sono sconcertato, in 20 o 30 persone, tra giornalisti e passanti, cominciamo a chiedere che la smettano, 'basta' urliamo con le mani alzate, lo portano dentro al cellulare continuando a picchiarlo, ho a fianco a me un cameramen del Tg1: "Sto riprendendo tutto", mi dice. Continuiamo a dire di smetterla, a quel punto ci caricano, riescono a dare qualche manganellata a qualcuno, una ragazza è presa da un carabiniere senza casco e tenuta antisommossa ma in uniforme (uno di quelli che davano ordini, ma no so di che grado), viene scaraventata su una panchina e riceve calci e manganellate sulla schiena, le sue grida ci attirano in quella zona. C. le alza la maglia sulla schiena e le versa dell'acqua, ha tre lividi rossi. Gli scontri pian piano diminuiscono, i manifestanti indietreggiano sempre di più spinti dai lacrimogeni e dalle cariche della polizia fino al Carlini. Ritrovo il cameramen del tg1, 'non so se manderanno in onda quelle immagini' dice 'avranno qualche pressione dal ministero'. Per oggi è abbastanza, decidiamo di tornare verso p. Kennedy e lungo la strada troviamo dei passanti che protestano con i carabinieri perché un ragazzo che non c'entrava niente con la manifestazione è stato picchiato dalle forze dell'ordine. Ma con loro non si può parlare, sono esaltati, drogati, parlano solo con il loro casco, la tuta antisommossa e il manganello, non sanno sostenere una conversazione sul piano delle solo parole, gente che ha la vigliaccheria di picchiare un ragazzo in sei contro uno, bastardi che si mettono a picchiare una ragazza che non c'entra un bel niente. Lungo la strada ritrovo F. e P. e comincia a girare la notizia della morte di quel giovane e di una possibile seconda vittima, mi chiamano al telefonino e scopro che la polizia ha attaccato pure i manifestanti di Lilliput. Arrivati a p. Kennedy Agnoletto parla e racconta che anche il corteo di Attac e Rifondazione ha subito lanci di lacrimogeni mentre tornava al piazzale, forse per contratto con la casa produttrice devono spararne un tot al giorno. Gli elicotteri continuano a passare sopra la nostra testa e sono accolti da una marea di indici rivolti al cielo, mentre si alza il pugno quando qualcuno grida vendetta. Gira la voce che le tute bianche stiano ancora combattendo contro la polizia, con altri ragazzi urliamo 'corteo' per liberarle dalle forze dell'ordine, per fortuna Casarini ci informa che sono giunte al Carlini. Pian piano la gente comincia a riunirsi nel piazzale, gli interventi si susseguono sul palco finché una signora racconta le immagini che ha mostrato il tg5 sulla morte del ragazzo, 'gli hanno sparato e gli sono passati sopra con la jeep'. Rabbia, sconcerto, tristezza e voglia di vendetta..

21/07/2001. Mai viste tante persone in una volta sola, osservo il corteo dal suo inizio alla fine, sembra una festa, la gente dalle case lancia acqua fresca sui manifestanti. Arrivato alla fine risalgo velocemente con P. ma arrivati davanti a piazza Kennedy ci accorgiamo che ci sono scontri, non riuscendo a passare ci infiliamo dentro piazza Kennedy, ma anche qui piovono lacrimogeni, ci rifugiamo sugli scogli, c'è altra gente, un ragazzo dell'organizzazione gsf ci assicura che se stiamo lì tranquilli non ci succederà niente. Una ci racconta che il suo ragazzo è stato preso dalla polizia e che non ne ha notizie, non gli permettono di chiamare nemmeno l'avvocato. Passano i finanzieri all'interno del piazzale accompagnando di pari passo la carica dei carabinieri in corso Italia, la gente scappa sulla spiaggia. Tento di andare a fare foto all'interno degli scontri ma un poliziotto mi ferma nonostante il mio pass, quindi decidiamo con P. di aggirare quella zona e risbuchiamo in corso Torino più avanti. Scopriamo che il corteo è stato tagliato in due dalla carica delle forze del disordine, per colpa dei Black Block o no, non si capisce, e che la prima parte del corteo è giunta ignara a destinazione, alcune frange stanno combattendo nei dinorni, e la seconda parte del corteo è bloccata e caricata in corso Italia. Vedo alcuni manifestanti con le mani alzate che tentano di passare davanti alla polizia. Mi dirigo verso gli scontri che restano nei pressi della stazione, la solita galleria è piena di fumo, ma la attraverso e di là trovo due scontri, seguo uno dei due finché con gli idranti e i fumogeni (quanti ne ho respirati in questi giorni) i pochi manifestanti non sono disciolti completamente. Sono esausto, torno verso piazzale Kennedy incontrando sul mio cammino centinaia di manifestanti probabilmente senza meta, sono sconcertato da quello che ho visto in questi due giorni. Con P. decidiamo di andare a Brignole e prendere un treno per Venezia, ho voglia di tornare a casa il più presto possibile, via da questo inferno. In stazione vedo gente che fa festa, ne parlo a P., secondo me non dovrebbero cantare scherzare ridere ballare, c'è un ragazzo che è morto, dovrebbero essere tutti seri e incazzati, quei due poliziotti che girano per la stazione bisognerebbe prenderli in massa e linciarli, mi spiega che l'anima del movimento è comunque questa, che il morto non verrà dimenticato e che comunque alle forze del disordine fa molta più rabbia vederci sempre pieni di energia che tristi e avviliti. Si sente una canzone 'Non ne possiamo più delle divise blu'.

23/07/2001. Chiudo gli occhi e vedo polizia che carica, gli unici sogni che ricordo la mattina sono sempre collegati a Genova, se sento qualche rumore strano penso sempre a qualche fumogeno sparato, non riesco a sopportare la gente che si diverte, la gente che ride vestita bene per le strade, la gente in fila ai negozi che non sa e non ha visto quello che so e ho visto io, non capisco come non gliene possa fregare niente a nessuno di tutto questo. Si è già detto che 1000 o 2000 Black Block, si sarebbero potuti fermare tranquillamente, come li ho visti scorrazzare per Genova senza problemi, altri li hanno addirittura visti parlare con la polizia, e questa invece carica e ammazza di botte le tute bianche colpevoli solo di voler fare una manifestazione pacifica e armati solo del proprio corpo, un casco e un po' di gommapiuma? 

Dal sito censurati.it

Un angolo. Spuntano tre ragazzi, uno capelli cortissimi, alto, grosso fisicamente ma sembra giovane. Un altro molto diverso, capelli tipo rasta, il terzo non lo ricordo proprio, deve essere stato meno appariscente.
Solitamente io non mi spavento, neanche se tre persone così mi sbarrano la strada, e non per le arti marziali fatte, ma perché penso sempre che sono persone, e prese nella maniera giusta, che cavolo, sono riuscita a parlare con tutti, perché con questi no? Invece non erano molto disposti al dialogo, o meglio, si sono imbattuti in me per puro caso, e non si sarebbero fermati se il tizio con i capelli rasta non avesse detto: 'guarda, è della stampa'.
Si gira il tipo più grosso, che sogghigna e tira un calcio. E' il primo! Una volta a terra ne seguono altri e altri e altri, e scopro che... gli anfibi fanno male, ragazzi, ma proprio male. Gli altri due prima ostacolano la via di fuga potenziale e basta, poi guardano, poi un colpetto tanto per gradire.
Trovo il coraggio di dire al ragazzo coi capelli rasta :'Non fate i cretini, sono di sinistra anche io'. Rimangono spiazzati, si fermano un attimo, non si aspettavano che io mi permettessi di dire una cosa simile, forse. E' un'impressione mia. Poi uno dei due, non mi ricordo quale, fa: 'La cintura militare, sei dei loro'.

[...]
Salgo in vespa dietro a Roberto, andiamo a vedere cosa succede a Genova, così, senza meta. Faccio foto in giro, lui guida, vediamo in lontananza un gruppo di gente, ci avviciniamo e proseguiamo a piedi. Più mi avvicino più si respira tensione, voci che urlano, elicotteri, sei camionette dei carabinieri (lo ricordo perché qualcuno mi ha chiamato al cellulare e nel
racconto in diretta di ciò che vedevo, ho contato anche quelle). Io mi ricordo di aver detto qualche parolaccia, non mi aspettavo tutto questo.
Ricordi frettolosi, ma per niente confusi. La città in stato d'assedio. I contestatori ci sono, ma sono dalla parte opposta alla mia, tra me e loro la polizia. Vengo poi a sapere che un ragazzo è morto dieci minuti prima che arrivassi, solo dopo si capirà come, sono solo voci volanti, al momento. E una ragazza è ferita gravemente, poi sembra sia morta, poi falso allarme.
Insomma, una gran confusione. Io cammino, corro, rispondo al telefono, mi chiamano al cellulare tante di quelle persone che mi sento friggere il cervello. Amici che vogliono sapere che sta succedendo (non riescono a credere alle tv), il mio ragazzo, lontano, che sente la mia voce frettolosissima che dico che è tutto a posto (che razza di parole, dire tutto a posto a una persona che vede quelle immagini in tv, e sa che io sono lì in pericolo.. che mi viene da dire? Tutto a posto). Il tutto lo sto registrando. Lanciano lacrimogeni, la mia prima esperienza. Io e un
gruppo di giornalisti siamo divisi dai contestatori perché tra noi e loro c'è la polizia. Sembra tutto fermo, ma i lacrimogeni vanno, io ho paura, tanta, perché vedo sparare dall'alto dei camioncini dei carabinieri, dove sbuca un uomo in uniforme con il fucile puntato nella parte opposta a quella in cui sono io. Un carabiniere a destra, uno a sinistra che spuntano dalle camionette, in mezzo una barriera umana in divisa rivolta verso di noi, che guarda le spalle alle forze dell'ordine. Molte persone urlano 'Assassini!'
'Via!' 'Via la polizia!'. 
Il tutto con gli stessi rumori di sottofondo (spari di lacrimogeni, elicotteri, ambulanze, urla ecc. ecc.). Io sono confusa, frastornata, ma ho la macchina fotografica, devo finire il rullino. La prendo e mi avvicino alla polizia, la distanza è poca, veramente
poca, però vedo che i fucili sono puntati dalla parte opposta alla mia, quindi molto stupidamente penso che non corro pericolo (grosso errore avere di questi pensieri dove c'è appena stato un morto sparato), solo dopo mi rendo conto dopo che non ero in me, non ero lucida. Prendo la macchinetta, metto a fuoco il primo carabiniere, sulla destra, macchinetta, temporeggio se metterla orizzontale, verticale. Praticamente me la sto pendendo comoda, panico praticamente nullo, sono calma, troppo! Clic! Poi mi metto di fronte alla barriera umana e posiziono con la stessa calma la macchinetta, con una tranquillità che se ci penso adesso sto male, perché so che non ero in me, che rischiavo e neanche sapevo di farlo. Mi sveglia una voce, forse Roberto, forse qualcun altro, non so, mi urlano 'Antonè, scappa, allontanati'!. Mi giro e vedo che si sono allontanati tutti, e io penso: 'Non posso farmi fregare e sequestrare la macchinetta'.
Giro i tacchi e vado, scappo a nascondo la macchinetta, poi però torno sul posto. Incoscienza, non lucidità, panico. Situazioni che non si regolano. Lì incontro una ragazza, di rete Lilliput, Sconvolta. Stavano manifestando pacificamente, mani alzate, urlavano NON VIOLENZA stando fermi, poco lontano i black blocs che si avvicinavano. Li hanno fatti avvicinare, e poi la polizia ha caricato sui ragazzi di rete Lilliput e non torcendo un capello
ai black bloc. La ragazza era sotto shock, io quasi. In ogni caso queste sono cose che
lasciano il segno.

Un ragazzo il giorno dopo, era sul treno per Sestri Levante con me un ragazzo, occhio tumefatto, sangue seccato tutto intorno alle orecchie, dito fratturato. Disperato perchè non sapeva a chi denunciare le cose che aveva subito. Gli dico di parlarne a me, se gli va, forse nel mio piccolo, da giornalista, posso aiutarlo. Mi dice che è un volontario del primo soccorso, stava nella jeep loro, pronto ad essere d'aiuto in casi di emergenza. Un poliziotto lo tira fuori dalla vettura e inizia a dar giù di manganello. Ridotto malissimo, il ragazzo va al pronto soccorso, dove si troverà di nuovo a contatto con due poliziotti, che lo privano di portafogli e cellulare, poi stendono il verbale scrivendo 'trovato sprovvisto di documenti', si spartiscono il denaro e prendono anche in giro il ragazzo. Il suo commento finale: 'e adesso a chi lo dico? alla polizia?'.

Strattonato per aver aiutato una donna

Venerdì 20 luglio 2001. Era finito l’assalto dei Black Blocs ai poliziotti in fondo a via Assarotti verso la zona rossa e noi manifestanti pacifici, che avevamo cercato di difenderli dall’attacco mostrando le mani bianche, discutevamo con i poliziotti con cui oramai si era allentata la tensione. Stiamo per andarcene e alcuni di loro iniziano a togliere i nostri striscioni pacifici attaccati alle cancellate della strada. Mi rivolgo ai poliziotti per dire di lasciare stare le nostre bandiere, i nostri colori, le nostre frasi che sintetizzano la voglia di giustizia e di un nuovo mondo possibile. Uno di loro subito mi minaccia, mi offende, mi spintona e scalciona. Io non reagisco, mi giro, vedo una donna che fino a poco fa li difendeva dagli attacchi dei black e ora era circondata da 5-6 poliziotti che la insultavano e la colpivano. Alcuni le gridavano che volevano arrestarla. Lei impulsivamente reagisce. Mi avvicino per portarla via, per dirle di non reagire, per difenderla. Uno di loro con violenza inaudita mi prende da dietro, mi straccia la maglietta, mi da’ un calcio e mi sbatte lontano. Io ancora non reagisco, cerco di mantenere la calma, mi allontano, impotente di fronte alla carica e alla violenza gratuita.
Me ne vado con lo sdegno e la rabbia di ritrovarmi offeso dalla violenza e dal tentativo evidente di mascherare il nostro impegno pacifico, importante, deciso, di credere e di lavorare per un mondo migliore. Voglio con assoluta fermezza deplorare ogni episodio e ogni ricorso alla violenza da qualsiasi parte provenga, e allo stesso tempo denunciare duramente una situazione gravissima che riguarda l’operato delle forze dell’ordine colpevoli di avere caricato i manifestanti pacifici, di avere fatto una irruzione vergognosa all’interno del Genoa Social Forum e di avere permesso a interi gruppi di teppisti di girare liberamente e sfasciare la città. Siamo di fronte a fatti, testimonianze di una pericolosità inaudita. E’ in gioco la civiltà e la democrazia stessa del nostro paese. Per questo dobbiamo essere di nuovo in piazza a manifestare che non ci fermeremo, che andremo avanti con le nostre idee e che non ci fermeremo di fronte alle barbarie che si stanno compiendo. E’ cominciato il tempo di una nuova resistenza, per la giustizia e la libertà di essere cittadini e non sudditi. Con la nonviolenza, anche a costo di pagare di persona.


Note: QUESTA PAGINA WEB VERRA' AGGIORNATA RACCOGLIENDO NUOVE TESTIMONIANZE.

Link di approfondimento

PeaceLink, raccolta di materiali su Genova 2001
https://www.peacelink.it/genova2001/index.html

G8 di Genova 2001: l’Italia riconosce le sue colpe
“Di fronte al giudicato penale è chiaramente il momento delle scuse”. Era il 6 luglio del 2012 quando l’allora capo della polizia, Antonio Manganelli pronunciò queste parole. Undici anni dopo il G8 e la vergogna di Bolzaneto, delle violenze, delle torture.
https://fondazionenenni.blog/2017/04/06/g8-di-genova-2001-litalia-riconosce-le-sue-colpe/

Lo Stato ammette le torture a Genova
https://www.laspiapress.com/genova-2001-g8-16-anni-ammette-torture/

domenica 11 luglio 2021

Contro la distrazione di massa

dalle pagine

Il ritorno di Greta. Mentre il pianeta va a fuoco il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto

Greta Thunberg © Ap

Greta Thunberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice sul mondo austriaco promosso da Arnold Schwarzenegger, che si è svolto il 1° luglio, con, tra gli altri, Angela Merkel, Antonio Guterres. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, Greta ha rimarcato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare l’opposto: la loro lotta per il clima serve a mascherare la continuazione di una politica fondata sui fossili, che altro non è che la ricerca di nuove occasioni di business.

L’accusa coglie in pieno anche il Pnrr italiano, il suo padre, il Recovery Fund della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a fissare l’attenzione intorno a misure inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il Pnrr, bensì con un “fondone” che Draghi ha aggiunto, a debito, ai fondi del Pnrr, anch’essi di fatto tutti a debito, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso la lobby del cemento). D’altronde, il Senato italiano, anni fa, aveva votato che il cambiamento climatico non esiste.

Tra le parole contraddette dai fatti di cui parla Greta spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ma quella transizione implica un cambiamento radicale: l’abbandono del mito fasullo e letale della “crescita” (termine con cui oggi si indica l’accumulazione del capitale) e non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica dovrebbe essere, quindi, una grande campagna di informazione: sul perché di una svolta così radicale, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un grande confronto (non era certo tale la kermesse del secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che abbiamo di fronte sia a livello planetario che locale. Se si vogliono ottenere dei risultati non si può che procedere che così.

E se il governo non lo fa, di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra. Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il Pnrr, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il Tav Torino-Lione, ricompreso nel Pnrr, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il Pnrr evita), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma dal basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord della Sicilia), per portare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di Co2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la Co2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte? O queste cose non dobbiamo chiedercele.


sabato 10 luglio 2021

Monica Di Sisto: “Controinformazione fondamentale per la costruzione di un mondo migliore”

articolo di Monica Di Sisto del 18 maggio 2021

Monica Di Sisto: "Controinformazione fondamentale per la costruzione di un mondo migliore" - perUnaltracittà | La Città invisibile | Firenze (perunaltracitta.org)

Reclaim the media”. Quando ancora non esistevano gli hashtag, circa vent’anni fa, negli Stati Uniti i gruppi della società civile che cominciavano a rendersi conto degli impatti perversi della liberalizzazione economica e commerciale sui diritti delle persone e del pianeta, si resero conto che uno dei problemi più gravi che avevano nel provare a raccontare questi problemi connessi alla globalizzazione dei mercati e, soprattutto, nel convincere l’opinione e la politica che andassero affrontati con urgenza.

C’era un vero e proprio “tappo” nella comunicazione mainstream rispetto a questi temi, nei giornali, nella televisione, determinato dalla proprietà dei mezzi in mano, direttamente o indirettamente, a quegli stessi grandi gruppi finanziari internazionali che spingevano per una liberalizzazione rapidissima e profonda, il passaggio dalle mani pubbliche a quelle private di tutti i servizi di interesse generale: sanità, energia, istruzione, ma anche comunicazioni e informazione.

La “rete delle reti”, Internet, sembrò il miglior modo per spostare massicciamente questo flusso di informazioni preziose sul futuro dall’etere a un nuovo spazio, allora non colonizzato da grandi realtà finanziarie. I grandi contro-vertici – da Seattle ai meeting della Banca Mondiale, da Davos a Porto Alegre, fino al G8 di Genova – furono assediati da mediattivisti che raccontavano in modo accessibile il “dentro” – fatto di complessi negoziati, trattative, compromessi troppo spesso contrastanti con l’interesse pubblico – a chi era “fuori”, a protestare, interessando anche i media tradizionali a questa contro-narrazione che diventava, così, più accessibile e fruibile per un numero più ampio rispetto agli interlocutori usuali come sindacati, imprese, eletti.

“Don’t hate the media, become the media”: ciascuno diventò mezzo di comunicazione, indipendente. “Indymedia”, la rete di mezzi d comunicazione messa in piedi da mediattivisti di tutto il mondo pe raccontare e sostenere le proteste contro l’Organizzazione del commercio a Seattle nel 1999, riuscì a diffondere nel suo successivo periodo di espansione ben 89 International Media Centre: nodi di creazione e diffusione online di video, audio e articoli di approfondimento su economia, ambiente, reazione sociale e attivismo da 31 Paesi e 6 continenti. La “voce da Sud” diretta, sincrona, fu tra le più potenti fonti di controinformazione: dimostrò che spostare le fabbriche altrove non significava crescita, se i lavoratori dei Paesi poveri che le vedevano crescere guadagnavano come schiavi, rischiando la vota e il proprio ambiente naturale perché i nuovi impianti venivano dislocati lontano proprio per risparmiare su salari, sicurezza e salute. Spiegò con i corpi e le voci di chi lo condivideva che “il mondo diverso possibile” che volevamo conquistare per tutte e tutti era a portata di mano, ignorato per difetto di volontà politica, non di fattibilità né di ragionevolezza. Dimostrò nel 2001 al G8 di Genova, di cui in questo luglio celebriamo il Ventennale, che l’informazione indipendente dava fastidio e andava repressa: infatti nella notte delle botte a casaccio nella scuola Diaz le forze dell’ordine sequestrarono, poco prima del raid, computer e strumenti di Inymedia nel media center ospitato nel palazzo proprio di fronte alla scuola.

Vent’anni dopo, dopo aver subito una sindemia che ha dimostrato che non c’è pace per le persone se non fanno pace con la natura affermando i diritti di tutte e tutti, prima dei profitti di pochi, in teoria abbiamo a disposizione social media, connettività totale, possibilità democratiche di condivisione di strategie e pratiche per uscire da questa crisi praticamente infinite. Eppure i media hanno raccontato una propria soap opera: fatta di eroi e uomini soli al comando, di angeli della salute coraggiosi ma precari che oggi, in gran parte stanno già perdendo il posto, di donne e uomini colpevolizzati per essersi fatti impoverire o sfiancare dall’homo homini praedator che ha caratterizzato la fase della trasformazione digital del sistema capitalista che, oltre alle risorse naturali e umane, comincia a sfruttare i nostri dati, preferenze, informazioni più private.

Oggi La Città invisibile raggiunge i suoi primi 150 numeri, a lei, e a tutti i media autoprodotti che raccontano criticamente la possibilità di un mondo migliore, gli auguri di continuare a crescere per incidere sempre più e sempre meglio nell’opinione pubblica italiana e mondiale.

Monica Di Sisto

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Monica di Sisto è vicepresidente di Fairwatch, associazione tra le promotrici della Campagna Stop TTIP Italia

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alcuni siti per informarsi, informare e agire: 


martedì 6 luglio 2021

Noi siamo la marea, voi siete solo (G)20

dalle pagine:

WE ARE THE TIDE, YOU ARE ONLY (G)20 | PARTENZE PUBBLICHE!

Da tante città si stanno organizzando i treni per arrivare a Venezia sabato alle 14.30 per la mobilitazione nazionale!
Portatevi gli ombrelli per proteggervi dal caldo!
La nostra marea si ingrossa!


Dal 7 all’11 luglio i ministri della finanza dei 20 paesi più industrializzati si incontreranno all’Arsenale di Venezia per il meeting del G20 dedicato alla finanza.

Di fronte alle numerose crisi sistemiche che si sommano, ultima quella della pandemia, un sintomo della più vasta crisi climatica, il G20, che rappresenta gli stati con le economie più importanti a livello planetario, vorrebbe ricondurre il mondo alla regola neoliberale che ha eliminato i diritti dal suo vocabolario, costruendo un divario sempre maggiore tra ricchǝ e poverǝ.

Convintǝ che un cambio radicale di rotta passi attraverso l’autoorganizzazione e la presa di parola di chi è abituato a pagare i costi di ogni crisi, non possiamo esimerci dal far sentire la nostra presenza a Venezia in quei giorni.

La manifestazione accoglierà i temi, le performance e le pratiche di tutte le realtà che hanno aderito alla piattaforma “We are the tide. You are only G(20)”.

In una città militarizzata, in cui la zona rossa viene applicata indiscriminatamente non solo in prossimità dei luoghi fisici in cui si tiene il summit, ma all’intero centro storico, dare voce e forma a un’alternativa dal basso, alle rivendicazioni di chi da anni subisce le scelte di una manciata di ministri e governatori delle banche è fondamentale, dare una risposta che sia all’altezza della violenza delle politiche finanziarie globali è urgente.

La giornata di mobilitazione sarà preceduta da un appuntamento di discussione il 9 luglio i cui dettagli verranno comunicati il prima possibile.

Ci vediamo in tantǝ a Venezia, opponiamo alla loro sfilata la nostra marea!

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Formazione sul G20 con Monica Di Sisto

Il mondo che non vogliamo più

dalla pagina https://comune-info.net/il-mondo-che-non-vogliamo-piu/ 

Paolo Cacciari


Il problema non sono più i “negazionisti” ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. “Questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste – scrive Paolo Cacciari – non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta”

Oasi naturale Torbiere del Sebino e del lago di Massacciuccoli (Lucca). Foto di Ambra Pastore

Due fisici – il primo senior professor presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino, il secondo ha insegnato Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano – si rivolgono, uno, ai decisori politici (Angelo Tartaglia, Clima, lettera di un fisico alla politica, Edizioni Gruppo Abele, 2021), l’altro agli insegnati (Federico M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni Ambiente, 2021), ma potrebbero invertirsi i compiti e gli argomenti non cambierebbero di molto. Come dire: il problema va affrontato sia dal basso che dall’alto, alla base della formazione culturale e scientifica delle persone, come ai vertici del potere. La sfida sarà vinta, probabilmente, quando avremo un ecologo al ministero dell’ecologia e l’ecologia in cattedra nelle scuole. Il tema è il rapporto tra attività antropiche e mondo fisico, a partire dai cambiamenti climatici, ma non solo.

Il lavoro di Tartaglia è un agile, ironico e tagliente pamphlet, quello di Butera è un ponderoso compendio di storia della natura pensato per gli educatori che devono introdurre l’insegnamento obbligatorio dell’educazione ambientale fin dalla scuola primaria, voluto dall’ex ministro Lorenzo Fioramonti (pdf).

Tralasciamo qui le parti analitiche dei due volumi, utilissime, ma oramai note ai più. Il problema non sono più i “negazionisti” – che si sono sciolti con il surriscaldamento climatico -, ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, i teorici della Green Growth, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. Più deperisce il mondo vitale, più cresce una vera e propria religione fondata su due assiomi: la tecnoscienza troverà sempre, stupefacendoci, le soluzioni più idonee a tutti i nostri problemi; la “mano invisibile” del libero mercato economico (con “pilota automatico”, prima evocato poi materializzatosi in Italia con Draghi) canalizzerà il denaro necessario a finanziare le innovazioni necessarie. Il cerchio denaro-tecnologia si chiude così in modo tautologico e autoreferenziale.

I nostri autori si sforzano a dimostrare la fallacia e la pericolosità di tale visione magica della scienza e del mercato. Butera richiama la necessità di figurare la giusta rappresentazione dell’economia nel mondo fisico. La biosfera come “sovra-sistema” con “limiti planetari” (stock e servizi ecosistemici) difficili da forzare dalla potenza trasformativa dell’homo sapiens industrializzato senza provocare dannosi “effetti collaterali”, senza alterare i processi biogeochimici, senza perturbare le concatenazioni (interconnessioni) che regolano il funzionamento del sistema Terra. Stiamo compromettendo cicli vitali complessi e complicatissimi, come quello del fosforo e dell’azoto, da cui dipende la fertilità dei suoli e quindi, in ultima analisi, l’assorbimento dell’anidride carbonica e la stessa fotosintesi clorofilliana. Stiamo ignorando leggi del mondo reale, della fisica e della termodinamica.

Sia Butera che Tartaglia concordano sul dover “fermare il treno del progresso”, cambiare il modello economico e culturale che ha un nome – scrive Butera –: “É il capitalismo nella forma estrema del neoliberismo” (p.290). Per lui l’idea del “Green New Deal” può essere un primo passo per avviare una transizione che “includa il bilancio ecologico nel bilancio economico” delle aziende, degli stati, delle famiglie. L’obiettivo deve essere “la diminuzione drastica della quantità di prodotti che vengono immessi nel mercato nei paesi sviluppati e una crescita contenuta e selettiva di essi nei paesi in via di sviluppo, in un contesto culturale ed economico in cui prevalga il concetto di sobrietà” (p. 283). Dovremmo: “ridurre la produzione di nuovi beni, progettandoli e realizzandoli in modo che siano durevoli, riparabili e riusabili” (p.271).

Butera comunque non ama il concetto di “decrescita”, che lo ritiene una “infelice locuzione” e lascia aperta la possibilità di un “disaccoppiamento” tra la crescita dei profitti aziendali e la cura della Terra. La frase topica è questa: “(una impresa) può guadagnare tanto sia con la qualità che con la quantità” (p.270). Tartaglia è più radicale: la “crescita [perpetua, illimitata, universale] sostenibile” è mera metafisica, un mito e un inganno. Non può esserci aumento del Pil che non trascini con sé maggiori flussi di energia e di materia, di “tonnellate e di chilowattora”. Almeno di non pensare di poter “mettere un prezzo a “sorrisi e atti di benevolenza reciproca” (p.58) e di volerli riservare solo a chi è solvibile sul mercato. Così come è impossibile ipotizzare una circolarità compiuta delle materie impegnate nei cicli produttivi, distributivi e di consumo: “Per crescere, cioè se l’ampiezza del ciclo deve aumentare, bisogna attingere a risorse primarie che si trovano fuori del ciclo” (p.61). Nessun nuovo Piano Marshall, nessuna espansione basata sull’indebitamento, sull’appropriazione dei saperi e sulla competizione tra aree di influenza economiche potrà mai portarci fuori dalla crisi ecologica in atto.

Da scienziati della più “dura” delle discipline – la fisica – i nostri due autori si lamentano di un paradosso irrisolto. Come è possibile conoscere l’insostenibilità e l’irragionevolezza del sistema socioeconomico in cui viviamo sia attraverso l’esperienza (fa più caldo, le specie animali si estinguono, le pandemie avanzano, le migrazioni di profughi ambientali si avvicinano …), sia in termini scientifici, ma non riuscire a cambiare rotta? Evidentemente la ragione e la razionalità non bastano a battere “ignoranza ed egoismo”, “diffidenza e paura” (sempre Tartaglia). Il pessimismo rischia di avere il sopravvento se non interviene la dimensione etica e spirituale che ci deve far dire che questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste … non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta. Dimensione ecologica, dimensione sociale e dimensione spirituale-culturale – che idea abbiamo noi del senso della nostra vita – non possono essere disgiunte nel pensare e creare un’alternativa.


giovedì 1 luglio 2021

Democrazia e pianeta si salvano insieme

dalla pagina https://ilmanifesto.it/democrazia-e-pianeta-si-salvano-insieme/ 

Diritto internazionale. Non si tratta più di semplici scelte di politica economica, ma di azioni consapevoli contro la casa comune della Terra, costituiscono atti gravati da responsabilità generali da far ricadere sotto il diritto penale. L'ambiente è ormai la vita umana, la nostra sopravvivenza sulla Terra

Inquinamento ambientale. © Reuters

Dobbiamo gettare uno sguardo radicale e disincantato sui limiti della democrazia nei Paesi avanzati e sulle conseguenze drammatiche per il prossimo futuro. Non consideriamo qui le limitazioni crescenti alle libertà. Prendiamo atto che il ceto politico e di governo, sempre meno rappresenta il volere dei cittadini. Si pensi al mancato rispetto degli Accordi di Parigi per contenere il riscaldamento globale. O si ponga mente alle spese militari. In Italia – non diversamente dal resto del mondo – mentre centinaia di migliaia di cittadini morivano per un virus, sono cresciute dell’8,1% rispetto al 2020 e del 15,7 rispetto al 2019, come documentano decine di rapporti presenti in rete.

Chi ha voluto questi incrementi di spesa? Qual è stato il peso e la voce dei cittadini? E che cosa hanno potuto opporre gli italiani alla vendita di una portaerei al Paese i cui servizi hanno torturato e ucciso Giulio Regeni? Non si tratta solo di segreti di Stato. Il fenomeno è più complesso. Il disfacimento dei partiti e la loro debolezza nei confronti delle potenze finanziarie extrastatali, mancando ogni prospettiva di mutamento generale dell’ordine sociale, spinge ogni loro membro a una azione politica di conservazione del proprio ruolo, in competizione con compagni e avversari. Necessariamente deve accettare lo status quo quale limite invalicabile per il proprio personale agire se vuole ottenere successo.

Tutti possono osservare che, nel migliore dei casi, il ceto politico – impegnato a mediare tra poteri sovrastanti e bisogni dei cittadini – persegue vantaggi generali solo entro confini definiti, essendo diventato ormai un segmento della divisione sociale del lavoro del modo di produzione capitalistico. Anch’esso componente interna, insieme al complesso dei media, che ne elabora e amplifica i messaggi, al processo della crescita senza fine. Per tutta l’età contemporanea la cultura e gran parte delle scienze, in primissimo luogo l’economia, la disciplina con più rilevanti ricadute sulla natura, ha ignorato ab imis la natura medesima.

Oggi questa gigantesca ignoranza e insostenibile omissione non è più possibile. Ma al tempo stesso non è più possibile considerare gli atti di chi detiene i poteri di governo esenti da responsabilità globali. Dovrebbe essere evidente che ormai si è creata una lacerante divaricazione tra gli interessi “moderati” del ceto politico e le conseguenze di portata generale che spesso le loro scelte comportano. Occorre prendere atto di questo passaggio storico. Se non si innalza la portata dell’antagonismo di massa, i governi ci consegneranno alle future catastrofi ambientali senza nessuna difesa.

Oggi il riscaldamento globale, la desertificazione dei suoli, la riduzione delle foreste, il collasso dei ghiacciai, il saccheggio dei mari, l’innesco di malattie epidemiche sono prodotti dell’azione umana. È vero che sono il risultato di scelte e comportamenti anche collettivi in cui appare difficile distinguere responsabilità individuali. Ma ormai non è più possibile arrestarsi a questa soglia. Un gran numero di governi sono chiamati a rispettare un trattato internazionale come quello sottoscritto a Parigi nel 2015. Tutti i loro singoli componenti sono consapevoli di quali scelte contribuiscono a creare danni al pianeta anche a scala locale.

Pensiamo alla cementificazione di aree verdi – in Italia costituisce un fenomeno inarrestabile e devastante – al sostegno dell’agricoltura chimica e degli allevamenti intensivi, che contribuiscono per il 30% all’effetto serra e tanto altro ancora. Non si tratta più di semplici scelte di politica economica, ma di azioni consapevoli contro la casa comune della Terra, costituiscono atti gravati da responsabilità generali da far ricadere sotto il diritto penale. L’ambiente è ormai la vita umana, la nostra sopravvivenza sulla Terra. Lo ha ricordato Luigi Ferrajoli nel suo recente Perché una costituzione della Terra? (Giappichelli): «Dobbiamo prendere atto dell’inadeguatezza della nozione corrente di atto criminale, ancorata alla responsabilità personale del suo autore, a dar conto di condotte offensive non attribuibili a singole persone, e tuttavia enormemente dannose per popoli interi e talora l’intera umanità, oltre che contrarie al diritto e ai diritti, come le devastazioni ambientali».

Ferrajoli che propone di definirli crimini di sistema, a cui occorre dare una nuova configurazione giuridica, trattandosi «di crimini di Stato, o di crimini contro l’umanità». In Olanda, Germania e Portogallo, ora anche in Italia, gruppi di cittadini fanno causa ai propri governi presso la Corte europea dei diritti dell’uomo. In Italia la Ong A Sud presso il tribunale civile di Roma. E’ un primo passo, bisogna unificare tali sforzi, far riconoscere alla Corte dellAja i crimini ambientali come specifici crimini contro l’umanità.


martedì 29 giugno 2021

L’assalto alla diligenza - Ripresa e Connivenza

dalla pagina L'assalto alla diligenza - Comune-info

Luca Manes


È un vero e proprio assalto alla diligenza quello sferrato dall’industria fossile ai soldi del Recovery Fund, che sarebbe riuscito alla perfezione se non fosse stato per l’intervento in extremis della Commissione Europea. L’attacco dei grandi inquinatori, Eni e Snam in primis, al Piano di ripresa e resilienza è descritto minuziosamente nel nuovo rapporto “Ripresa e Connivenza”, pubblicato oggi da ReCommon insieme alla rete Fossil Free Politics.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Il Fondo da 750 miliardi istituito dall’Unione Europea a luglio del 2020 rappresenta un’occasione unica per gettare le fondamenta della transizione ecologica del Vecchio Continente e dell’Italia in particolare. Proprio al nostro Paese spetta la fetta più cospicua delle risorse, ben 191,5 miliardi, a cui si aggiungono i 13 del ReactEU.

Da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, fino ad oggi, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre 2 incontri a settimana. ReCommon ha ottenuto questi dati tramite richieste di accesso agli atti e analizzando le agende dei ministeri.

Eni, la principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di promuovere le sue false soluzioni tra i decisori politici, come l’idrogeno (che attualmente è prodotto per il 99% da gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica (CCS).

Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo. Se per Eni l’idrogeno è l’espediente per stimolare la produzione di gas, nel caso di Snam si tratta di uno stratagemma finalizzato a prolungare la vita delle sue infrastrutture fossili e svilupparne di nuove, come le decine di stazioni di rifornimento a idrogeno per treni e camion incluse nel PNRR, utili solamente a rallentare un reale cambio di modello nei trasporti.

Il ministero dello Sviluppo economico ha giocato un ruolo chiave nell’orientare il Recovery Plan, ma decisiva è stata poi la costituzione del ministero della Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani, sempre pronto ad ascoltare le istanze dei vertici del settore dei combustibili fossili.

Dalla sua nascita lo scorso febbraio, il ministero ha avuto oltre tre incontri a settimana con il comparto fossile, di cui 18 con la presenza del ministro in persona.  In poco più di un mese, Cingolani ha ricevuto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e quello di Snam, Marco Alverà, ben quattro volte, per discutere dei progetti da inserire all’interno del Recovery Plan.

L’azione lobbistica, infatti, ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi. L’industria fossile ha partecipato a dozzine di audizioni parlamentari.

Tra febbraio e aprile 2021, il comparto energetico ha preso letteralmente d’assalto i centri di potere istituzionali, organizzando 49 incontri con il ministero per la Transizione Ecologica e quello per lo Sviluppo Economico.

Così nell’arco di pochi mesi per l’idrogeno erano stati stanziati 4,2 miliardi di euro. Un incremento notevole rispetto al solo miliardo previsto dalla prima versione del Piano, e che infatti è stato sonoramente bocciato dalla Commissione europea, che ha infine costretto l’esecutivo italiano ha modificare in maniera sostanziale la componente del PNRR relativa alla transizione energetica, chiudendo le scappatoie che erano state lasciate aperte al gas.

“E’ disarmante la facilità con la quale le lobby del fossile sono riuscite a influenzare le scelte dei governi rispetto a un Piano di investimenti che condizionerà non poco il future del Paese.

Ci fa comprendere la necessità di riconquistare dal baso spazi di democraticità, senza i quali sarà impossibile vincere battaglie epocali come quella per la giustizia climatica” ha dichiarato Alessandro Runci, di ReCommon, autore del rapporto.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

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dalla pagina Ripresa e Connivenza - ReCommon

L’attacco dell’industria fossile al Recovery Plan

Oltre 100 incontri con i ministeri dello Stato per accaparrarsi i soldi del Recovery Fund. L’attacco dell’industria fossile ai miliardi in arrivo dall’Europa descritto minuziosamente nella pubblicazione di ReCommon. Facendo leva sul loro accesso privilegiato ai decisori politici, colossi energetici come Eni e Snam sono riusciti a plasmare il Recovery Plan italiano, infarcendolo di false soluzioni come l’idrogeno e il biometano, dietro cui si nasconde il tentativo di vincolarci al gas per i prossimi decenni.

https://www.recommon.org/ripresa-e-connivenza/#unlock