dalla pagina http://www.donpaolozambaldi.it/2019/10/signor-ministro-e-la-pace-mons-giovanni-ricchiuti-presidente-pax-christi-italia/
domenica 17 novembre 2019
Signor Ministro… e la Pace?
da Mosaico di Pace, Ottobre 2019, Editoriale "Signor Ministro… e la Pace?" di Mons. Giovanni Ricchiuti, Presidente Pax Christi Italia
dalla pagina http://www.donpaolozambaldi.it/2019/10/signor-ministro-e-la-pace-mons-giovanni-ricchiuti-presidente-pax-christi-italia/
dalla pagina http://www.donpaolozambaldi.it/2019/10/signor-ministro-e-la-pace-mons-giovanni-ricchiuti-presidente-pax-christi-italia/
Mi rivolgo a lei dalle pagine della rivista promossa da Pax Christi, Mosaico di pace, innanzitutto per augurarle buon lavoro e per chiederle che alcuni temi – cari a noi e a tante altre donne e uomini che credono nella pace – siano presi in considerazione da lei e dal Governo.
Etichette:
EDUCAZIONE,
NONVIOLENZA,
PACE,
POLITICA
venerdì 15 novembre 2019
Aumentano le calamità, non sono più «naturali»
dalla pagina https://ilmanifesto.it/aumentano-le-calamita-non-sono-piu-naturali/
Cambiamento climatico. Sempre più frequenti gli eventi estremi globali. Il livello del mare salirà un po’ ovunque
Andrea Capocci
Cambiamento climatico. Sempre più frequenti gli eventi estremi globali. Il livello del mare salirà un po’ ovunque
Andrea Capocci
Chi studia l’evoluzione del nostro pianeta e della sua atmosfera sa che non bisogna scambiare l’evoluzione del clima con la variabilità meteorologica: un singolo temporale o l’occasionale giornata di sole in inverno dimostrano tutto e il suo contrario. È meglio collocare i singoli eventi in una prospettiva di lungo periodo, da cui trarre conclusioni più affidabili dal punto di vista statistico. E allora i dati sull’acqua alta a Venezia di questi giorni diventano ancora più allarmanti. Dal 1923, l’acqua ha raggiunto i 140 cm di altezza ventidue volte, ma dieci di questi eventi eccezionali si sono verificati nell’ultimo decennio. La tendenza al peggioramento è evidente e non riguarda solo Venezia.
GLI EVENTI ESTREMI, cioè inondazioni, uragani (ma anche i periodi di siccità) stanno aumentando di frequenza.
Valutare le conseguenze del cambiamento climatico non è facile. Più che l’aumento della temperatura media a livello globale al ritmo preoccupante di 0,1°-0,2° per decennio, ciò che spaventa è l’impatto locale del cambiamento climatico, che a seconda della regione può prendere anche forme molto diverse e persino opposte. Tuttavia, tra le poche previsioni valide a tutte le latitudini ci sono quelle relative al livello delle acque. Il mare salirà un po’ ovunque, com’è ragionevole per un fluido. Le cause principali sono lo scioglimento dei ghiacci che riverseranno negli oceani grandi quantità d’acqua oggi congelata, e il riscaldamento stesso, che riguarda la terra, l’atmosfera e anche i mari. Come ogni sostanza, anche l’acqua marina si dilata se si scalda.
Il processo di innalzamento è già iniziato e l’effetto sulle alte maree veneziane lo dimostra. Nel ventesimo secolo, il livello dei mari si è innalzato di una quota compresa tra gli undici e i sedici centimetri. A Venezia l’innalzamento si somma alla subsidenza, cioè allo sprofondamento del suolo anch’esso causato dalle attività umane. In totale, nel solo ‘900 l’acqua della laguna veneta è cresciuta di oltre trenta centimetri.
Ma il grosso deve ancora succedere. Entro il 2050, i climatologi si attendono altri venti o trenta centimetri di innalzamento delle acque. Secondo i modelli più accreditati, anche se si tagliassero istantaneamente le emissioni di anidride carbonica, entro la fine del secolo il livello globale degli oceani dovrebbe salire di un altro mezzo metro. Ma scenari peggiori (e più realistici) prevedono che l’innalzamento si avvicini ai due metri, con conseguenze catastrofiche per moltissime persone.
PER CAPIRE quante saranno occorre stimare la densità abitativa nelle zone costiere più a rischio. Ci ha provato una ricerca di pochi giorni fa, firmata dagli scienziati Scott Kulp e Benjamin Strauss dell’organizzazione no profit «Climate Central» e pubblicata sulla rivista Nature Communications.
Secondo le loro stime, basate sulle mappe digitali attualmente più precise, oggi 110 milioni di persone vivono sotto del livello di alta marea, e 250 milioni sotto il livello delle inondazioni annuali. Le proiezioni di Kulp e Strauss sono ancora peggiori, secondo i vari scenari. In quello più pessimista, (le emissioni continuano a crescere e il ghiaccio antartico diventa instabile) 630 milioni di persone vivranno al di sotto del livello delle inondazioni periodiche entro la fine del secolo: significa circa un essere umano su dieci, rispetto all’attuale popolazione mondiale. L’allarme lanciato dai due ricercatori fa riflettere, perché sono cifre tre volte superiori rispetto alle stime precedenti, fondate però su mappe meno precise. Tra i paesi più colpiti figurano Cina, Bangladesh, India, Indonesia. Mettere in sicurezza i destini di una simile massa di persone, destinata probabilmente a una migrazione forzata, è una delle sfide dell’umanità del futuro.
Che le coste siano le aree più vulnerabili al cambiamento climatico lo conferma un’altra ricerca recentissima, pubblicata sulla rivista Pnas dai ricercatori dell’università di Copenhagen sul danno arrecato dagli uragani sulle coste statunitensi nel periodo 1900-2018. Stavolta i ricercatori hanno usato i dati delle società assicurative, le prime a tenere regolarmente nota dei danni da calamità naturali. I numeri mostrano che le aree investite da uragani e alluvioni si sono notevolmente estese, doppiando ormai i valori di inizio ‘900.
LE ASSICURAZIONI sono un ottimo “termometro” della crisi: il cambiamento in atto ha una ricaduta molto concreta nell’aumento dei premi assicurativi nelle zone ad alto rischio. In una recente intervista al Guardian, il climatologo Ernst Rauch della compagnia di assicurazioni Munich Re ha lanciato un allarme sui costi già insostenibili della crisi: in molte aree del mondo (tra cui l’Italia) sempre più persone non possono più permettersi di assicurare i loro beni nei confronti delle calamità naturali. Ma ormai dovremmo smetterla di chiamarle «naturali».
mercoledì 13 novembre 2019
Il capitalismo secondo papa Francesco
dalla pagina https://www.famigliacristiana.it/articolo/discorso-di-papa-francesco-al-consiglio-per-un-capitalismo-inclusivo-11-novembre-2019.aspx
NON “AVERE DI PIÙ”, MA “ESSERE DI PIÙ”
Una missione e una necessità: passare da una "economia di esclusione" a un "sistema economico giusto". Proponiamo il discorso integrale del Pontefice al Consiglio per un Capitalismo Inclusivo pronunciato lunedì, 11 novembre 2019
Eminenza,
Cari fratelli e sorelle!
Cari fratelli e sorelle!
Porgo un cordiale benvenuto a ciascuno di voi riuniti per questo incontro dei Membri del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson per le sue gentili parole rivolte a vostro nome.
Incontrando, tre anni fa, i partecipanti al Fortune-Time Global Forum, ho sottolineato la necessità di modelli economici più inclusivi ed equi che consentano ad ogni persona di aver parte delle risorse di questo mondo e di poter realizzare le proprie potenzialità. Il Forum 2016 consentì uno scambio di idee e informazioni volte a creare un’economia più umana e contribuire all’eliminazione della povertà a livello globale.
Il vostro Consiglio è uno dei risultati del Forum 2016. Avete raccolto la sfida di realizzare la visione del Forum cercando modi per rendere il capitalismo uno strumento più inclusivo per il benessere umano integrale. Ciò comporta il superamento di un’economia di esclusione e la riduzione del divario che separa la maggior parte delle persone dalla prosperità di cui godono pochi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-55). L’aumento dei livelli di povertà su scala globale testimonia che la disuguaglianza prevale su un’integrazione armoniosa di persone e nazioni. È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile e in grado di rispondere alle sfide più radicali che l’umanità e il pianeta si trovano ad affrontare. Vi incoraggio a perseverare lungo il cammino della generosa solidarietà e a lavorare per il ritorno dell’economia e della finanza a un approccio etico che favorisca gli esseri umani (cfr ibid., 58).
Uno sguardo alla storia recente, in particolare alla crisi finanziaria del 2008, ci mostra che un sistema economico sano non può essere basato su profitti a breve termine a spese di uno sviluppo e di investimenti produttivi, sostenibili e socialmente responsabili a lungo termine.
È vero che l’attività imprenditoriale «è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti», e «può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» (Enc. Laudato si’, 129). Tuttavia, come ha ricordato San Paolo VI, il vero sviluppo non può limitarsi alla sola crescita economica, ma deve favorire la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo (cfr Enc. Populorum progressio, 14). Ciò significa molto di più che far quadrare i bilanci, migliorare le infrastrutture o offrire una più ampia varietà di beni di consumo. Comporta piuttosto un rinnovamento, una purificazione e un rafforzamento di validi modelli economici basati sulla nostra personale conversione e generosità nei confronti dei bisognosi. Un sistema economico privo di preoccupazioni etiche non conduce a un ordine sociale più giusto, ma porta invece a una cultura “usa e getta” dei consumi e dei rifiuti. Al contrario, quando riconosciamo la dimensione morale della vita economica, che è uno dei tanti aspetti della dottrina sociale della Chiesa che dev’essere pienamente rispettata, siamo in grado di agire con carità fraterna, desiderando, ricercando e proteggendo il bene degli altri e il loro sviluppo integrale.
Cari amici, vi siete posti l’obiettivo di estendere a tutti le opportunità e i benefici del nostro sistema economico. I vostri sforzi ci ricordano che coloro che si impegnano nella vita economica e commerciale sono chiamati servire il bene comune cercando di aumentare i beni di questo mondo e renderli più accessibili a tutti (cfr Evangelii gaudium, 203). In definitiva, non si tratta semplicemente di “avere di più”, ma di “essere di più”. Ciò che occorre è un profondo rinnovamento dei cuori e delle menti così che la persona umana possa essere sempre posta al centro della vita sociale, culturale ed economica.
La vostra presenza qui è quindi un segno di speranza, perché avete riconosciuto le questioni che il nostro mondo è chiamato ad affrontare e l’imperativo di agire con decisione per costruire un mondo migliore. Vi esprimo la mia gratitudine per il vostro impegno nel promuovere un'economia più giusta e umana, in linea con i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa e tenendo conto dell’intera persona, nonché della generazione presente e delle future. Un capitalismo inclusivo, che non lascia indietro nessuno, che non scarta nessuno dei nostri fratelli e sorelle, è una nobile aspirazione, degna dei vostri migliori sforzi.
Vi ringrazio per questo incontro e vi accompagno con le mie preghiere. Su tutti voi, sulle vostre famiglie e i vostri colleghi, invoco la benedizione di Dio, fonte di saggezza, di fortezza e di pace. E vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie.
domenica 10 novembre 2019
Azione Nonviolenta, “Diritti dell’infanzia”
dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-5-2019-anno-56-n-635/
Azione nonviolenta, 5 – 2019 (Anno 56, n. 635)
Numero monografico sulla “Diritti dell’infanzia” – E’ uscito il numero 5-2019 (settembre-ottobre) di “Azione nonviolenta”, rivista del Movimento Nonviolento, fondata da Aldo Capitini nel 1964, bimestrale di formazione, informazione e dibattito sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
L’Editoriale di Mao Valpiana
La festa dell’infanzia che cambia il mondo
Vita e pace, diritti dei bambini
La Convenzione Onu sui Diritti dell’infanzia, in vigore da 30 anni, rappresenta un testo giuridico di eccezionale importanza poiché riconosce tutti i bambini e tutte le bambine del mondo come titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. Le conseguenze pratiche di questa nuova visione sono fondamentali: – nessun minore può essere discriminato per nazionalità, sesso, lingua, religione, opinione personale o dei genitori; – in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata, l’interesse del bambino deve avere la priorità; – gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini; – i bambini devono essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e gli adulti devono tenerne in considerazione le opinioni.
Per il diritto internazionale questa è una conquista recente ed importante, sancita nei codici, ma ancora lontana dall’essere applicata in tutto il suo potenziale rivoluzionario.
Ma per la nonviolenza il rispetto e l’attenzione ai minori, agli ultimi, ai più piccoli, è un fatto costitutivo originale. Mi ha sempre colpito la durezza che il Vangelo riserva a chi fa del male al mondo dell’infanzia. Gesù arriva addirittura ad augurare la morte a chi fa violenza ad un bambino. “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”. Una sentenza impietosa, una condanna capitale e senza appello. Parole che fanno da contraltare alla dolcezza riservata ai bambini: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. E poi: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli. Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Ed infine: “Chi si fa piccolo come questo bambino, quello è il più importante nel Regno di Dio”.
Questa benevolenza verso il mondo dell’infanzia, la ritroviamo ugualmente nello sviluppo del pensiero filosofico e pedagogico di Aldo Capitini, che pone i fanciulli al centro del processo di liberazione nonviolenta: “il bambino è il figlio della festa; ogni data di nascita è un natale che non è soltanto un incremento della compresenza, ma è anche una prova del portare al massimo il nostro impegno al valore, al quale segue qualche cosa della realtà liberata“.
La nonviolenza rovescia i ruoli. Gli adulti non hanno il compito di educare i bambini, ma devono invece portare il mondo all’altezza del fanciullo, cioè rendere il mondo degno dei bambini e della festa che solo loro sanno celebrare in pienezza: “Non c’è cosa più ingannevole dell’accettazione abitudinaria di un ritmo immutabile; mentre fin ai fanciulli bisogna mostrare che questo tempo è quello dell’intensificarsi del ritmo degl’impegni straordinari alle aperture e alle aggiunte: credo che per millenni si siano perdute le occasioni di liberazione dell’uomo che i fanciulli portavano, appunto per aver imposto loro come assoluto e immodificabile quel ritmo che era lo schema di un’età adulta, chiusa, meccanica e presuntuosa. Da qui lo sforzo di Gesù di rendere tutti come fanciulli”.
E dunque, se saranno i piccoli a liberare l’uomo, se il mondo deve diventare degno della festa che i fanciulli sanno fare, il grande ostacolo da rimuovere è quello della guerra: là dove c’è guerra muoiono i diritti delle bambine e dei bambini. Il primo diritto è quello alla vita. Il secondo diritto è quello ad un futuro amico. Ma oggi questi diritti vengono loro negati: un mondo inquinato, la crisi ambientale, l’emergenza climatica, gli oceani invasi dalla plastica, scandalizzano i bambini. Per gli adulti che hanno compiuto questi crimini tremendi, che hanno rovinato il mondo dei bimbi, meglio sarebbe fosse loro appesa al collo una macina girata da asino, e fossero gettati negli abissi del mare.
IL DIRETTORE
sabato 9 novembre 2019
Alternanza scuola-lavoro nella fabbrica di munizioni
dalla pagina https://ilmanifesto.it/alternanza-scuola-lavoro-nella-fabbrica-di-munizioni/
Oggi la protesta. «C’è un problema etico», denunciano gli studenti delle superiori di Lecco. L’azienda Fiocchi esporta prodotti anche in Turchia, «ma solo per importi ridotti e solo con aziende private» assicura il presidente
Alessandro Pirovano
Dopo i fast food, l’alternanza scuola-lavoro arriva anche in un’azienda di munizioni. È quanto succede a Lecco dove la Fiocchi Munizioni, storica fabbrica della città lariana, con oltre seicento lavoratori attualmente impiegati nello stabilimento in Via Santa Barbara, e tra le più importanti aziende di armamenti in Italia, accoglie gli studenti delle scuole superiori per attività in vari ambiti, da quello amministrativo a quello tecnico. A denunciarlo l’Unione degli Studenti di Lecco che oggi scenderà in piazza anche per chiedere di interrompere i legami tra le scuole pubbliche, in particolare del Liceo Scientifico-Musicale Grassi, e la Fiocchi Munizioni dove alcuni studenti lecchesi hanno già svolto e potranno svolgere nei prossimi mesi il loro periodo di alternanza scuola-lavoro.
Oggi la protesta. «C’è un problema etico», denunciano gli studenti delle superiori di Lecco. L’azienda Fiocchi esporta prodotti anche in Turchia, «ma solo per importi ridotti e solo con aziende private» assicura il presidente
Alessandro Pirovano
Dopo i fast food, l’alternanza scuola-lavoro arriva anche in un’azienda di munizioni. È quanto succede a Lecco dove la Fiocchi Munizioni, storica fabbrica della città lariana, con oltre seicento lavoratori attualmente impiegati nello stabilimento in Via Santa Barbara, e tra le più importanti aziende di armamenti in Italia, accoglie gli studenti delle scuole superiori per attività in vari ambiti, da quello amministrativo a quello tecnico. A denunciarlo l’Unione degli Studenti di Lecco che oggi scenderà in piazza anche per chiedere di interrompere i legami tra le scuole pubbliche, in particolare del Liceo Scientifico-Musicale Grassi, e la Fiocchi Munizioni dove alcuni studenti lecchesi hanno già svolto e potranno svolgere nei prossimi mesi il loro periodo di alternanza scuola-lavoro.
IL PRESIDENTE Stefano Fiocchi con i suoi collaboratori ha già incontrato un gruppo di studenti un paio di settimane fa in occasione dell’iniziativa del Liceo Scientifico e Musicale Grassi A manager for a day che, attraverso gli incontri con imprenditori del territorio, ha lo scopo di far conoscere le aziende con cui poter svolgere i «Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento» come da settembre è chiamata l’alternanza scuola-lavoro.
COSA PRODUCE? Quali sono i mercati di riferimento e la concorrenza e quali gli investimenti per il futuro? sono state le domande a cui ha risposto la dirigenza della Fiocchi Munizioni, azienda di pallottole per la caccia e che esporta materiali di armamento in vari paesi. Compresa la Turchia, ma solo per importi ridotti e solo con aziende private, ha assicurato a ottobre il presidente Stefano Fiocchi, rispondendo alle accuse di partiti e società civile che, nei giorni dell’attacco turco al Rojava, denunciava gli «ingenti carichi di armi e munizioni» partiti per la Turchia dall’azienda lecchese negli ultimi anni.
«Non si può tralasciare il fattore etico nel momento in cui le scuole, soprattutto se pubbliche, scelgono i propri partner per l’alternanza», afferma decisa Aurora dell’UdS di Lecco, «Non ci sta bene che gli studenti delle scuole superiori possano trascorrere alcune ore in un’azienda leader della produzione di munizioni a livello mondiale».
PER RIBADIRLO, gli studenti hanno indetto lunedì scorso un presidio di fronte ai cancelli della storica fabbrica lecchese in vista del corteo di oggi. «La scuola è il primo posto dove si produce il cambiamento», spiega Aurora, convinta che la scelta delle scuole di «collaborare con la Fiocchi Munizioni invece, vada in tutt’altra direzione: è un modo per lasciare la situazione immutata, alimentando consapevolmente un sistema che viola diritti umani fondamentali. Senza risparmiare neppure i ragazzi più giovani». Opinione condivisa anche da alcuni docenti. «C’è chi minimizza dicendo che la Fiocchi Munizioni sia solo un’azienda storica lecchese che da lavoro a molte famiglie. Ma la scuola dovrebbe pensare in modo diverso, dando la precedenza all’etica e non al business», dice un insegnante dell’istituto. Da parte sua il preside del Liceo Scientifico e Musicale Grassi ha respinto le accuse, spiegando come la Fiocchi figuri semplicemente tra le imprese disponibili a far svolgere l’alternanza agli studenti e come il programma di collaborazione non riguardi solo il suo istituto ma anche altre scuole della provincia.
Nei mesi scorsi la Fiocchi Munizioni era finita al centro delle cronache anche per la controversa pubblicazione di un calendario aziendale in cui alcune dipendenti dell’azienda erano in posa con le munizioni prodotte nella fabbrica. Al binomio donne e pallottole, sembra essersi aggiunto quello studenti e munizioni.
giovedì 7 novembre 2019
Diminuire l’anidride carbonica? Piantare alberi! Fermare la deforestazione e proteggere le piante
dalla pagina https://focustech.it/2019/02/18/alberi-anidride-carbonica-clima-232591
Un modo per diminuire l’anidride carbonica? Piantare miliardi di alberi
Tra i vari gas serra quello più comune, anche se non è esattamente quello più pericoloso, c’è l’anidride carbonica, quella che produciamo anche noi come scarto del processo della respirazione. Ovviamente c’è un bisogno di ridurre tutti i gas, ma per ognuno di esso ci sono dei procedimenti diversi. Nel caso della CO2 una delle possibilità è quella di piantare un gran numero di alberi e con gran numero si intende 1.2 bilioni di nuovi alberi, o almeno è quello che il ricercatore Zurigo Thomas Crowther ha stabilito.
Si sente spesso dire che le previsioni catastrofiste sul futuro del nostro Pianeta rischiano di lasciare tiepidi, nelle azioni concrete contro il global warming. Tutt'altro effetto dovrebbe avere, quindi, un nuovo studio pubblicato su Science, che al problema noto dell'accumulo di gas serra in atmosfera contrappone "la migliore soluzione disponibile" (e la più semplice): gli alberi.
Secondo l'analisi - la prima a quantificare quanti nuovi alberi la Terra potrebbe ospitare, dove potrebbero essere piantati, e con quali effetti - l'area disponibile alla riforestazione è più estesa di quanto si pensasse, e le nuove piante potrebbero arrivare a tagliare i livelli di CO2 in atmosfera del 25%, riportandoli a concentrazioni che non si vedevano da più di un secolo.
Un modo per diminuire l’anidride carbonica? Piantare miliardi di alberi
Tra i vari gas serra quello più comune, anche se non è esattamente quello più pericoloso, c’è l’anidride carbonica, quella che produciamo anche noi come scarto del processo della respirazione. Ovviamente c’è un bisogno di ridurre tutti i gas, ma per ognuno di esso ci sono dei procedimenti diversi. Nel caso della CO2 una delle possibilità è quella di piantare un gran numero di alberi e con gran numero si intende 1.2 bilioni di nuovi alberi, o almeno è quello che il ricercatore Zurigo Thomas Crowther ha stabilito.
Il ricercatore dell’ETH ha dichiarato a The Independent che tale numero è frutto di un’analisi e che si tratta del modo migliore per combattere il cambiamento climatico. Questo piano, a detta sua, sarebbe più impattante di qualsiasi altro progetto in merito, dalla costruzione di turbine eoliche o dalle più semplici diete vegetariane.
Un mondo più verde-letteralmente
Ecco una dichiarazione dello scienziato: “Ora ci sono 400 gigatoni nei 3 bilioni di alberi e se dovessi aumentare di un altro bilione di alberi si aumenterà l’assorbimento di CO2 di altre centinaia di gigatoni – almeno 10 anni di emissioni antropogeniche completamente spazzate via. È una cosa bellissima perché tutti possono essere coinvolti. Gli alberi rendono letteralmente le persone più felici negli ambienti urbani, migliorano la qualità dell’aria, la qualità dell’acqua, la qualità del cibo, il servizio ecosistemico, è una cosa così facile e tangibile“.
In tutto il mondo ci sono storie di singole persone ed organizzazioni che piantano intere foreste. Non è un processo esattamente facile e anche abbastanza dispendioso, ma se interi governi si mettessero a seguire tale progetto potrebbe risultare molto più facile raggiungere il numero prefissato.
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dalla pagina https://www.focus.it/ambiente/ecologia/potremmo-ricoprire-di-alberi-unarea-estesa-quanto-gli-stati-uniti
Potremmo ricoprire di alberi un'area estesa quanto gli Stati Uniti
Sarebbe la nostra assicurazione sulla vita contro il riscaldamento globale: le nuove foreste potrebbero abbassare i livelli di CO2 in atmosfera del 25%, un beneficio molto più importante di quanto immaginassimo.
Si sente spesso dire che le previsioni catastrofiste sul futuro del nostro Pianeta rischiano di lasciare tiepidi, nelle azioni concrete contro il global warming. Tutt'altro effetto dovrebbe avere, quindi, un nuovo studio pubblicato su Science, che al problema noto dell'accumulo di gas serra in atmosfera contrappone "la migliore soluzione disponibile" (e la più semplice): gli alberi.
Secondo l'analisi - la prima a quantificare quanti nuovi alberi la Terra potrebbe ospitare, dove potrebbero essere piantati, e con quali effetti - l'area disponibile alla riforestazione è più estesa di quanto si pensasse, e le nuove piante potrebbero arrivare a tagliare i livelli di CO2 in atmosfera del 25%, riportandoli a concentrazioni che non si vedevano da più di un secolo.
Gli stati uniti degli alberi. Per i ricercatori del Crowther Lab del Politecnico Federale di Zurigo, l'attuale copertura forestale globale potrebbe essere estesa di un terzo senza togliere spazio alle città o ai campi coltivati, fino a riforestare un'area grande come gli USA, o più estesa del Brasile. Soprattutto, non si tratterebbe di destinare a nuove foreste aree altrimenti occupate da altri ecosistemi, come le paludi, ma di dare una nuova vocazione a terreni oggi degradati, attualmente poco utili dal punto di vista ecologico.
Una volta mature, le nuove foreste potrebbero catturare 205 miliardi di tonnellate di carbonio, i due terzi delle 300 miliardi di tonnellate "extra" immesse in atmosfera dalle attività umane dalla Rivoluzione Industriale in poi.
Forza, c'è spazio! I ricercatori hanno calcolato la percentuale naturale di copertura forestale nel mondo (dalla tundra alle foreste pluviali equatoriali) analizzando 80 mila foto satellitari ad alta risoluzione di distese di alberi ancora "sane", non devastate dall'attività umana. Con l'aiuto di Google Earth e di un sistema di apprendimento automatico, hanno poi identificato 10 variabili del suolo o del clima che favoriscono la copertura forestale nei vari tipi di ecosistemi.
Con questi dati, sono riusciti a prevedere dove le condizioni ambientali e la lontananza dall'uomo potrebbero consentire di piantare nuovi alberi. Senza toccare le aree urbane, le zone agricole e gli alberi già esistenti, il nostro pianeta potrebbe supportare altri 0,9 miliardi di ettari di copertura forestale; se invece destinassimo a questo scopo anche parte dei territori delle città e degli attuali terreni agricoli, si potrebbero aggiungere altri 0,7 miliardi di ettari.
Se vogliamo rimanere entro quel grado e mezzo di riscaldamento dall'era pre-industriale auspicato dagli Accordi di Parigi, anche tagliando le emissioni di trasporti e produzione energetica, servirebbe un miliardo di ettari extra di foreste per assorbire parte delle emissioni che già respiriamo. Il nuovo studio ci dice che, volendo, è possibile.
martedì 5 novembre 2019
Giovani in fuga, quanto ci perdiamo… Immigrati, quanto ci guadagniamo
dalla pagina http://www.fondazioneleonemoressa.org/2019/10/30/giovani-in-fuga-quanto-ci-perdiamo/
Negli ultimi 10 anni abbiamo perso una città come Verona: 250 mila giovani [italiani] emigrati e non rientrati (saldo migratorio). Se fossero rimasti, produrrebbero 16 miliardi di PIL.
Nel periodo 2009-2018 oltre 23mila giovani hanno lasciato il Veneto.
Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica del 29.09.2019
Leggi l’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 30.10.2019
dalla pagina http://www.fondazioneleonemoressa.org/2019/10/01/rapporto-2019-sulleconomia-dellimmigrazione/
Presentato martedì 8 ottobre presso la Presidenza del Consiglio il nono Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. L’edizione 2019 si concentra sui giovani: “la cittadinanza globale della generazione millennial“.
Gli immigrati stranieri producono il 9% del Pil italiano.
INFOGRAFICA; PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO; RASSEGNA STAMPA; TABELLE REGIONALI 2019
Negli ultimi 10 anni abbiamo perso una città come Verona: 250 mila giovani [italiani] emigrati e non rientrati (saldo migratorio). Se fossero rimasti, produrrebbero 16 miliardi di PIL.
Nel periodo 2009-2018 oltre 23mila giovani hanno lasciato il Veneto.
Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica del 29.09.2019
Leggi l’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 30.10.2019
dalla pagina http://www.fondazioneleonemoressa.org/2019/10/01/rapporto-2019-sulleconomia-dellimmigrazione/
Presentato martedì 8 ottobre presso la Presidenza del Consiglio il nono Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. L’edizione 2019 si concentra sui giovani: “la cittadinanza globale della generazione millennial“.
Gli immigrati stranieri producono il 9% del Pil italiano.
INFOGRAFICA; PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO; RASSEGNA STAMPA; TABELLE REGIONALI 2019
venerdì 1 novembre 2019
Italia-Libia, intesa e segreti. Tra diritti violati e contrabbando di petrolio
dalla pagina https://www.avvenire.it/attualita/pagine/italia-libia-i-segreti-di-una-intesa
Nello Scavo
venerdì 1 novembre 2019
Nell'inchiesta spuntano due documenti che confermano il finanziamento alle milizie libiche. Ecco cosa non si dice degli accordi siglati in questi anni con i governi nordafricani
Ogni conflitto ha il suo tariffario. In Libia si paga nella valuta sudicia dei diritti umani calpestati, in quella sporca del petrolio contrabbandato a tonnellate verso un’Europa che lascia sbarcare i barili di frodo ma abbandona in mare i naufraghi. E negli euro che ricoprono d’oro i capi milizie.
Solo a settembre sono stati assegnati per la sola area che va da Tripoli al confine con la Tunisia oltre 5,7 milioni di euro ai combattenti che sostengono il governo del premier al-Serraj contro l’avanzata del generale Haftar. Tra i principali beneficiari le brigate al Nasr, del clan a cui appartiene Bija, guardacoste e presunto trafficante, guidato dai fratelli Koshlaf. Una cifra colossale in un Paese dove il carburante costa 10 cent.
Alcune fonti in loco sostengono che, per come viene spesa quella montagna di soldi, bastano appena per qualche settimana di scontri. Un cortocircuito che mostra come Tripoli sia diventato un labirinto senza uscita per i governi europei che finanziano indirettamente i clan libici. I documenti visionati da Avvenire - vedi le due foto - confermano l’accordo nero su bianco e risalgono all’estate appena trascorsa.
Ma non è l’unico segreto sull’asse Bruxelles-Roma-Tripoli. Anche sulle relazioni tra le guardie costiere europee e quella libica continua a prevalere la linea d’ombra. Ancora una volta, dopo una delle numerose richieste di accesso agli atti indirizzata alle autorità italiane, la risposta è quella solita: segreto di Stato.
L’avvocato Alessandra Ballerini, per conto dell’Associazione Diritti e Frontiere, aveva chiesto chiarimenti sul caso "Ocean Viking", la nave di Medici senza frontiere e Sos Mediterranée, rimasta in ostaggio del solito flipper tra cancellerie europee. E così dal Comando delle Capitanerie di porto fanno sapere che la documentazione «investe rapporti con altri Stati, in specie Libia e Malta, i quali potrebbero sentirsi lesi nelle proprie prerogative dalla scelta italiana di ostendere atti recanti informazioni che possono in qualche modo riguardarli con il conseguente concreto pregiudizio ai rapporti che intercorrono tra Stati ed alle relazioni tra soggetti internazionali (Governo libico e maltese)».
Cosa ci sia da nascondere, se le norme internazionali sono state rispettate, non è dato da sapere. In altre parole, «le ragionevoli aspettative di confidenzialità dei diretti interessati» prevalgono ancora una volta sulla trasparenza.
Anche gli accordi tra Roma e Tripoli, in corso di imminente rinnovo, hanno molti capitoli coperti dal segreto nella parte attuativa. Si sa, ad esempio che «la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno».
Ma come avvengano i finanziamenti e chi ne controlli l’effettiva destinazione finale nessuno lo sa. Ancora più anomalo che il Memorandum Italia-Libia non sia stato mai votato dal Parlamento.
«Sono stati usati i soldi dei contribuenti della cooperazione per l’Africa per creare una guardia costiera che fa quello che noi, Paese occidentale, non possiamo fare: violazione sistematica dei diritti umani», dice Antonello Ciervo, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).
Un capitolo riguarda, a parole, il contrasto al contrabbando di petrolio. Davanti alle coste di Zuara e Zawyah, intanto, ci sarebbero 236 navi adoperate per l’export illegale di idrocarburi. La notizia, rivelata da Euronews, non sembra allarmare le autorità Ue.
I sequestri di greggio esportato illegalmente sono una rarità. La cosiddetta guardia costiera libica, infatti, è più impegnata a catturare migranti da riportare nei campi di prigionia, anziché concentrarsi sulle continue rapine di oro nero. Forse, come sostengono gli investigatori Onu, perché a gestire gli affari sporchi sono i clan.
A pagare sono sempre i più deboli. Per l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, una volta «intercettati in mare dalla Guardia costiera libica i migranti vengono rimpatriati in quel Paese. Vengono trasferiti in centri di detenzione sia ufficiali che ufficiosi». E lì sono sottoposti «non solo alla detenzione arbitraria indefinita, ma anche – si legge nel report della settimana scorsa – a gravi violazioni dei diritti umani come tortura e maltrattamenti, estorsioni, abusi e sfruttamento sessuale, tratta e traffico di esseri umani».
dalla pagina https://ilmanifesto.it/le-ong-contro-il-governo-inaccettabile-rinnovare-memorandum-con-la-libia/
Ong contro il governo: «Rinnovare il memorandum libico è inaccettabile»
Migranti. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch, Sea-Eye, Medici Senza Frontiere attaccano l'esecutivo e le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio
Giansandro Merli
Dopo la lettera delle associazioni che compongono il Tavolo asilo, anche le Ong attive nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo e nei campi di prigionia libici attaccano duramente l’esecutivo sul rinnovo del memordandum d’intesa con la Libia. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sea-Eye hanno diffuso ieri un comunicato congiunto in cui chiedono di approfittare di «questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo».
Le modifiche annunciate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il question time parlamentare di mercoledì scorso non hanno convinto nessuno. «Riteniamo grave l’intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico», scrivono le Ong.
Nel documento smontano punto per punto le asserzioni avanzate dal capo politico dei 5 Stelle sull’affidabilità dell’interlocutore libico e sull’equazione, di salviniana memoria, tra meno partenze e meno morti. In termini assoluti la diminuzione degli arrivi ha causato un aumento delle violenze e delle torture delle persone bloccate o riportate in Libia. In termini relativi i dati di Unhcr e Oim dimostrano che il rapporto tra partenze e decessi nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.
«Maquillage umanitario» è invece la definizione utilizzata da Medici senza frontiere (Msf) per le proposte di Di Maio. Le équipes dell’organizzazione sono attive lungo la rotta mediterranea centrale e forniscono assistenza medica nei centri di detenzione libici. «L’unica soluzione umanitaria possibile è superare il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l’evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo alternative di protezione e porre fine al supporto ad autorità e guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e traffico di esseri umani», afferma Marco Bertotto, responsabile advocacy Msf.
Nello Scavo
venerdì 1 novembre 2019
Nell'inchiesta spuntano due documenti che confermano il finanziamento alle milizie libiche. Ecco cosa non si dice degli accordi siglati in questi anni con i governi nordafricani
Ogni conflitto ha il suo tariffario. In Libia si paga nella valuta sudicia dei diritti umani calpestati, in quella sporca del petrolio contrabbandato a tonnellate verso un’Europa che lascia sbarcare i barili di frodo ma abbandona in mare i naufraghi. E negli euro che ricoprono d’oro i capi milizie.
Solo a settembre sono stati assegnati per la sola area che va da Tripoli al confine con la Tunisia oltre 5,7 milioni di euro ai combattenti che sostengono il governo del premier al-Serraj contro l’avanzata del generale Haftar. Tra i principali beneficiari le brigate al Nasr, del clan a cui appartiene Bija, guardacoste e presunto trafficante, guidato dai fratelli Koshlaf. Una cifra colossale in un Paese dove il carburante costa 10 cent.
Alcune fonti in loco sostengono che, per come viene spesa quella montagna di soldi, bastano appena per qualche settimana di scontri. Un cortocircuito che mostra come Tripoli sia diventato un labirinto senza uscita per i governi europei che finanziano indirettamente i clan libici. I documenti visionati da Avvenire - vedi le due foto - confermano l’accordo nero su bianco e risalgono all’estate appena trascorsa.
Ma non è l’unico segreto sull’asse Bruxelles-Roma-Tripoli. Anche sulle relazioni tra le guardie costiere europee e quella libica continua a prevalere la linea d’ombra. Ancora una volta, dopo una delle numerose richieste di accesso agli atti indirizzata alle autorità italiane, la risposta è quella solita: segreto di Stato.
L’avvocato Alessandra Ballerini, per conto dell’Associazione Diritti e Frontiere, aveva chiesto chiarimenti sul caso "Ocean Viking", la nave di Medici senza frontiere e Sos Mediterranée, rimasta in ostaggio del solito flipper tra cancellerie europee. E così dal Comando delle Capitanerie di porto fanno sapere che la documentazione «investe rapporti con altri Stati, in specie Libia e Malta, i quali potrebbero sentirsi lesi nelle proprie prerogative dalla scelta italiana di ostendere atti recanti informazioni che possono in qualche modo riguardarli con il conseguente concreto pregiudizio ai rapporti che intercorrono tra Stati ed alle relazioni tra soggetti internazionali (Governo libico e maltese)».
Cosa ci sia da nascondere, se le norme internazionali sono state rispettate, non è dato da sapere. In altre parole, «le ragionevoli aspettative di confidenzialità dei diretti interessati» prevalgono ancora una volta sulla trasparenza.
Anche gli accordi tra Roma e Tripoli, in corso di imminente rinnovo, hanno molti capitoli coperti dal segreto nella parte attuativa. Si sa, ad esempio che «la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno».
Ma come avvengano i finanziamenti e chi ne controlli l’effettiva destinazione finale nessuno lo sa. Ancora più anomalo che il Memorandum Italia-Libia non sia stato mai votato dal Parlamento.
«Sono stati usati i soldi dei contribuenti della cooperazione per l’Africa per creare una guardia costiera che fa quello che noi, Paese occidentale, non possiamo fare: violazione sistematica dei diritti umani», dice Antonello Ciervo, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).
Un capitolo riguarda, a parole, il contrasto al contrabbando di petrolio. Davanti alle coste di Zuara e Zawyah, intanto, ci sarebbero 236 navi adoperate per l’export illegale di idrocarburi. La notizia, rivelata da Euronews, non sembra allarmare le autorità Ue.
I sequestri di greggio esportato illegalmente sono una rarità. La cosiddetta guardia costiera libica, infatti, è più impegnata a catturare migranti da riportare nei campi di prigionia, anziché concentrarsi sulle continue rapine di oro nero. Forse, come sostengono gli investigatori Onu, perché a gestire gli affari sporchi sono i clan.
A pagare sono sempre i più deboli. Per l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, una volta «intercettati in mare dalla Guardia costiera libica i migranti vengono rimpatriati in quel Paese. Vengono trasferiti in centri di detenzione sia ufficiali che ufficiosi». E lì sono sottoposti «non solo alla detenzione arbitraria indefinita, ma anche – si legge nel report della settimana scorsa – a gravi violazioni dei diritti umani come tortura e maltrattamenti, estorsioni, abusi e sfruttamento sessuale, tratta e traffico di esseri umani».
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dalla pagina https://ilmanifesto.it/le-ong-contro-il-governo-inaccettabile-rinnovare-memorandum-con-la-libia/
Ong contro il governo: «Rinnovare il memorandum libico è inaccettabile»
Migranti. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch, Sea-Eye, Medici Senza Frontiere attaccano l'esecutivo e le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio
Giansandro Merli
Dopo la lettera delle associazioni che compongono il Tavolo asilo, anche le Ong attive nelle missioni umanitarie nel Mediterraneo e nei campi di prigionia libici attaccano duramente l’esecutivo sul rinnovo del memordandum d’intesa con la Libia. Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sea-Eye hanno diffuso ieri un comunicato congiunto in cui chiedono di approfittare di «questa importante scadenza per dimostrare un cambio di passo».
Le modifiche annunciate dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio durante il question time parlamentare di mercoledì scorso non hanno convinto nessuno. «Riteniamo grave l’intenzione da parte del governo italiano di voler confermare un accordo che ha avuto come unico risultato quello di aumentare in modo indiscriminato la violenza e la violazione dei diritti in territorio libico», scrivono le Ong.
Nel documento smontano punto per punto le asserzioni avanzate dal capo politico dei 5 Stelle sull’affidabilità dell’interlocutore libico e sull’equazione, di salviniana memoria, tra meno partenze e meno morti. In termini assoluti la diminuzione degli arrivi ha causato un aumento delle violenze e delle torture delle persone bloccate o riportate in Libia. In termini relativi i dati di Unhcr e Oim dimostrano che il rapporto tra partenze e decessi nel 2018 era di 1 a 29, mentre nel 2019 è divenuto di 1 a 6.
«Maquillage umanitario» è invece la definizione utilizzata da Medici senza frontiere (Msf) per le proposte di Di Maio. Le équipes dell’organizzazione sono attive lungo la rotta mediterranea centrale e forniscono assistenza medica nei centri di detenzione libici. «L’unica soluzione umanitaria possibile è superare il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l’evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo alternative di protezione e porre fine al supporto ad autorità e guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e traffico di esseri umani», afferma Marco Bertotto, responsabile advocacy Msf.
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