sabato 21 maggio 2022

L’Occidente e il vizio di considerarsi superiore

dalla pagina https://volerelaluna.it/controcanto/2022/05/19/loccidente-e-il-vizio-di-considerarsi-superiore/


I nostri valori. Nostri dell’Occidente, si intende. La retorica della guerra ruota tutta intorno a questa formula magica. Siamo in guerra per quelli, ci dicono. Il Corriere della sera scrive che «la resistenza ucraina ha risvegliato i valori occidentali» e Mario Draghi ha detto pochi giorni fa, a Capitol Hill, che siamo di fronte ad «una grande sfida per i valori al centro della democrazia. […] Non è in gioco solo l’integrità territoriale dell’Ucraina, la sua sovranità, la sua indipendenza. Questo è un attacco al sistema internazionale basato sulle regole che abbiamo costruito insieme dopo la Seconda guerra mondiale». Il messaggio è molto chiaro: l’Occidente è il custode non solo dell’ordine mondiale, ma anche della sua etica. La nostra supremazia sull’umanità è implicita. Il nostro interesse è legittimo: chiunque lo minacci non è solo un nemico. È un “cattivo”.

Questa cornice retorica suggerisce che il conflitto in Ucraina non sia un episodio, ma l’inizio di una fase in cui l’Occidente si metta in guerra con il resto del mondo. Il fatto che la maggioranza dell’umanità (guidata da Cina e India) abbia preferito di fatto schierarsi (nel rifiuto delle sanzioni, e nell’opposizione alle inchieste sui crimini di guerra russi) con un tiranno sanguinario come Putin e contro le democrazie occidentali dovrebbe farci capire come siamo percepiti. Del resto, siamo noi ad annunciare guerra al mondo. Su queste pagine, Francesco Pallante (https://volerelaluna.it/commenti/2022/05/11/tra-ideologia-di-guerra-e-politiche-di-potenza/) ha richiamato l’attenzione sulle parole pronunciate dal segretario della Nato Stoltenberg lo scorso 28 aprile: «La Cina per la Nato non è un nemico, ma la sua crescita ha implicazioni per la nostra sicurezza e tutto ciò verrà preso in considerazione dal prossimo piano strategico che gli alleati si daranno a Madrid. […] La Cina non rispetta i nostri valori democratici, investe nella marina e nella tecnologia dei missili ipersonici, si avvicina a noi nell’Artico e in Africa, vuole controllare le infrastrutture tecnologiche come il 5G e ha partnership sempre più stretta con Mosca». Commenta Pallante: «Ecco il problema: anziché starsene buona al posto che noi le abbiamo assegnato, la Cina (ma il discorso vale per qualsiasi potenza non allineata all’Occidente) osa avvicinarsi a noi economicamente, tecnologicamente, militarmente. E, così facendo, insidia la posizione di dominio planetario detenuta dagli Usa e dalla Nato. Autodeterminazione dei popoli, concorrenza di mercato, libertà di scegliersi il proprio sistema di governo? Tutte fandonie, buone a imbonire l’opinione pubblica. Al cuore delle relazioni internazionali vi sono, sempre e soltanto, per tutti gli Stati, politiche di potenza». Uno scenario da incubo: se la guerra Occidente-Russia in Ucraina non sfocia in un olocausto nucleare globale, potrebbe aspettarci una guerra Occidente-Cina.

È allora urgente tirare il freno di emergenza: e quel freno si chiama “pensiero critico”. Questo ospite scomodo, eppure vitale che abita tra i famosi valori occidentali non per difenderli con le armi, ma per rinegoziarli, cambiarli, complicarli, aprirli. Distinguere Europa da America, Nato da Unione Europea, interessi da valori: mai come oggi la distinzione è importante. E ancora di più è la capacità di guardarci da fuori, con gli occhi degli altri: del resto dell’umanità che ci vede (a ragione) come dominatori di un mondo monopolare, cioè appunto sotto il dominio occidentale. Draghi ha parlato più volte del “multilateralismo” che ha fatto grande, in passato, la nostra politica internazionale: oggi la missione del nostro Paese – piantato nel Mediterraneo ai confini dell’Occidente – dovrebbe essere proprio quella, che è il contrario dell’atlantismo che invece Draghi pratica. È papa Francesco – che non per caso non è un occidentale, ma uno che viene «dalla fine del mondo», per dirla con parole sue – a invitarci costantemente a cambiare sguardo. Per farlo, dobbiamo saper ritrovare e ascoltare le tante voci che, nell’Occidente, hanno contraddetto l’immagine Occidente, criticandolo anche in modo aspro.

Nel 1914, per esempio, il grande musicologo francese e premio Nobel per la letteratura Romain Rolland scrisse una serie di riflessioni contro la Grande Guerra, e contro l’ipocrisia della retorica dei valori occidentali, che il lettore italiano di oggi può conoscere grazie a un bel libretto profeticamente comparso nel 2019 (Patrie. Lettere. Tolstoj, Zweig, Rolland e don Milani. Piccola antologia di scritti sul patriottismo con quattro tavole di Frans Masereel, Analogon Edizioni). «Il nemico peggiore – notava – non si trova al di là delle frontiere, esso è all’interno di ciascuna nazione e nessuna nazione ha il coraggio di combatterlo. Questo mostro a cento teste si chiama imperialismo, un orgoglio e una volontà di dominio che vuole assorbire, sottomettere o distruggere tutto, che non tollera alcuna libera grandezza al di fuori di se stesso». Rolland ci guardava da fuori citando le parole che il grande poeta indiano Rabindranath Tagore aveva appena pronunciato a Tokyo sulla civiltà occidentale: «Essa consuma i popoli che invade; stermina o annienta le stirpi che ostacolano la sua marcia di conquista. Una civiltà di cannibali. Opprime i deboli e si arricchisce a loro spese. Col pretesto del patriottismo essa tradisce la parola data, tende senza vergogna i suoi tranelli di menzogne, erige idoli mostruosi nei templi dedicati al Guadagno, il dio ch’essa adora. Ebbene noi profetizziamo che tutto ciò non durerà per sempre…». Rolland sottolineava: «Tutto ciò non durerà per sempre». E chiedeva: «Avete sentito uomini europei? Non tappatevi le orecchie!». Ebbene, vale anche per noi, un secolo dopo: se non vogliamo un futuro di guerra continua, non tappiamoci le orecchie, non copriamoci gli occhi.


martedì 17 maggio 2022

Lettera aperta del MIR Italia sull’entrata di Finlandia e Svezia nella NATO

dalla pagina https://www.pressenza.com/it/2022/05/lettera-aperta-del-mir-italia-sullentrata-di-finlandia-e-svezia-nella-nato/

 


 

Cari amici della Finlandia e della Svezia,

Ogni giorno è giorno di guerra in diverse aree del pianeta e non si prevede un vicino cambiamento, essendo dominante negli Stati una logica di guerra, di contrapposizione e di inimicizia. Prova ne è la crescente spesa militare collegata alla produzione e alla vendita di armi.

La terribile guerra in Ucraina, anziché attenuarsi, sta crescendo con il diretto coinvolgimento degli Stati dell’Alleanza Atlantica, fino a rischiare un conflitto mondiale con armi nucleari.
Gli sviluppi dell’aggressione della Russia in Ucraina hanno spinto i governi svedese e finlandese ad avanzare la richiesta di adesione alla Nato. Comprendiamo la preoccupazione e la paura di poter essere un obiettivo per una possibile azione di guerra.

Consideriamo la scelta di aderire alla NATO come pericolosa per la pace in Europa, innanzitutto perché accresce la contrapposizione militare nella regione e rafforza un’alleanza per la guerra, anziché sollecitare una de-escalation e un cambio di registro che privilegi alleanze e dialoghi per la pace.
L’Europa è stata dilaniata dalle guerre mondiali e l’Unione Europea nasceva con il proposito di creare un “unione” per costruire la pace e sostenere e salvaguardare la convivenza tra i popoli.
Rafforzare le alleanze militari significa dare alla forza delle armi il predominio nei rapporti tra gli stati.
Dobbiamo lavorare per la pace, con alleanze per la pace.

Venendo a mancare la neutralità di Finlandia e Svezia, ciò potrebbe provocare una reazione della Russia in un contesto che vede un sempre maggior allargamento di un’alleanza militare nata in funzione anti-russa. L’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia, rafforzerebbe l’Alleanza che già raggruppa 30 Paesi.

L’Italia è membro della NATO e questo comporta, tra l’altro, la presenza di basi militari con personale di altri paesi sul nostro territorio e l’utilizzo di queste basi per interventi in aree di guerra in cui noi, come italiani non siamo direttamente coinvolti e non vogliamo essere coinvolti. Di continuo riceviamo pressioni per aumentare la spesa militare e osservare gli obblighi che derivano da questo tipo di trattato. E’ un impegno militarista. “L’Italia ripudia la guerra quale strumento per la risoluzione dei conflitti tra gli stati”; questo è quanto recita l’articolo 11 della nostra Costituzione ed è quello che a gran voce ripetiamo sempre, anche ogni volta che purtroppo droni e missioni militari partono dalle basi sul nostro territorio. In aggiunta, l’Italia, che tramite ben 2 referendum ha rifiutato il nucleare, si trova suo malgrado ad ospitare circa 70 testate nucleari altrui in queste basi.

Noi in Italia non ci sentiamo più sicuri, anzi, ci sentiamo sempre pienamente coinvolti ogni volta che un velivolo militare decolla dalle basi di Sigonella o Aviano o Ghedi, per citarne solo alcune.
In tutta Europa, compresa l’Italia, organizzazioni della società civile si mobilitano per chiedere ai propri governi di uscire dalla NATO, di abbandonare uno schieramento militare che divide il mondo e che molto spesso è un asservimento a potenze straniere.

Occorre fermare questa folle escalation militare, insistendo per dei negoziati di pace, per la mediazione e per il dialogo. La nonviolenza è il nostro faro e la storia insegna che è possibile una trasformazione nonviolenta dei conflitti, affinché sugli interessi e le logiche nazionalistiche, prevalgano le ragioni della pace e della vita dei popoli coinvolti.

Occorrono nuovi gesti di pace, di apertura al dialogo.
Più armi non rendono il mondo più sicuro, bensì più vicino a facili inneschi mortali.

La vostra storia di neutralità è importante; serve rafforzare una “neutralità attiva” che contribuisca alla de-escalation e alla mediazione e che rafforzi il multilateralismo, per cambiare rotta dall’attuale rovinosa strada in cui prevale la logica della violenza.

Il nostro appello, amici finlandesi e svedesi, è che la guerra cessi, che i vostri popoli non siano coinvolti e le vite siano risparmiate e che si possa insieme, tutti insieme, collaborare per “costruire la pace”, con strumenti di pace, altrimenti non sarà mai pace.

Perché noi “popoli delle Nazioni Unite siamo decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” ma anche e soprattutto ora, adesso, la generazione presente.
Continuiamo insieme a lavorare per la pace e a sollecitare i nostri governi ad un reale impegno costruttivo per la pace, all’insegna del multilateralismo, sostenendo anche la piena implementazione dei fini delle Nazioni Unite, “mantenere la pace e la sicurezza internazionale”.

In fratellanza con tutti voi.

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sabato 14 maggio 2022

Guerra ucraìna, perché deve vincere la pace

dalla pagina https://ilmanifesto.it/guerra-ucraina-perche-deve-vincere-la-pace

ESCALATION. L’Italia invece ora invia anche armi pesanti, ma l’intenzione è cambiata radicalmente: da azione di sostegno alla difesa ucraìna all’offensiva contro Mosca e in terra russa

Giulio Marcon 

Ieri il capo del Pentagono Austin ha chiamato il suo corrispettivo russo Shojgu chiedendo un cessate il fuoco e la preservazione comunque dei canali di comunicazione Usa-Russia. Una novità rilevante, anche se sono ancora parole, è un gesto che rischia di spiazzare perfino gli alleati. Perché continuando ad inviare armi in Ucraina, ora anche quelle pesanti, offensive, ormai anche l’Italia e l’Europa sono in guerra.

Così nel giro di alcune settimane lo scenario generale è radicalmente cambiato: da un’azione di contenimento e di sostegno alla difesa ucraìna ad una prospettiva di un’offensiva contro la Russia e in terra russa. Con l’invio di armi pesanti, con il vertice di Ramstein, con il premier inglese che avvalora l’ipotesi di attacchi sul suolo russo e con la Svezia e la Finlandia che si apprestano ad accelerare l’entrata nella Nato (che con il suo stolido segretario zittisce Zelensky sulla Crimea) è cambiato tutto.

Lo scenario – nonostante le interpretazioni ottimistiche del discorso di Putin del 9 maggio, del viaggio di Draghi a Washington e ora con il gesto di Austin – resta sul campo quello di una escalation. D’altronde solo qualche giorno fa la visita del segretario dell’Onu a Kiev (dopo Mosca) è stata accompagnata dai raid russi sulla capitale ucraina: a buon intenditor poche parole.

Anche gli intendimenti di pace di papa Francesco sono stati fermati, da Zelensky e da Kirill. Le timide ma importanti aperture di Macron non sembrano seguite e il riferimento di Draghi che Putin e Biden «si debbano parlare», loro due non per interposti poteri, sembra finora senza nessuna ricaduta. Se nelle prime settimane della guerra prevaleva la ricerca di una possibile mediazione e di accordo per il «cessate il fuoco», ora il tema è come «vincere la guerra» e come mettere all’angolo Putin.

Non si capisce fino in fondo quale sia il «punto di caduta» di questa strategia: la sconfitta sul campo delle truppe russe, la riconquista della Crimea e del Donbass, la defenestrazione o l’umiliazione di Putin? Mentre la Russia combatte una guerra di aggressione sanguinosa e criminale che causa tragedie alla popolazione civile, gli Stati Uniti combattono la loro «guerra per procura» o da remoto, con all’orizzonte diversi obiettivi: far inginocchiare i russi ed indebolire i cinesi, ricondurre all’ordine gli europei sotto la Nato, ribadire l’insidiata supremazia.

Gli alfieri della guerra dicono: dobbiamo portare fino in fondo l’azione militare a difesa dell’Ucraina per arrivare ad una «pace giusta». Ma quante guerre sono finite con una «pace giusta»? In Afghanistan? In Bosnia Erzegovina, dopo l’accordo di Dayton? E per il Kosovo? E a Cipro, dopo la guerra tra due eserciti Nato del 1974, c’è forse una «pace giusta»? L’unica cosa giusta da fare è condurre al silenzio le armi, farle tacere; e poi ricercare le strade di un possibile compromesso. Forse estremo, paradossale, forse unilaterale. Erasmo da Rotterdam ricordava: «Molto meglio una pace ingiusta, che una guerra giusta». Con di più il rischio che una «guerra giusta» locale diventi una «guerra giusta» globale, nucleare, in cui poi nessuno potrà rivendicare mai più la giustezza della sua guerra.

Poi, vista dall’occidente, questa retorica e isteria bellicista è veramente ipocrita: chi ci crede lasci la sedia dei talk show (da dove si pontifica) e parta per il fronte. Dove invece sarebbe meglio andare – come fecero in migliaia 30 anni fa per le guerre jugoslave e come si sta iniziando a fare ora- per portare aiuti, soccorrere le vittime, fare assistenza umanitaria e interposizione di pace.

La politica italiana (quasi tutta) balbetta, prona alle alleanze militari, al complesso militare-industriale e alle dinamiche di guerra, mentre i pacifisti italiani ed europei – attaccati e insultati (amici di Putin, traditori, ecc.) – cercano di tenere in piedi una riflessione e un’azione di pace, come abbiamo documentato con Sbilanciamoci nell’ebook I pacifisti e l’Ucraina (gratuito da https://sbilanciamoci.info/i-pacifisti-e-l-ucraina/).

Con l’illustrazione al libro di Mauro Biani,, l’intendimento è chiaro: oggi si tratta di «vincere la pace», non di vincere la guerra. Sempre gli alfieri della guerra ci dicono: non si può fare la pace con un criminale come Putin. Vogliamo fare l’elenco di tutti i criminali e i dittatori con cui gli Usa e gli occidentali si sono alleati in questi decenni, con i quali magari hanno combattuto fianco a fianco?

Oggi, l’obiettivo primario è evitare altre sofferenze, altre vittime, altre distruzioni. Continuare ad inviare armi offensive, pesanti) adesso che il conflitto ha cambiato natura, da contenimento e difesa ad offesa anche in territorio russo, significa prolungare la guerra, alimentarla, estenderla in una dinamica incontrollata, in una spirale da esiti che possono essere catastrofici. L’obiettivo non può essere che il «cessate il fuoco», immediato – forse se ne è accorto, a parole, anche il Pentagono.

Qualche giorno fa il commissario europeo Gentiloni ha detto (pur timidamente) che l’Onu, il Vaticano e la Cina potrebbero avere un prezioso ruolo di mediazione. Condivisibile. Ma, non è successo niente. Ecco: se Stoltenberg, Johnnson, Biden e compagnia parlassero di meno e se ci fosse un mandato (anche solo ufficioso) ai soggetti citati da Gentiloni ad intraprendere la ricerca di un «cessate il fuoco» faremmo un grande passo in avanti. È quello che – anche per salvare la popolazione ucraina ed evitare altre vittime – tutti noi speriamo.


mercoledì 11 maggio 2022

13 maggio. Incontro con Nello Scavo, Kiev

Gli uffici comunicazioni sociali, migrantes, missio, caritas e pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Vicenza propongono per venerdì 13 maggio 2022 alle 20,30 un incontro con il giornalista di Avvenire Nello Scavo, durante il quale verrà presentato il suo ultimo libro “Kiev” edito da Garzanti.

Il centro giovanile della parrocchia di san Giuseppe, in via del Mercato nuovo 43, è stato scelto perché riferimento per la comunità ucraina a Vicenza. Sarà un dialogo che aiuterà a comprendere meglio cosa sta accadendo in Ucraina e come stanno vivendo questo dramma i connazionali ucraini presenti a Vicenza.

L’ingresso è libero, senza prenotazione.

Nello Scavo, tra i più esperti e premiati corrispondenti di guerra italiani, raggiunge la capitale ucraina a metà febbraio 2022, quando la minaccia di un attacco russo si fa sempre più insistente, ma ancora in pochi credono possibile un’invasione militare da parte di Vladimir Putin. Da quel momento, registra senza censure il rapido tracollo di una situazione che si fa sempre più pericolosa: la dichiarazione dello stato di emergenza, il trasferimento delle ambasciate, e poi le esplosioni, le colonne di carrarmati, il disperato esodo dalle città. Giorno dopo giorno descrive i movimenti delle truppe russe e la resistenza degli ucraini; approfondisce le conseguenze politiche ed economiche dei combattimenti; svela le ragioni ideologiche alla base delle decisioni dei leader. Allo stesso tempo non dimentica la dimensione umana del dramma in corso, raccogliendo le testimonianze dirette di chi da un momento all’altro ha dovuto abbandonare la casa, ha perso la famiglia, ha scelto di imbracciare un fucile. Kiev è il diario personale di un conflitto nel cuore dell’Europa, scritto sul campo da un giornalista chiaro nello spiegare le ragioni di quanti la guerra la decidono, ma soprattutto capace di dare voce a coloro che questa tragedia sono costretti a subirla.

 

martedì 10 maggio 2022

Morti sul lavoro: la strage senza fine

dalla pagina https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/05/09/morti-sul-lavoro-la-strage-senza-fine/

La postina, il tornitore, il contadino, l’operaia tessile, l’autista, il rider, il muratore, lo studente mandato in fabbrica dalla scuola per fare formazione… Tutti caduti sul lavoro, usciti da casa per andare in ufficio, in fabbrica, in cantiere o saliti sul trattore, sulla bici, sul camion, oppure al ministero degli esteri ad aggiustare un ascensore, o ancora in Valle d’Aosta a ristrutturare la casa di villeggiatura della ministra della giustizia Marta Cartabia e mai più tornati. Il Covid e le risposte politiche, economiche e sociali ciniche e liberiste messe in campo per mitigare gli effetti nefasti della pandemia su occupazione e imprese hanno ulteriormente aggravato i numeri della strage di uomini e donne che per vivere devono lavorare. A ogni costo, in qualunque condizione, con contratti a termine, in appalto, subappalto, semplicemente al nero. Lavorare in fretta e con meno sicurezza, fare in fretta al cesso, se proprio si deve andare, oppure la capa con i tacchi a spillo ti fa tirare giù le mutande per controllare se hai le mestruazioni. Il superbonus per ristrutturare case e villette con il 110% di sostegno pubblico fa volare l’edilizia ma i lavori vanno fatti in fretta, pazienza se in deroga alle norme, pazienza se il muratore volerà giù dall’impalcatura. Tanto più che probabilmente sarà un immigrato magari irregolare e, guarda caso, al primo giorno di lavoro per nascondere che lavorava al nero senza contributi.

Prendere o lasciare, c’è la fila di altri disgraziati in attesa, devi scegliere tra lavoro e diritti. Uomini e donne, italiani e migranti, giovani al primo mese di lavoro e anziani che avrebbero dovuto già essere in pensione. Crescono i morti persino rispetto all’anno scorso, un anno orribile da record con più di 1.200 caduti sul fronte del lavoro secondo i dati dell’Inail, che esclude dal conteggio lavoratori al nero e medici e infermieri vittime del Covid. Gli infortuni nei primi tre mesi del 2022 sono aumentati del 49%. Secondo l’attendibile Osservatorio indipendente di Bologna, le vittime nei primi quattro mesi dell’anno ammonterebbero a 422, sommando quelle uccise sul luogo di lavoro e quelle in itinere. Il Covid è diventato un pretesto per aumentare lo sfruttamento sul lavoro. Crescono gli occupati, brindiamo a Draghi, ma crescono solo i contratti a termine, in appalti e subappalti dove i controlli sulle norme di sicurezza, salari e orari sono quasi inesistenti. I sindacati protestano, il governo e i partiti piangono lacrime di coccodrillo ma continuano a espellere la dignità del lavoro dalle agende della politica. I colpevoli ritardi in materia di sicurezza sono il lievito di padroni e padroncini che per risparmiare due minuti e due soldi tolgono i sistemi di protezione a una macchina tessile che prima o poi finirà per decapitare o stritolare un’operaia. Il 20% dei lavoratori dipendenti è precario, il massimo dal 1977, a cui si aggiunge un precariato molto più diffuso nel resto del mondo del lavoro. I contratti a termine hanno registrato un massimo storico.

La guerra è un altro pretesto per trasformare le promesse da marinaio (ci perdoni il marinaio per questo luogo comune) in carta straccia. Putin invade l’Ucraina, i costi di gas, petrolio, grano, trasporti vanno alle stelle? Allora il ministro per la transizione ecologica, che dovrebbe affrancarci dal consumo di risorse non rinnovabili, decide di riaprire le centrali a carbone per non farci mancare nulla, neppure il cancro e il buco dell’ozono. A quando la riapertura delle miniere di carbone in Sardegna? La guerra, poi, costa, e consuma proiettili, intelligenza e umanità. Servono più armi nuove per rimpiazzare quelle che con spirito solidale (o criminale?) doniamo al governo ucraino: è pronto (o quasi) il terzo invio di armamenti a Kiev – questa volta carri armati e obici semoventi – deciso dall’esecutivo senza neppure discuterne in Parlamento, mentre è stato votato l’aumento di 15 miliardi di spesa in nuove armi, fino al 2% del PIL. E per sostenere l’industria bellica le commissioni finanza di Camera e Senato hanno deciso, con i voti del Pd e delle destre di governo e d’opposizione, l’abolizione dell’Iva. Non sugli assorbenti, sulla vendita di armi. Costruire, vendere e usare armi è sempre più un affare, ma non per le casse dello Stato. Un’altra fetta di welfare se ne va in fumo.

I sindacati sono ignorati dal governo; al massimo, se protestano nelle manifestazioni del 1° maggio, vengono convocati un paio d’ore prima che Draghi emetta il suo decreto con gli interventi economici e finanziari per affrontare la crisi (“a babbo morto” si dice a Roma, che vuol dire a cose fatte). Una crisi pesante, con una disoccupazione tra l’8 e il 9% che diventa esplosiva al sud e colpisce soprattutto le donne, quella giovanile è sopra il 25%. L’inflazione balzata al 6,2% impoverisce pensioni e salari già poverissimi colpendo il potere d’acquisto, a meno che l’operaio o il pensionato con la minima decidano di comprare cannoni e fucili invece di pagnotte di pane. Di tassa patrimoniale, guai a parlarne, la rendita è sacra. Al massimo, un lieve aumento del prelievo sugli extraprofitti delle aziende energetiche per sostenere quelle energivore e quelle messe in difficoltà dal blocco delle esportazioni in Russia. Al massimo, un assegno da 200 euro ai lavoratori più svantaggiati. Al massimo, prolungamento fino a luglio dell’opera di calmieramento del prezzo di gas e carburanti. Il costo di questa manovra aggiuntiva arriva a 14 miliardi, ma visto che non si vuole far pagare i ricchi pagheranno i poveri e crescerà il debito pubblico. Meno soldi all’istruzione, alla ricerca, alla sanità.

Il dramma della guerra monopolizza la discussione pubblica, una discussione a senso unico che manda in letargo la Costituzione e mette il silenziatore sulle scelte di prospettiva del governo. La guerra chiama all’unità, al compattamento che per i padroni diventa pace sociale e blocco dei contratti. Il conflitto armato va bene, quello sociale va messo al bando. Cadono i tabù e nei talk show si parla impunemente di bombe nucleari e guerra mondiale. Chi parla di trattative e di pace e dopo aver condannato la guerra di Putin si permette di criticare la Nato, come fa il papa, diventa un inascoltato buonista romantico. E chi contro il pensiero unico riunisce in un teatro romano intellettuali, giornalisti non embedded, artisti, religiosi per discutere di pace senza paraocchi, come hanno fatto Michele Santoro e Vauro, altro non è che un servo di Putin. E l’Anpi diventa l’“Associazione nazionale putiniani italiani”. In un clima del genere, chi volete che si preoccupi dei morti sul lavoro?

In homepage murales di Jorit dedicato a Luana D’Orazio, giovane operaia morta in un’azienda tessile di Prato (Roma, Centro Sociale Occupato Autogestito ex Snia)


lunedì 9 maggio 2022

L’arsenale della democrazia, lo scontro tra imperi e le politiche attive di pace

dalla pagina https://www.azionenonviolenta.it/larsenale-della-democrazia-lo-scontro-tra-imperi-e-le-politiche-attive-di-pace/

 

C’è un salto di qualità nel paradigma della guerra per il ri/posizionamento globale delle superpotenze. Lo esplicita il discorso del presidente Joe Biden in visita il 3 maggio scorso alla Lockheed Martin, la più grande fabbrica di armamenti al mondo, negli stabilimenti di Troy in Alabama nella quale si producono i missili javelin inviati massicciamente dal governo USA a quello ucraino. Per il contesto specifico in cui è pronunciato, la gravità delle parole e l’informalità dei modi esplicita chiaramente il paradigma, che Limes chiama dello “scontro tra imperi” – iniziato dopo l’abbattimento del muro di Berlino dai “vincitori” della “guerra fredda” con l’attacco NATO a Belgrado nel 1999 e il relativo “bombardamento non accidentale dell’ambasciata di Cina a Belgrado” del 7 maggio – giunto, tra colpi e contraccolpi sui vari scacchieri del pianeta (Afganistan, Iraq, Siria, tra gli altri), all’invasione militare dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin dello scorso 24 febbraio, che ha decretato nuovamente “la fine della pace in Europa” (Limes, n.3/2022). Poiché il discorso di Biden – a dispetto della vision che veicola – è stato poco raccontato nel nostro paese, ne propongo di seguito alcuni stralci salienti (qui la versione integrale), ai quali aggiungo le riflessioni conseguenti.

La dottrina di Joe Biden illustrata alla Lockheed Martin

“Buon pomeriggio a tutti. E grazie, Jim, per l’invito a essere qui oggi (James Taiclet, presidente e Ceo di Lockheed Martin, ndr) e grazie a Linda, per il caloroso benvenuto di oggi (Linda Griffin, responsabile della produzione dei missili javelin, ndr). (…) Sentite, il popolo americano sa cosa fanno i lavoratori di questa struttura per sostenere la lotta dell’Ucraina per la libertà. E il punto è che sono venuto a ringraziarvi. Questo è il motivo per cui sono qui. Sono stato su quei campi di battaglia dove vengono lanciati questi missili, e ho passato molto tempo ad entrare e uscire dall’Iraq e dall’Afghanistan – forse un totale di 40 volte. E vi dico una cosa: io sono stato in Ucraina molto prima della guerra e sul confine dalla guerra. Ed è incredibile quello che hai fatto. (…). Quei giavellotti che ho visto – ce ne sono 10 per ogni carro armato che c’è in Ucraina adesso – sono stati così importanti che c’è anche una storia sui genitori ucraini che chiamano i loro figli “Javelin” o “Javelina.” Non è uno scherzo. (…). Gente, c’è una battaglia in corso nel mondo tra autocrazia e democrazia. Xi Jinping, il leader della Cina, è chiaro al riguardo. Dice che le democrazie non possono essere sostenute nel XXI secolo. Non è uno scherzo. Non possono essere sostenute – perché le cose si stanno muovendo così rapidamente, le democrazie richiedono consenso, ed è difficile ottenere consenso, quindi non possono tenere il passo con un’autocrazia. Ma non sarà così. (…) E grazie a voi – in questa prima, vera, battaglia – perché questo per determinare se ciò accadrà è perché lo state rendendo possibile. State rendendo possibile al popolo ucraino di difendersi senza che noi dobbiamo rischiare di entrare in una terza guerra mondiale inviando soldati americani a combattere soldati russi. Mio padre aveva un’espressione. Diceva: “L’unica guerra peggiore di quella che si vuole è quella non voluta.” Stai permettendo agli ucraini di difendersi. E, francamente, stanno prendendo in giro l’esercito russo in molti casi. (…) Prima che la Russia attaccasse, ci siamo assicurati che l’Ucraina avesse giavellotti e altre armi per rafforzare le proprie difese in modo che l’Ucraina fosse pronta per qualsiasi cosa accadesse. E negli ultimi due mesi, abbiamo continuato a spostare ancora più risorse e attrezzature a un ritmo rapido in Ucraina. Abbiamo fatto in modo che non ci siano interruzioni nel flusso di attrezzature verso l’Ucraina. (…) C’è qualcos’altro qui da capire: essere l’arsenale della democrazia significa anche posti di lavoro ben pagati per i lavoratori americani in Alabama e gli stati in tutta l’America, dove le attrezzature di difesa sono prodotti e assemblati. Le Forze Armate degli Stati Uniti d’America continueranno ad essere la forza di combattimento meglio armata e più capace nella storia del mondo. (…) E sto ancora una volta esortando il Congresso ad approvare rapidamente il disegno di legge per il finanziamento supplementare di oltre 30 miliardi di dollari per aiutare gli ucraini in modo che possano mantenere tutti voi molto, molto occupati per un po’ qui. Quindi, ancora una volta, lasciatemi finire dove ho iniziato. Sono venuto per un motivo fondamentale, dal profondo del mio cuore: dire grazie. Grazie, grazie, grazie per quello che fate. Che Dio vi benedica tutti. E che Dio protegga le nostre truppe. Grazie mille. (Applausi.)

La prima, vera, battaglia”. Benedetta da Dio

Da questo discorso di Joe Biden, si evincono, nell’ordine, alcuni punti fermi della sua “dottrina”, che spiega la continua escalation dei toni e della fornitura di armi per la guerra in Ucraina, anziché la de-escalation e la pressione alle parti per il “cessate il fuoco” e le trattative. Come conferma, per esempio, anche la repentina smentita della Nato al presidente Zelensky che il 7 maggio aveva aperto a possibili trattative di pace, con la disponibilità a rinunciare alla Crimea, contraddetto a strettissimo giro da Stoltenberg per il quale la NATO, della quale è segretario generale, “non accetterà mai l’annessione della Crimea alla Russia”. Eccone, dunque, i punti esplicitati da Biden:

1. la guerra in corso, almeno dal punto di vista dell’industria bellica statunitense – che in questi mesi sta moltiplicando i profitti – è in continuità con le guerre precedenti, da parte degli USA, in Afghanistan ed in Iraq (che hanno consentito di raddoppiare in venti anni le spese militari globali e, dunque, i guadagni dell’industria bellica internazionale, ndr).

2. Le massicce forniture di armi al governo ucraino avvengono da molto prima dell’invasione russa del 24 febbraio (ed è legittima, dunque, la domanda se ne sono state anche con-causa).

3. Quella in corso in Ucraina è “la prima, vera, battaglia” per la supremazia “tra autocrazia e democrazia”, che si sta conducendo con i corpi degli ucraini, senza che gli USA debbano “rischiare di entrare in una terza guerra mondiale inviando soldati americani a combattere soldati russi”.

4. Gli USA sono “l’arsenale della democrazia”, che significa continuare ad “essere la forza di combattimento meglio armata e più capace nella storia del mondo” (infatti spendono da soli il 38% degli oltre 2100 miliardi di dollari annui globali di spese militari, la Russia spende il 3,1 e la Cina il 14%: dati SIPRI 2022, ndr).

5. I 30 miliardi di dollari aggiuntivi chiesti al Congresso per “aiutare gli ucraini” servono anche per “mantenere molto, molto occupate” le industrie che producono armamenti (nello specifico la Lockheed Martin, la stessa azienda da cui il nostro Paese acquista da anni i famigerati 90 caccia F35, ndr).

6. Tutto ciò con l’invocazione – a cura del cattolico Biden – della benedizione divina per le fabbriche di armamenti, oltre che per le truppe, laddove papa Francesco – che dovrebbe essere la guida morale dei cattolici – ribadisce continuamente che “i fabbricanti di armi, che sono mercanti di morte, dovranno rendere conto a Dio”.

I renitenti alla guerra e l’accanimento bellicista

Questa vision strategica della guerra permanente delle democrazie contro le autocrazie, fondata sulla politica di potenza degli USA – anche religiosamente “legittimata” – di cui quelle in corso in Ucraina è la “prima, vera, battaglia” all’interno di un enorme scontro epocale, assolutamente da “vincere”, in Italia – nonostante l’accanimento bellicista di gran parte delle forze politiche e della maggioranza dei mezzi di comunicazione, allineati alla dottrina Biden – sembra trovare la maggioranza dei cittadini renitenti alla chiamata alle armi. Almeno così ci dicono le ricerche di opinione svolte nelle ultime settimane: l’ultima disponibile, del 6 maggio, a cura di EMG, evidenzia che il 58 % degli intervistati non è d’accordo con l’invio di ulteriori armi al governo ucraino, solo il 28% è d’accordo, mentre il restate 14% non risponde. Ciò significa che – nonostante decenni di ripudio della Costituzione anziché della guerra, attraverso le tante guerre fatte in giro per il mondo – la forza pedagogica dell’articolo 11, la lucidità profetica di papa Francesco e le campagne del movimento per la pace e il disarmo hanno costruito, nell’insieme, degli anticorpi dal basso rispetto al bellicismo dilagante dall’alto. Necessari, anche se ancora non sufficienti a modificare le scelte politiche. Ma che spiegano anche l’accanimento mediatico contro i “pacifisti”, accusati grottescamente di essere… putinisti!

Costruire la pace con mezzi pacifici, nel presente e per il futuro

La gravità della situazione attuale e della visione che la sostiene (“l’unica guerra peggiore di quella che si vuole è quella non voluta”) – che, come in una distopia, non sembra prevedere alcuna ipotesi di multilateralismo e di cooperazione internazionale fondata su politiche condivise di pace tra le potenze (che era la vision di Michail Gorbačëv, come ricordo qui) – necessita nell’immediato di azioni volte al cessare il fuoco in Ucraina, alla tregua duratura ed all’avvio di trattative di pace, attraverso azioni e mezzi volti a questo scopo, ossia coerenti con i fini da raggiungere, come abbiamo scritto più volte (per esempio, anche qui e qui). Ma questo è solo l’inizio: rispetto alla guerra globale in corso nel pianeta – “la guerra mondiale a pezzetti”, denunciata da anni da papa Francesco, e confermata dagli oltre 160 conflitti armati mappati dal Dipartimento di ricerca sulla pace e i conflitti dell’Università di Upssala – si tratta di riportare il tema della costruzione della pace con mezzi pacifici stabilmente al centro delle categorie della politica. Nazionale e internazionale. Non più in quanto elemento marginale, o del tutto secondario, così come è stato colpevolmente trattato fino ad ora da quasi tutte le forze politiche che, non a caso, si sono trovate spiazzate e impreparate nell’analisi e nella proposta, una volta investite pienamente dallo tsunami della guerra tornata in Europa sul terreno e in Italia sui media e al centro del confronto politico. Al punto da approvare a larghissima maggioranza in parlamento – sull’onda dell’emozione e non della ragione – l’aumento strutturale delle spese militari annue al 2%. Salvo qualche mugugno postumo.

Le politiche attive di pace come nuovo paradigma della politica

Ora è necessario che – analogamente a quanto sta avvenendo, seppur timidamente, rispetto alla catastrofe ambientale in corso – anche rispetto alla catastrofe bellica, in svolgimento sul terreno in Ucraina e in avanzamento, direttamente e indirettamente, nel mondo tra le potenze militari, è necessario che la politica esca da ambiguità e reticenze. O indossa l’elmetto, come in gran parte ha già fatto, e si arruola, contribuendo a preparare irresponsabilmente l’apocalisse nucleare che questa distopia bellica globale porta con se, oppure fa obiezione di coscienza alla guerra ed alla sua preparazione e imposta coerentemente politiche attive di pace. In modalità trasversale – ciascuno per il suo ruolo e la sua funzione – tra le organizzazioni politiche della sinistra, dell’ecologia e di ispirazione cattolica, in collaborazione con le organizzazioni della società civile impegnate nelle campagne nonviolente. Facendo della questione della pace e della costruzione di politiche internazionali di convivenza pacifica, il perno dei programmi politici, nazionali e internazionali: disarmo, riconversione sociale delle spese militari, riconversione civile dell’industria bellica, proibizione delle armi nucleari, costruzione della difesa civile non armata e nonviolenta e dei corpi civili di pace, sono alcune delle proposte e dei progetti già sul tavolo, che vanno fatti propri e sostenuti in tutte le sedi. Dai consigli comunali al parlamento italiano a quello europeo. E devono diventare i punti cardine dei programmi politici dei partiti e delle agende di chi si candida a governare. Ed in base a questo essere votati o meno dai cittadini. Insomma, oggi più che mai, “se vuoi la pace, prepara la pace”, come ripeteva Aldo Capitini, perché “l’arsenale della democrazia” non può che essere fondato sul “ripudio della guerra” e sulla costruzione responsabile delle alternative etiche di gestione e risoluzione delle “controversie internazionali”, liberando contemporaneamente anche le enormi risorse pubbliche imprigionate nelle spese militari. L’alternativa a questo è contribuire, ciascuno per la sua parte, alla preparazione dell’apocalisse nucleare.


giovedì 5 maggio 2022

Il dovere di fare la pace

dalla pagina http://www.perlapace.it/dovere-la-pace/

Le proposte della Marcia PerugiAssisi. L’alternativa alla guerra esiste ma serve la volontà politica di realizzarla. Per spingere i governi sulla via della pace deve crescere dal basso un grande movimento di cittadini e istituzioni per la pace.

Con questo spirito, vi invitiamo a raccogliere queste proposte e a sostenerle con creatività, nei modi che riterrete più opportuni.

Foto di Roberto Brancolini

Condividiamo tutti una responsabilità

Il dovere di fare la pace

Proposte per orientare le nostre scelte prima che sia troppo tardi

 

Ci sono tanti modi per fare la pace, tranne uno: la guerra. La guerra è sempre un “omicidio in grande”, una lunga scia di sangue, sofferenze, distruzioni, odio, vendette. Sugli orrori e le macerie della guerra alcuni promettono di scrivere la parola pace ma è un grande imbroglio perché alla spirale distruttiva della guerra, della violenza, dell’odio, delle vendette e del dolore non c’è fine.

Dopo settanta milioni di morti e la fine della seconda guerra mondiale, alcune donne e uomini di paesi diversi hanno cercato di mettere al bando la guerra creando le Nazioni Unite, ideando una forza di polizia internazionale e promuovendo un nuovo diritto internazionale fondato sul principio della eguale dignità della persona umana e dei popoli. Allo stesso tempo, in Europa, altri leader politici, uniti nello sforzo di scongiurare altre catastrofi, convinti che la sovranità assoluta degli stati fosse all’origine della guerra, immaginarono un’Europa unita e solidale e avviarono la costruzione dell’Unione Europea dando vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

La realtà dei nostri giorni descrive, purtroppo, un mondo molto diverso: un mondo in guerra dominato dallo scontro tra i più diversi interessi personali, nazionali e economici. Anziché cogliere le straordinarie opportunità offerte dalla fine della guerra fredda e dalla caduta del Muro di Berlino, si è scelto di inseguire il disegno di un ordine mondiale gerarchico fondato sulla legge del più forte e sul presunto “diritto di fare la guerra”, sulla de-regulation istituzionale ed economica e sulla competizione selvaggia. L’aggressione russa dell’Ucraina è figlia di questo schema di guerra globale che ora ci minaccia sempre più da vicino.

Dal 24 febbraio è in corso una drammatica escalation militare che sta facendo strage di vite umane e che minaccia di condurci alla catastrofe nucleare. Dinnanzi a questa drammatica realtà, all’invasione russa, al legittimo diritto alla resistenza dell’Ucraina e alle sue richieste di aiuto, molti governanti si sono arresi allo schema della guerra continuando a fornire armi senza assumere alcuna seria iniziativa di pace. A nulla ancora sono valsi gli appelli ininterrotti di Papa Francesco e di tanti cittadini a fare ogni sforzo per fermare la follia della guerra. A prevalere oggi sembra essere la cieca volontà di continuarla inseguendo la tragica illusione, già smentita dalla storia più recente, di poterla vincere.

Le conseguenze dell’escalation militare sono terrificanti. In Ucraina la macchina della guerra continua a uccidere e distruggere senza pietà violando tutti i diritti umani. In Europa si sta scivolando verso la recessione e un’economia di guerra che toglierà il respiro a molti giovani e famiglie. In un mondo sempre più insicuro si accelera un cambio radicale delle relazioni internazionali, a scapito della libertà e della democrazia, che alimenta un groviglio di crisi, conflitti, ingiustizie e violazioni dei diritti umani.

E’ in questo contesto, foriero di violenze e sofferenze, divisioni e contrapposizioni a tutti i livelli, che siamo chiamati a riscoprire il dovere di fare la pace.

La pace è l’interesse primario di tutte le genti e le nazioni. La pace è la priorità. Abbiamo bisogno di pace come i polmoni hanno bisogno dell’ossigeno. Per questo, i governanti hanno la responsabilità primaria di lavorare incessantemente per fermare la guerra e creare le condizioni per ricostruire la pace. Se non lo fanno vengono meno alla loro stessa ragion d’essere.

Il momento è pericolosissimo. Se non sapremo opporre alla guerra una “decisa volontà della pace” saremo travolti. L’Unione Europea, insieme ai governi e parlamenti degli stati membri ha, più di ogni altro, il dovere politico, istituzionale e morale di prendere l’iniziativa per scongiurare il peggio che deve ancora venire, per salvare la vita degli ucraini e di tutti gli innocenti che stanno morendo sotto le bombe e per proteggere i propri cittadini dalle tragiche conseguenze della guerra. Sono loro che in questi giorni stanno decidendo se sarà la pace o la guerra a scrivere il futuro nostro e dell’Europa. A loro torniamo a dire: le sorti dell’Ucraina, dell’Europa, del diritto all’autodeterminazione dei popoli, della libertà, della democrazia e della pace nel mondo sono troppo importanti per essere lasciate nelle mani dei signori della guerra. L’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea stabilisce espressamente che “l’Unione promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite e opera al fine di preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, nonché ai principi dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi”.

Restituiamo la parola alla politica

Per spezzare la spirale mortifera dell’escalation, è necessario togliere la parola alle armi e restituirla alla politica. Non è vero che non si può fare niente.

Invece della corsa alle armi si può alimentare una lungimirante sequenza di iniziative politiche improntate alla ricerca delle condizioni di una pace giusta e duratura.

Invece dei propositi di vittoria, vendetta e umiliazione che stanno portando ad una guerra totale si possono ricreare le condizioni per la ripresa del dialogo politico.

Invece di coltivare il disegno impraticabile dell’isolamento della Russia si può proporre di riporre le armi per costruire assieme in Europa un sistema di sicurezza comune dall’Atlantico agli Urali basato sul disarmo, i diritti umani, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e i diritti delle minoranze. Così come nel 1975 la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa con l’Atto finale di Helsinki rappresentò la risposta politico diplomatica all’esigenza di aprire canali di dialogo tra i paesi appartenenti ai due blocchi contrapposti dell’Est e dell’Ovest, oggi dobbiamo lavorare alla costruzione della Casa Comune Europea e dare vita ad un sistema di sicurezza paneuropeo nella prospettiva di una federazione europea che riunisca tutti gli stati del nostro continente.

Invece di continuare a svilire le Nazioni Unite si può impegnare il Segretario Generale dell’Onu e l’Assemblea Generale ad avviare un negoziato globale per la pace in cui tutti i governi del mondo, a cominciare dalle grandi potenze, siano chiamati ad affrontare i veri nodi globali dello scontro, assumendosi la responsabilità di scegliere la via della pace anziché la via della guerra (perché non lavorare ad una Conferenza mondiale della pace?). “Garantire la sicurezza e la pace è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Questa, tutta intera, può e deve essere la garante di una nuova pace.” “Se la voce delle Nazioni Unite è apparsa chiara nella denuncia e nella condanna ma, purtroppo, inefficace sul terreno, questo significa che la loro azione va rafforzata, non indebolita.”

Invece di continuare la corsa al riarmo e aumentare le spese militari possiamo investire sulla promozione della sicurezza umana perseguendo l’attuazione del diritto di tutti ad una esistenza e un lavoro dignitoso, alla salute, alla formazione, alla casa, a vivere in un ambiente sano e bello.

L’alternativa alla guerra esiste ma serve la volontà politica di realizzarla.

“La pace non si impone automaticamente, da sola, ma è frutto della volontà degli uomini.” Fare la pace è una cosa seria che va presa sul serio. “E’ una costruzione laboriosa, fatta di comportamenti e di scelte coerenti e continuative, non di un atto isolato” di qualcuno. La ricerca della pace deve essere perseguita, come ci ricordava Robert Schumann “con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.

“Alla comunità internazionale tocca ora un compito: ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale rispettoso e condiviso che conduca alla pace.”

Per spingere i governi sulla via della pace deve crescere dal basso un grande movimento di cittadini e istituzioni per la pace. La Marcia PerugiAssisi della pace e della fraternità, che il 24 aprile ha riunito decine di migliaia di persone, famiglie, associazioni e istituzioni di diverso orientamento culturale, politico e religioso, ha generato molte energie positive.

Chiediamo a gran voce la pace

Insieme con Papa Francesco, invitiamo tutte le donne e gli uomini di buona volontà a continuare a “chiedere a gran voce la pace, dai balconi e per le strade”. In ogni città, in ogni quartiere, in ogni scuola e università, in ogni luogo di lavoro nasca un gruppo, un comitato, un’iniziativa per la pace. Gli Enti Locali, richiamando gli statuti che riconoscono la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli, raccolgano la domanda di pace dei propri cittadini e facciano di ogni territorio un laboratorio della pace che vogliamo per il mondo.

Costruiamo un argine alla propaganda di guerra

Questo è il tempo in cui dobbiamo accrescere la capacità dei costruttori e delle costruttrici di pace di contrastare i discorsi di guerra che hanno invaso le televisioni con discorsi di pace sempre più competenti, approfonditi e credibili. Alla propaganda di guerra e alle campagne di persuasione dell’opinione pubblica che straripano nei grandi mezzi di comunicazione (già vietate dall’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici) contrapponiamo un capillare lavoro quotidiano di formazione e crescita culturale personale e collettiva che valorizzi le energie positive dei giovani. Ai piani di guerra fondati sulla legge del più forte contrapponiamo piani di pace fondati sul buon senso. Alla logica amico-nemico contrapponiamo la costruzione della fraternità universale.

Anche noi dobbiamo fare pace

Questo è anche il tempo in cui dobbiamo contrastare la diffusione di sentimenti di impotenza e di rassegnazione. La guerra si nutre del silenzio, della passività e quindi della complicità delle vittime. Al contrario, la pace abbisogna del contributo fattivo di tutti e di ciascuno.

Prendiamoci cura gli uni degli altri

In questi tempi di guerra, mentre cresce il dolore sociale e si aggravano le crisi economiche, ambientali, politiche e umanitarie, tutti siamo chiamati a fare la pace sviluppando la nostra capacità di cura degli altri, partendo dai più bisognosi, dai più fragili e dai più piccoli, allargando il nostro sguardo e la nostra preoccupazione all’intera famiglia umana e al pianeta che ci accoglie. Solo attraverso questo prezioso lavoro quotidiano, dal basso, con il contributo insostituibile di ogni persona, sarà possibile rispondere al bisogno umano primario della pace.

Facciamo crescere la società della cura

E’ la società della cura che deve crescere in ogni luogo: donne, uomini, giovani e anziani che si prendono a cuore gli altri anziché pensare solo a sé stessi, che praticano la cultura della solidarietà anziché la cultura dell’indifferenza, che cercano il bene comune anziché quello individuale, l’interesse generale anziché quello particolare, l’amicizia sociale anziché la competizione selvaggia. E’ così che le persone, con piccole e grandi responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, fanno la pace, tutti i giorni, in modo artigianale.

Oggi più che mai, a nulla vale invocare la pace se non si è disponibili a farla in prima persona.

* * *
Tu cosa scegli?

Ripetiamo. L’invasione russa dell’Ucraina è un crimine. Gli ucraini sono stati aggrediti, hanno il diritto di resistere e noi abbiamo il dovere di aiutarli. Ma nessuno si può permettere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Per questo dobbiamo decidere: continuiamo sulla via della guerra o scegliamo la via della pace?

La via della guerra La via della pace
Legge del più forte Legalità, diritto e democrazia internazionale
Volontà di potenza e di dominio Volontà di solidarietà e cooperazione
Pressione militare ed economica Dialogo e negoziato politico – Distensione – Ricerca di accordi
Escalation militare De-escalation militare
Fornitura di armi Iniziativa politica – Cessate il fuoco – Corridoi umanitari
Guerra totale globale Ripudio della guerra
Uso della bomba atomica Eliminazione delle armi di distruzione di massa
Guerra infinita Coesistenza pacifica
Yalta Helsinki
Strategie dello scontro Arte dell’incontro
Disumanesimo Dovere di proteggere ogni vita
Vittoria o morte Soluzione negoziata del conflitto
Corsa al riarmo Disarmo
Aumento delle spese militari Riduzione delle spese militari
Eserciti nazionali Polizia internazionale delle Nazioni Unite
Violenza Nonviolenza
Segreto militare Verità e trasparenza
Sicurezza armata Sicurezza comune – Divieto dell’uso della forza
Pace negativa Pace positiva
Ordine internazionale gerarchico / imperiale Ordine internazionale democratico
Alleanze militari Onu e organizzazioni internazionali democratiche regionali
Interesse nazionale – Nazionalismo Europeismo – Cosmopolitismo
Autoritarismo Diritti umani – Riconoscimento e rispetto delle minoranze
Società chiusa Società aperta
Costruzione di muri Costruzione di ponti
Economia di guerra Economia sociale e solidale – Economia della fraternità
Competizione globale Sviluppo Umano
Sfruttamento selvaggio delle risorse e dell’ambiente naturale Cura dell’ambiente e del pianeta – Conversione ecologica
Sicurezza nazionale armata Sicurezza umana
Controllo e manipolazione dell’informazione Libertà d’informazione
Propaganda di guerra Educazione alla pace, ai diritti umani e alla cittadinanza glocale
Respingimenti Cooperazione, condivisione e accoglienza
Odio e vendetta Perdono e riconciliazione

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Queste riflessioni e proposte, maturate nell’incontro “La via della pace” che si è svolto ad Assisi il 23 aprile scorso e curate da Flavio Lotti e Marco Mascia, sono un contributo alla ricerca fattiva della pace che ci deve vedere tutte e tutti coinvolti.

Invia la tua adesione, le tue idee e proposte al Comitato promotore Marcia PerugiAssisi, via della Viola 1 (06122) Perugia – Tel. 075/5737266 – 335.6590356 – fax 075/5721234 – email adesioni@perlapace.it – www.perlapace.it – www.perugiassisi.org

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